Tracce e tempeste per il nostro mondo possibile

Dall’opera sul mare alla Tempesta silenziosa: uscire dalla parte degli “anti” e costruire una politica della cura, della bellezza e dei legami contro l’egemonia della paura.

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ANSA

Qualche giorno fa, a Ostia, i fascio influencer e i concessionari degli stabilimenti balneari hanno inscenato una sorta di funerale del lido di Roma. Poteva essere organizzato un presidio antifa, spesso necessario, ma che inevitabilmente legittima il piano semantico proposto dell’avversario. Razzisti-antirazzisti, fascisti-antifascisti, sessisti-antisessisti. Bolle, contro-bolle, identità, identità contro. Può capitare che sia indispensabile testimoniare, che non ci sia altro modo per arginare il fronte della crudeltà che avanza. Come durante la sequenza di Novecento dove i contadini ormai sconfitti continuano a fischiettare canzoni di lotta mentre vengono decimati dagli squadristi. Serviva drammaticamente testimoniare un altro modo di stare al mondo, a qualsiasi prezzo. A volte però si può scartare, si può fare altro, uscire dalla rappresentazione e imporre un altro spartito. Alle grida e le accuse sguaiate abbiamo preferito non rispondere e dare voce al Barbiere di Siviglia, abbiamo fatto parlare Opera camion che ha portato la meraviglia del canto, della recitazione e della musica fronte mare. Hanno risposto in 5mila e il funerale è diventato il loro.

Può essere un esempio di come dovremmo provare a uscire dalla morsa in cui le destre estreme ci costringono, provando a sottrarci alla parte assegnata. Se noi siamo solo gli anti, continueranno a crescere. Se noi siamo solo i difensori di una Costituzione astratta continueranno a crescere. Persino se continueremo a parlare solo di singoli punti di programma continueranno a crescere. Non parlo di sondaggi, ma di un’onda che si muove nelle pieghe della società: la ferocia che attraversa le città, la voglia di capri espiatori, la potenza sociale del blocco reazionario che trova oggi in Futuro nazionale un magnete capace di compattare e moltiplicare la presenza diffusa e sdoganata della dimensione puramente neo fascista. Una proposta che rischia di crescere esponenzialmente e spostare ancora più a destra l’asse del governo Meloni. Le dichiarazioni di Trump sulla foto implorata, non sono solo una mascalzonata ma un monito e un segnale.

Se questo è il contesto cerchiamo di fare altro, almeno quando è possibile. Lo abbiamo fatto a Roma con la Tempesta silenziosa. Abbiamo scelto di mettere al centro un’altra agenda, valorizzando le cose che ci fanno stare bene, proteggendo e decolonizzando il nostro tempo da irruzioni multitasking di ogni tipo. Sollecitazioni continue che non sono distrazioni dalla lettura e da tutto il resto ma semplicemente la forza della bioeconomia che pervade ogni istante dell’esistenza.

Stiamo lavorando da mesi su alcune pratiche, partendo dalla centralità delle politiche culturali e del linguaggio. Linguaggio, parole, corpi, posture. E una volontà di risignificare i luoghi, proponendo faglie e bordi di città come ambiti urbani da reinventare e vivere in altro modo.

E pare funzionare. Arene, opera, musica, scena contemporanea, letteratura. Occasioni di riaggregazione popolare capaci di rompere l’assedio dell’isolamento e della solitudine. Riaggregare la domanda culturale qualificata. Quartiere dopo quartiere. E praticare per questa via forme di redistribuzione delle occasioni, delle opportunità e della possibilità per chi abita in estrema periferia di scoprire parti nascoste del sé. Attitudini, talento, curiosità. Porsi il tema delle distanze e della ingiustizia sociale a partire dalle proposte culturali. Questo significa portare l’opera su un tir a Quarticciolo.

Stare insieme, vivere delle esperienze emotivamente significative, collettivamente, farlo grazie a politiche pubbliche e gratuite, farlo diventando parte della scena e non solo spettatori. Attivare meccanismi di partecipazione e corresponsabilità. Preparare l’arena con la comunità di abitanti dell’idroscalo, ingaggiare i cittadini nella organizzazione della platea con sedie e sdraio e piazze intorno all’opera, riempire la jam session di Daniele Silvestri dopo una settimana di musica sparsa in tutta la città, e da ultima, la straordinaria risposta popolare alla tempesta silenziosa. Tenendo distante da tutto questo qualsiasi forma di performatività.

Con alcune semplici regole per una narrazione coerente e continua: fare le cose, ricomporre, investire in cura e gratuità, scegliere relazioni non competitive, non urlare, favorire gentilezza, pudore, grazia, comunità. In queste agorà non si vince niente, si può respirare ed essere temporaneamente felici.

Approccio che ha fatto uno straordinario salto di scala con la Tempesta silenziosa e la lettura de Le notti bianche di Fedor Dostoevskij. Migliaia di persone hanno accettato di leggere uno accanto all’altra, in silenzio, condividendo uno spazio, costruendo bellezza, incanto. Un rito comune in cui riconoscersi. Soprattutto persone che si sono messe in gioco auto-organizzando trecento punti di lettura sparsi in tutti i quartieri, le borgate. Una enormità, una risposta senza precedenti che testimonia la volontà di esserci, non in forma ricreativa (benedetta in ogni caso) ma come puro atto politico fondato sulla necessità dei legami, della condivisione. “Non ti disunire” così Paolo Sorrentino spronava il protagonista in È stata la mano di Dio.

Trecento casematte che hanno rotto l’isolamento che non è una scelta, ma il prodotto del modello di sviluppo centrato su piattaforme e consumi individuali. Film, libri, mono porzioni, tutto a casa, tutto nella sfera privata. Un mercato che sussume ogni istante di vita, frantumando l’esistenza, piegandola costantemente in produzione di significati immaginari e consumo.

Ha funzionato, sta funzionando e questa è una buona notizia, persino una traccia di lavoro per chi ha voglia di mettere mano alla costruzione dell’alternativa favorendo bisogni, necessità, desideri, partecipazione popolare, intellettualità diffusa.

La destra non parla mai di ciò che fa, ma accende la dimensione emotiva delle persone fornendo identità, colmando il bisogno di appartenenza. Lo fa, su scala globale e locale, indicando il nemico, semplificando, aizzando odio e rancore. Noi, come riflesso condizionato, rispondiamo difendendo il nemico che la destra indica. È encomiabile, soddisfa la nostra sfera etica, ma non funziona. Non funziona più.

Costruiamo la nostra agenda, la nostra narrazione autonoma, certo il programma, le alleanze, tutto giusto, ma servono emozioni, linguaggi capaci di accendere i cuori, pratiche ricompositive, narrazioni che danno forza alle tante pratiche comunitarie solidali, conviviali, che nel Paese esistono. Serve empatia, servono poesia, abbracci, verità, serve dare valore alle piccole cose che producono benessere e che realizzano frammenti di esperienze collettive che vogliono restare umane. Non parliamo di categorie dello spirito ma di vere e proprie politiche pubbliche.

In trenta anni abbiamo disarticolato ogni enclave collettiva, il lavoro, il dopolavoro, i corpi intermedi, il sindacato, le forme della rappresentanza e persino quelle della vita. Siamo passati da società solide in cui la democrazia si organizza per il tramite dei partiti a società liquide, persino gassose, evanescenti. Resta l’individuo, la rete, l’organizzazione dell’opinione pubblica per il tramite della rete, e la leadership politica sempre meno autonoma, sempre più dipendente da fattori economici, da interessi geo politici e dalla pervasività della comunicazione social, che tutto è tranne che neutrale. Dunque il consenso si gioca sulla egemonia che attori post democratici globali esprimono provando a controllare l’immaginario, senza mutare la condizione materiale delle persone, ma investendo tutto sulla interpretazione degli stati d’animo: paura del declino, senso di fragilità, insicurezza, risentimento, abbandono, difesa di ogni frammento proprietario, domanda di protezione dall’altro da sé.

E sugli stati d’animo collettivi si gioca la partita tra coesione e barbarie. Ma per praticare la coesione bisogna avere un alfabeto affettivo condiviso.

Per questo abbiamo intrapreso la strada della disseminazione in città di occasione e infrastrutture culturali capaci di dialogare con questa necessità e con la identità e coscienza di luogo che ogni quartiere popolare esprime.

Una pacifica invasione dello spazio pubblico, lo spaesamento meravigliato di poter vivere una esperienza condivisa in luoghi che prevedono perlopiù attraversamenti solitari e veloci, e semplicemente fermarsi sviluppando una nuova consapevolezza. Il nostro controcanto disarmato può partire da qui: non rincorrere odio e tossicità ma dare valore, qui ed ora, al nostro mondo possibile. Non da soli, ma insieme.

Sconfinando, come abbiamo fatto al Festival delle letteratura con tanti intellettuali provenienti da scenari di guerra e con Ahmet Altan che ci ha ricordato come l’immaginazione è l’unico potere che non ha prigioni. E se lo dice lui che ha trascorso cinque anni nelle celle di Erdogan vuol dire che si può fare.

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