Tra tattica e imbarazzi

AI
Le dimissioni del sottosegretario Delmastro e del capo di gabinetto del Ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, erano un atto dovuto, ma sono il risultato di una scelta tattica della Presidente del Consiglio: siccome a destra il tema della giustizia è molto sentito, i rapporti documentati di un membro del governo con la famiglia di un condannato per metodo mafioso possono aver rafforzato, proprio negli ultimi giorni, la posizione del “no” al referendum sulla legge Nordio. Così i problemi con la giustizia da parte dei singoli membri del governo potrebbero aver generato in una parte dell’elettorato il sospetto che a orologeria fosse non già l’intervento della magistratura, ma la stessa riforma Nordio, voluta per indebolirla.
Così si spiega l’inedito pressing di Meloni contro Santanchè, tra le ministre più imbarazzanti del governo, considerati i gravosi capi di accusa che la riguardano. Il ragionamento tattico di Meloni è chiaro, ma si fonda sull’individuazione di capri espiatori più che su un reale impulso di pulizia. Delmastro è certamente una figura ingombrante e priva di senso del limite, tuttavia le domande sollevate dal caso della bisteccheria di via Tuscolana riguardano chiaramente gli ambienti della destra romana e la varietà delle sue relazioni: la sicurezza con la quale, secondo testimoni citati dalla stampa nazionale, l’ex sottosegretario convocava riunioni istituzionali nel locale di un condannato per metodo mafioso racconta di una familiarità quantomeno singolare per un dirigente del profondo Nord.
Del resto la stessa Giorgia Meloni oscilla nei suoi comportamenti tra due impostazioni molto diverse: l’atteggiamento della statista, che si coordina con il Presidente della Repubblica e che si dichiara compunta contro la guerra, e quello della fanatica militante di destra estrema, che grida selvaggia dai palchi di Atreyu e di Vox, che evoca il Nobel per la pace per Donald Trump (nulla di più fanatico) e che ha difeso Delmastro quando questi esprimeva un’intima gioia nel togliere l’aria ai detenuti e diffondeva segreti di Stato con la consueta aria di superiorità.
Insomma, Meloni ora è costretta in uno spazio non del tutto suo, perché la obbliga a scegliere l’atteggiamento istituzionale al di sopra di quello “Delmastroso”, che pure le appartiene intimamente. E senz’altro a questa scelta l’ha costretta l’esito del referendum, che racconta di un’Italia che, se e quando vota, non le conferisce alcuna maggioranza assoluta. Per ora, ha vinto la democrazia.