La politica estera di Giorgia Meloni: l'analisi di Enrico Rossi

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ANSA

L’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi era stato accompagnato da una promessa sovranista muscolare: l'Italia sarebbe tornata a farsi rispettare nei consessi internazionali. A distanza di tempo, non si può che registrare un bilancio diametralmente opposto. Quella che doveva essere l'era dell'orgoglio nazionale si è trasformata in una stagione di subalternità, in cui il governo oscilla tra l'ossequio burocratico verso Bruxelles e una dipendenza ideologica da Washington, lasciando la politica estera dell’Italia priva di una visione e di un’autonoma iniziativa nei teatri di crisi più caldi del pianeta.

Il primo pilastro della narrazione governativa è il presunto rapporto privilegiato con la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. Tuttavia, un'analisi critica rivela che si tratta di un'operazione di puro trasformismo politico: Giorgia Meloni, infatti, ha barattato l'accondiscendenza di Bruxelles sulla gestione dei conti pubblici e sul PNRR con la rinuncia a influenzare le politiche dell'Unione Europea, accettando un Patto di Stabilità che, seppur riformato, ha reintrodotto vincoli di austerità tali da colpire duramente la spesa pubblica, i servizi sociali e gli investimenti.

Una cosa — dobbiamo riconoscerlo — Meloni è riuscita a portare a casa: il consenso europeo sulle politiche migratorie del suo governo. La risoluzione votata al Parlamento Europeo con i popolari, i conservatori e i neofascisti permette di alzare muri e deportare persone, ignorando se i paesi di destinazione siano sicuri. È la realizzazione della linea politica che Meloni esprimeva già nel 2014, quando dichiarava di preferire che i migranti annegassero piuttosto che salvarli con le navi delle ONG.

L’Italia di Meloni si è fatta "esecutrice diligente" di un’agenda politica neoliberista che sacrifica il welfare e la transizione ecologica sull'altare di una stabilità finanziaria che favorisce solo i grandi gruppi industriali e finanziari.

Come se questo non bastasse, questo governo ha accettato di intraprendere una corsa al riarmo che sottrarrà ulteriori risorse allo stato sociale, giustificando questa scelta con la necessità di una "difesa comune". Si tratta di una decisione totalmente subordinata alla NATO, perché non può esservi autonomia se non vi è indipendenza politica. E la destra italiana, prigioniera di un complesso di inferiorità atlantista, ha rinunciato a priori a ogni idea di Europa come "potenza civile", preferendo svolgere un ruolo di avamposto per interessi decisi oltreoceano.

La relazione con gli Stati Uniti di Donald Trump mette a nudo l'incoerenza del sovranismo nostrano che, subendo la fascinazione ideologica per il modello MAGA, sta portando l'Italia in un vicolo cieco. Come può un governo che si dice "patriota" esultare per un’amministrazione americana che mette il protezionismo e i dazi al centro della propria agenda? L’Italia di Meloni si è proposta come pontiere tra le due sponde dell’Atlantico, ma è diventata per Trump uno strumento per indebolire l'Unione Europea dall'interno. Più che politica estera, è politica di vassallaggio ideologico, di appartenenza a una “internazionale nera” con lo scopo di ottenere dagli USA una protezione politica e un'assicurazione sulla durata del proprio governo.

Neppure sui dazi l’Italia sovranista si è impegnata a difendere gli interessi nazionali. L'imposizione dei dazi di Trump colpisce al cuore l'eccellenza produttiva dei nostri distretti, trasformando il surplus commerciale di settori chiave come la meccanica di precisione, la moda e l'agroalimentare in un bersaglio politico per l'agenda protezionista americana. L’Italia si è ritrovata esposta a ritorsioni devastanti senza aver espresso alcuna forza negoziale per difendere i propri interessi economici, facendoli valere nelle sedi opportune come l’UE, competente in materia di commercio con l’estero.

Però è riguardo ai fronti di guerra che il giudizio critico si fa necessariamente più severo. In Ucraina, il governo ha scelto la strada del conformismo bellicista. Non una parola è stata spesa per una reale iniziativa di pace. Nessun tentativo è stato fatto per coinvolgere altri paesi del mondo in un processo negoziale che spingesse in direzione del cessate il fuoco e di una trattativa tra le parti in conflitto.

Ancor più grave è la posizione sulla crisi in Medio Oriente. Di fronte al massacro sistematico della popolazione civile a Gaza, l'Italia di Meloni è rimasta avvolta in un silenzio complice. La storica funzione di mediazione e di interlocuzione con tutti — con israeliani, palestinesi e paesi arabi — coltivata per decenni dalla diplomazia italiana (da Moro a Craxi), è stata demolita in pochi mesi. Non aver condannato con forza le violazioni del diritto internazionale e l'occupazione illegale dei territori da parte di Israele significa aver abdicato a ogni ruolo morale e politico nella regione. L'Italia non è più credibile: è diventata un'irrilevante osservatrice che guarda alla tragedia attraverso le lenti di un allineamento acritico alle posizioni più oltranziste della destra politica e religiosa israeliana.

La cartina di tornasole di questa rottura con la tradizione diplomatica è l'adesione del governo al Board of Peace per Gaza. L'Italia si è sfilata dalla coesione dei 27 Paesi UE per allinearsi a un organismo a guida statunitense, trovandosi in compagnia dell'Ungheria di Orbán e di altri paesi retti da regimi illiberali. È il segnale di uno spostamento pericoloso del baricentro politico fuori dal quadro comune dell'Unione. Inoltre, l’adesione è avvenuta senza un previo confronto parlamentare. Poiché il Board è un organismo extra-ONU, dove il potere decisionale è concentrato nelle mani degli USA, si pone un problema di subordinazione gerarchica che contrasta con l'Articolo 11 della Costituzione, il quale ammette limitazioni di sovranità nazionale solo in condizioni di "parità tra gli Stati".

L’Italia, in modo subdolo e incostituzionale, nascondendosi dietro la qualifica di “osservatore”, aderisce così a un’aberrante operazione neocolonialista. Come denunciato dal Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, il Board è un'iniziativa che decide il futuro dei palestinesi sopra la loro testa. Ignorare il coinvolgimento diretto della popolazione locale e puntare su piani economici imposti dall'esterno (come la costruzione di resort in una terra tanto martoriata) svilisce la dignità delle vittime e toglie ogni legittimità internazionale a ciò che verrà deciso.

La sinistra ha tentato di dare risposte e di prendere le distanze dalla politica internazionale di Meloni, ma — bisogna ammetterlo — a volte è sembrata in difficoltà, timorosa, in crisi di identità, avendo smarrito la propria autonomia culturale e politica sul crinale che separa la pace dalla guerra. Il PD, o meglio settori di quel partito, ha dato l’impressione di un’adesione acritica all'impostazione bellicista. Unendosi al coro di chi ha invocato la "guerra fino alla vittoria" contro la Russia, autorevoli esponenti del centrosinistra hanno cancellato la distinzione tra la propria visione e quella delle destre e dei falchi atlantisti. C’è stato un rischio di omologazione che ha reso la sinistra invisibile all'opinione pubblica, finendo per essere percepita come parte integrante di quel medesimo apparato che alimenta il conflitto, anziché cercare soluzioni coraggiose.

Rimanere ancorati alla NATO e battersi per l’Europa unita non significa rinunciare all'autonomia di pensiero. Berlinguer, che sotto l’ombrello della NATO dichiarò di sentirsi più sicuro, non ebbe timore di contestare l'installazione dei missili a Comiso, dimostrando che si può stare in un'alleanza senza esserne sudditi, rivendicando il primato della politica sulla forza militare.

Per tornare a essere credibile, la sinistra deve cessare di essere subordinata alla politica bellicista della NATO e farsi promotrice di un nuovo paradigma di sicurezza collettiva. A lei spetta di invertire una deriva militarista recuperando lo spirito e la lettera degli Accordi di Helsinki del 1975. Aldo Moro fu uno dei massimi artefici di quel capolavoro diplomatico, comprendendo che la stabilità del continente non poteva poggiare solo sull'equilibrio del terrore, ma su un sistema di garanzie condivise. Helsinki impose un codice di condotta per evitare l'autodistruzione: fu la visione di un’Europa "dall’Atlantico agli Urali" capace di cooperare pur nella diversità.

Rovesciare il paradigma dominante significa riportare lo spirito di Helsinki nelle istituzioni. La sinistra deve avere il coraggio di dire che la pace non è la semplice assenza di guerra, e neppure può essere una pace armata sui confini, come si sta prospettando per l’Ucraina, ma la costruzione di un’architettura diplomatica dove anche l'avversario ha un posto al tavolo e dove si rilancia il dialogo tra Est e Ovest. Solo uscendo dalla logica dei blocchi la sinistra può proporre all’Europa di svolgere la sua funzione storica: essere il polo della mediazione e della pace.

È una prospettiva difficile, ma rinunciarvi significa indebolire la forza della proposta alternativa alla destra illiberale. Esiste infatti una stretta correlazione tra la politica internazionale e quella interna: sia per quanto riguarda la difesa dei diritti civili e delle libertà — poiché, come è noto, il sovranismo e il militarismo non amano certo il dissenso — sia per la parte delle politiche sociali (sanità, scuola e redistribuzione della ricchezza), poiché inevitabilmente si ripropone l’antica alternativa tra "burro e cannoni", per cui le spese militari finiscono per assorbire le risorse, distogliendole dai fini di solidarietà e giustizia.

Con maggior urgenza questi ragionamenti si impongono ora, dopo l’intervento militare contro l’Iran unilateralmente deciso da Trump e da Netanyahu. Khamenei è morto e nessuno piange per la fine di questo spietato dittatore islamista che ha fatto migliaia di vittime ordinando di sparare sui manifestanti che reclamavano libertà e diritti politici e civili. Tuttavia, a nessuna persona ragionevole può sfuggire che il metodo dell’intervento americano e israeliano sta portando al collasso l'architettura del mondo.

Il diritto è stato sostituito con la "legge del più forte": Donald Trump e la sua National Security Strategy hanno di fatto compiuto un colpo di stato internazionale, rivendicando una sovranità assoluta e incondizionata degli Stati Uniti sul mondo. Ma in questo modo a dominare saranno sempre più il caos e l’anarchia: la guerra di aggressione diventa la norma e vengono legittimate anche future aggressioni e interventi da parte di altre potenze, come Russia e Cina. Siamo, con Trump, tornati pienamente per le relazioni internazionali allo stato selvaggio di natura, alla condizione di "homo homini lupus" in cui il sistema globale smette di essere una comunità e diventa un ecosistema predatorio dove si annienta l’altro se rappresenta un ostacolo ai piani di egemonia di uno Stato più potente.

Il paradosso è che i “lupi” moderni possiedono la capacità di distruggere l'intero pianeta: 12.000 testate nucleari che rendono la prospettiva di un'autodistruzione collettiva del genere umano assai concreta.

Nessuno, dopo ben tre guerre portate dagli USA in quella regione, può avere la spregiudicatezza di affermare che agli aggressori interessi veramente la libertà degli iraniani. Il bottino delle guerre del Golfo — di tutte, anche di questa — è il controllo coloniale delle risorse e il dominio sulla regione mediorientale: questo è l'osso per cui i lupi continuano a sbranarsi.

Non è una crisi di breve periodo perché essa risale almeno dalla fine della Guerra Fredda e da un progetto totalizzante di egemonia sul mondo sviluppato da parte dell’Occidente. Alessandro Colombo sostiene ne ‘Il suicidio della pace’ che l’ordine liberale, guidato dagli USA, è entrato in crisi proprio a causa della sua pretesa di essere universale, di imporsi e di imporre i propri interessi su tutti anche con interventi militari, indebolendo le organizzazioni internazionali e alimentando l’illusione che l’economia di mercato avrebbe finito per garantire la democrazia e la pace globale.

Oggi siamo al culmine di quella crisi e Trump, in fondo, non rappresenta altro che una estremizzazione ulteriore, brutale, di quella gestione del potere in modo arrogante e arbitrario che ha caratterizzato in questi decenni la superpotenza americana. E tanto più forte è oggi la distruzione di ogni regola dell’ordine internazionale quanto più si fa evidente il fallimento del progetto di globalizzazione liberale e nuove potenze si affacciano sulla scena reclamando il ruolo che spetta loro.

Meloni si mostra preoccupata, ma non ha detto una sola parola di critica contro la guerra preventiva portata contro l’Iran dall’America e da Israele, né ha preso una posizione chiara sulla eventuale richiesta di messa a disposizione delle basi militari. L'Europa non è stata neppure informata della decisione di attaccare da parte dell’alleato americano. La nostra subalternità ci rende spettatori di un "menù" dove siamo noi a pagare, sul piano economico, la portata principale: il conto energetico di un conflitto deciso altrove.

Contro Putin, giustamente, per anni abbiamo invocato la distinzione tra aggressore e aggredito; oggi, l'acquiescenza verso l'attacco unilaterale a Teheran — nonostante la natura feroce di quel regime — annulla agli occhi del mondo la nostra residua credibilità morale come Unione Europea.

In Europa, la sinistra di governo spagnola è stata l'unica voce fuori dal coro. Madrid ha condannato l'attacco unilaterale come una violazione della Carta ONU, richiamando i propri ambasciatori da Tel Aviv. Il governo di Pedro Sánchez ha tracciato una linea di faglia profonda all’interno della NATO e dell’UE. Negando l’uso delle basi di Rota e di Morón per le operazioni americane contro l’Iran, la Spagna ha inviato un segnale di rottura senza precedenti.

La “maggioranza Ursula” è sotto uno stress estremo e i socialisti e democratici europei sono di fronte a un bivio. È infatti legittimo e necessario chiedere di ritirare il sostegno a una Commissione che non condanna con fermezza atti di guerra unilaterali, rompendo a Bruxelles con la linea bellicista sostenuta dal blocco conservatore e neofascista. Sulla posizione di Sánchez si può costruire una credibile alternativa al militarismo e alla visione del mondo basata sulla forza bruta e sulla legge del più forte, provando a incidere sulla traiettoria di una guerra che si avvicina sempre più ai nostri confini mediterranei.

Intanto, in Italia, registriamo come elemento rimarchevole e positivo l’unità delle forze di opposizione che denunciano il rischio di un'escalation pericolosa del conflitto e chiedono che il governo prenda le distanze da Trump e da Netanyahu e si impegni affinché anche l’Unione Europea svolga una funzione di freno all’allargamento della guerra, evitando un coinvolgimento diretto in un conflitto globale. Viviamo davvero un periodo cruciale per i destini dell’umanità e l’identità della sinistra deve essere chiara sui temi della pace e della guerra.