Tra sequel “iconici” e cinema d’autore: il box office si divide

Il trionfo de Il diavolo veste Prada 2 rilancia la nostalgia, mentre Pupi Avati firma un dramma amaro e Checco Zalone conquista anche lo streaming con Buen Camino

Michele AnselmiBattaglia delle IdeeCINEMA
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Pensate: solo nel primo giorno di programmazione in Italia, mercoledì 29 aprile, “Il diavolo veste Prada 2” ha incassato 2 milioni e 700 mila euro. Un record. Significa, a occhio, che allo scadere del primo week-end sarà attorno ai 12 milioni, se non di più. Insomma sorpasserà anche “Michael”. Era prevedibile? Sì. Perché pur arrivando a vent’anni di distanza dal primo, è un seguito molto atteso; perché l’altra volta incassò 330 milioni di dollari nel mondo e bisognava per forza riprovarci; perché il pubblico femminile, di varie età, è affezionato a quei personaggi; perché la parola più usata nel nuovo film è “Icona” e si sa che il concetto funziona sempre, o quasi.

D’altro canto, squadra che vince non si cambia. Tornano il direttore David Frankel, la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, il direttore della fotografia Florian Ballhaus, ma soprattutto ci sono tutti e quattro i protagonisti principali del primo capitolo: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ovvero Miranda, Andie, Emily e Nigel (i cognomi non servono, essendo personaggi, appunto, “iconici”).

Com’è il nuovo film? Insomma… Si vede che la costruzione è stata laboriosa, già nel 2013 ci avevano provato lasciando perdere; e poi vent’anni, che diventano quindici nella finzione del racconto, sono comunque parecchi. Ma, come per magia, complici diete draconiane, make-up sostenuto e forse qualche ritocco prodigioso al computer, tutti appaiono più o meno, fisicamente, gli stessi di allora, anzi più magri. Solo che il contesto newyorkese è cambiato.

Il magazine “Runway”, naturalmente definito da Nigel «un’icona globale», non se la passa più così bene sul piano delle vendite cartacee: urgono tagli al personale, la redazione deve stringersi, le auto blu vengono meno e anche i viaggi aerei non sono più in business-class. Miranda, benché reduce da un infortunio giornalistico, è sempre la stessa, una specie di Crudelia Demon che tutti maltratta, a partire dal fedele e saggio Nigel; ma non sa che il figlio dello storico editore, appena morto, ha deciso di vendere l’intera baracca. Nel frattempo, per salvare il salvabile, era stata richiamata in redazione Andie, con un ruolo di spicco, per dare più spessore al versante giornalistico della rivista.

Figurarsi. Miranda finge addirittura di non riconoscerla appena la vede, ma noi sappiamo che strada facendo, in vista di una trasferta a Milano per la Settimana della Moda, le due amiche-nemiche troveranno il modo di salvare “Runway” dalle grinfie di un fesso milionario che la vuole regalare all’amante Emily, nel frattempo stanca di parlare francese presso Dior e pronta a prendersi una clamorosa rivincita sulla sua ex direttrice.

Due ore di film sono troppe a mio parere, ma il cine-evento richiede di allungare il brodo: i vip della moda consumano un pasto nel refettorio dove c’è lo stupendo “Cenacolo” di Leonardo, i marchi famosi devono essere mostrati a ripetizione e con una certa generosità, in tanti appaiono nei ruoli di sé stessi: da Lady Gaga a Donatella Versace, da Tina Brown a Naomi Campbell, da Heidi Klun a Brunello Cucinelli (e chissà quanti altri che io non so riconoscere).

Qua e là echeggiano battute spiritose, del tipo «Ho Stoccolma in linea: rivogliono la loro sindrome», ma in generale senti il ricalco delle situazioni, pur nel diverso contesto dell’editoria, e gli interpreti sembrano maschere monodimensionali, costrette a replicare sé stessi con minime variazioni psicologiche. Due o tre new-entry, da Kenneth Branagh a Lucy Liu, non apportano granché al nuovo episodio.


Temo che poco potrà, sul piano degli incassi, “Nel tepore del ballo”, un titolo che girava da alcuni anni nella testa di Pupi Avati, anche se è parso buono, in una chiave tra poetica e sentimentale, per questo nuovo film.

Arriva a poco più di un anno da “L’orto americano”, a testimonianza della vitalità creativa del regista, oggi 87enne, ma qui non siamo in zona horror gotico, bensì nel dramma amarognolo sull’amicizia tradita e le giravolta dell’esistenza.

Un flashback ambientato a Jesolo nel 1973 spiega l’antefatto di tutta la vicenda: nasce in ospedale Gianni Riccio, figlio di un noto bagnino locale, la madre muore partorendo, il piccolo viene cresciuto dalla premurosa zia. Ci sono altri due passaggi, uno sempre a Jesolo dodici anni dopo e uno alla Malpensa del 1987 col rimpatrio di una bara, prima che “Nel tepore del ballo” ci porti nella Roma odierna.

Riccio è diventato un famoso conduttore televisivo di successo, uno da ascolti record, vanitoso nel tingersi i capelli e nel vestirsi in modi eccentrici, ma qualcosa sta per succedergli: durante una puntata di “Porta a Porta”, col vero Bruno Vespa nel ruolo di sé stesso, la Guardia di Finanza l’arresta in diretta.

Come un novello Tortora, viene esposto al pubblico ludibrio mediatico e spedito a Rebibbia in una cella per quattro. Ne uscirà in attesa del processo, ma ormai è un uomo finito, abbandonato da tutti. Solo un’aggressiva rivale televisiva, detta “la Morta” ma sempre arzilla sul piano dell’audience (una specie di Barbara D’Urso?), è disposta ad averlo nella sua trasmissione “Cuori in diretta”, ma a patto che…

Avati, che ha scritto il copione col figlio Tommaso partendo da un’idea del giornalista Marco Molendini, racconta una televisione di “mostri”, in ogni senso (morale per il cinismo e fisico per i ritocchi plastici), facendo via via affiorare una sorta di “fattore umano”, cioè una possibile redenzione del protagonista, forse capace di ritrovare un sentimento nei confronti dell’ex moglie Clara, abbandonata da anni.

È apprezzabile l**’uso parsimonioso della musica**, colpisce il tono duro e impietoso di alcuni dialoghi, ma la televisione pop e volgarissima di cui si parla, per denunciarne l’abbrutimento commerciale, stinge in un grottesco colorito, urlato, molto sopra le righe, in contrasto col titolo fortemente romantico, elegiaco, che allude invece alla forza di un amore capace di reinventarsi come per miracolo.

Scrive Avati nelle note di regia: «Il racconto che vi proponiamo è incentrato sul re-innamoramento. Su quel misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza compenetra di sé ogni individuo». Vabbè.

Massimo Ghini fa Gianni Riccio, con misura e adesione, ma certo bisogna proprio crederci, essendo l’attore 71enne, che il suo personaggio possa essere nato nel 1973; nell’affollato cast compaiono, tra gli altri, Raoul Bova, Isabella Ferrari, Sebastiano Somma, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Pino Quartullo, rispettivamente nei ruoli del padre miserabile, dell’ex moglie con lo sfratto, del fido assistente che cita Pascoli, della romanesca “belva” televisiva, della zia, del proletario rivale in amore. In partecipazione speciale, oltre a Vespa, ci sono Jerry Calà e Pascal Vicedomini, tutti nei ruoli, facili, di sé stessi.


Buen Camino” è appena approdato su Netflix e sarà, c'è da scommetterci, un nuovo successo. Uscito il 25 dicembre, giorno di Natale, la commedia itinerante di Gennaro Nunziante con Checco Zalone incassò in poche settimane ben 76.3 milioni di euro, un record assoluto per l’Italia, più di "Avatar". Quei pochi che non l’hanno visto al cinema lo vedranno adesso sulla piattaforma digitale. Io continuo a pensare che il comico pugliese abbia fatto di meglio nella sua carriera; magari, però, il film, stiracchiato nonostante l’andamento on the road, persino un po’ moralista, insomma per nulla cattivello sia pure dentro la confezione per famiglie, me lo rivedo sotto una luce diversa. Piacque a tutti, e d’altro canto Zalone, tornato dopo cinque anni di assenza dagli schermi, l’ultimo suo film era “Tolo Tolo”, sapeva di poter fare il pieno di pubblico. E l’ha fatto.

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