Tra Putin e il riarmo ci va di mezzo l’Europa che volevamo
La spesa militare europea supera di tre volte quella russa ma Bruxelles punta ancora sul riarmo: una scelta che sottrae risorse sociali e allontana i negoziati.

ANSA
Leggiamo ogni giorno articoli e post che descrivono le grandi difficoltà in cui si troverebbe la Russia di Putin a causa della scellerata guerra d'invasione dell'Ucraina. Inflazione alle stelle, produzione in picchiata, spesa pubblica drenata, fondi statali vicini all'esaurimento. Il fronte, sul terreno, non fa significativi passi avanti, anche se ora pare esisterne un altro, spostato nei cieli, con economici droni che poi silurano a terra. E missili supersonici che colpiscono Kiev (o dovremmo dire Kyiv?).
In altri articoli viene invece lanciato l'allarme, anche a margine di una riunione NATO dove il padrone di casa, tanto per chiarire il suo raffinato pensare, regala pistole alle donne e agli uomini di Stato lì intervenuti (e nessuno che abbia risposto “no, grazie”). La Russia, leggiamo, muoverà guerra ai Paesi Baltici, Europa prossimo obiettivo; per altri il mirino è fissato sulla Polonia, la Scandinavia già si prepara.
Ma è possibile che nemmeno sul terreno dell’informazione possiamo avere un’idea non contradditoria? La Russia è davvero in difficoltà oppure è pronta ad attaccarci?
La frase pronunciata a Napoli all’iniziativa del «campo largo» da Giuseppe Conte – «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti per andare a contrastare e a far guerra» – è stata subito additata come “filo-russa”. Eppure, ogni giorno ci raccontano le difficoltà della Russia nel mantenere e proseguire la guerra di invasione dell’Ucraina, fino alla mancanza il carburante perché gli ucraini hanno colpito molte raffinerie e depositi di petrolio fino a 2.500 chilometri all’interno della Federazione russa. Se così fosse, sostenere che possa esistere un pericolo di attacco russo all’Europa non sembrerebbe giustificato. Tuttavia, ogni giorno non si fa altro che alimentare l’idea che la Russia, guidata da volontà imperialistica, conquistata l’Ucraina, si rivolgerà poi all’Europa, aggredendola a tenaglia dai Baltici alla Transnistria in Moldavia. E se si mette in discussione questa argomentazione per appoggiare il riarmo europeo si viene tacciati di essere pro-Putin. Un’accusa rivolta anche a quei politici che hanno partecipato alla manifestazione di Napoli senza prendere le distanze da Conte, con un argomento che viene utilizzato anche da esponenti del Pd contro la segretaria Elly Schlein. In realtà, le diverse sensibilità all’interno del «campo largo» vengono esaminate dagli osservatori per sfiancare il ruolo dell’opposizione al governo Meloni. Si parla della guerra in Ucraina solo esibendo ogni tipo di armamenti come se l’unica soluzione possibile fosse una vittoria militare, peraltro inverosimile, sottovalutando il fatto che Putin potrebbe usare l’arma nucleare, che rappresenta davvero un pericolo.
Ma davvero la Russia – che sarebbe impantanata in Ucraina dove non riesce più ad avanzare – è pronta a “invadere l’Europa”?
La spesa militare
Come ho già argomentato su queste colonne, uno sguardo ai dati sulla spesa militare potrebbe darci un’indicazione di come stanno le forze in campo (il Sipri ha reso noti i numeri aggiornati al 2025). Nel 2010, la spesa militare dell’insieme dei Paesi Nato (espressa in dollari) era stata pari a 1.083 miliardi, dei quali 284 venivano dai Paesi europei membri, mentre quella russa si era fermata a soli 58.7 miliardi (ovvero appena il 5.4% della spesa Nato). Se in Europa il freno era stato tirato per via della crisi, in Russia, la spesa militare di quegli anni era più o meno costante, nonostante la Nato avesse continuato ad espandersi ad Est. La Russia, quindi, non rappresentava certo una minaccia (anzi, ci facevamo affari, con i russi).
Quattro anni più tardi, nel 2014, dopo il rivolgimento di Majdan a Kiev – in cui la Nato e gli europei avevano pescato nel torbido – e la deposizione del presidente filo-russo regolarmente eletto, la “secessione” dei due oblast del Donbass in Ucraina a maggioranza russa, che avrebbe dato inizio alla repressione di Kiev e alla guerra civile, con conseguente annessione della Crimea (un oblast anch’esso a stragrande maggioranza russa) da parte di Mosca, la spesa militare Nato non era cambiata di molto – 1.012 miliardi, di cui 262 degli europei – mentre quella russa era salita a 84.7 miliardi (l’8.4% di quella Nato) e quella ucraina era appena a 4 miliardi.
Da allora, e fino al 2021, i rapporti si erano mantenuti nello stesso ordine di grandezza. Nel 2021, la spesa Nato si attestava a 1.175 miliardi, di cui 341 di fonte europea, mentre quella russa, dopo l’exploit del 2014, era già tornata ai livelli precedenti, fermandosi a 65.9 miliardi, ovvero appena il 5.6% di quella euro-atlantica (e quella ucraina era salita a 6.8 miliardi). Che quella spesa e quell’attitudine russa rappresentassero una minaccia sarebbe davvero improvvido affermarlo, così come non si può dire che Putin preparasse un’invasione in grande stile dell’Ucraina, come avrebbe poi provato a fare di lì a poco, nel febbraio 2022. Se così fosse, la spesa russa avrebbe già dovuto crescere nel 2021, il che fa pensare che davvero Putin pensasse solo a una “operazione speciale”. È possibile quindi che l’attacco all’Ucraina preparasse un più ampio attacco all’Europa? No davvero, a giudicare da questi numeri.
Così, dopo la scellerata invasione decisa da Putin – forse per correre in aiuto alle province represse, oltreché sperando che questo potesse portare a un “regime change” a Kiev – la spesa militare russa, nel 2022, sale a 104.4 miliardi, mentre quella Nato continua la sua crescita lenta, arrivando a 1.192 miliardi (di cui 356 europei). La spesa russa si attesta all’8.8% di quella Nato. L’invasione, però, arriva presto ad uno stallo, mentre la spesa ucraina si impenna fino a 41.5 miliardi a bilancio (evidentemente grazie al sostegno euro-atlantico). Nei tre anni seguenti la spesa Nato vede un’impennata – 1.282 miliardi nel 2023, 1.510 nel 2024, fino ai 1.581 del 2025 – spinta tanto dalla spesa USA che da quella degli europei – così come s’alza quella russa – 109.2 miliardi nel 2023, 149.4 nel 2024, 190.4 nel 2025 – che dall’8.5% balza al 12% di quella Nato. La guerra in Ucraina, evidentemente costa, per Putin, come costa agli ucraini, la cui spesa passa dai 65.3 miliardi nel 2023 agli 84.1 miliardi del 2025 (il 40% del loro Pil!).
La domanda che però sorge è: perché la Nato continua ad aumentare la spesa militare? Per fronteggiare una minaccia russa? Gli Stati Uniti spendono quasi mille miliardi di dollari all’anno, gli europei ne hanno spesi nel 2025 ben 559. Gli europei spendono tre volte quello che spende la Russia (la cui spesa è ora al 7.5% del Pil ma che fatica a venir fuori dal pantano ucraino), in molti Paesi la spesa militare ha superato il 3% del Pil (in Polonia, nei Baltici, in Norvegia e Danimarca) eppure ora vogliono aumentare ancora quanto viene destinato alla “difesa” (perché va chiamata così, non “riarmo” che suona troppo allarmista e pacifista). Germania e Francia, insieme, spendono quanto la Russia, da sola: eppure, stanno promettendo di aumentare di molto la loro spesa militare. Per “difenderci” dalla Russia, si dice. Ora, l’Unione Europea vuole che si proceda speditamente al riarmo, fino a 800 miliardi da qui al 2030, 6.800 miliardi entro il 2035, una cifra folle.
Già i Paesi europei membri della Nato, nel loro insieme, spendono il 2.3% del loro Pil combinato, eppure si vuole portare la spesa al 5%. Nel mondo ci sono solo una manciata di Paesi che spendono tanto, oltre a Russia e Ucraina, che sono in guerra: Algeria (8.3%), Armenia (6.1%), Azerbaijan (6.5%), Israele (7.81%), Oman (5.7%), Arabia Saudita (6.5%). Non solo, quindi, spendiamo già tantissimo, come visto sopra, ma ora vogliamo spendere ancora di più.
Nel 1990, all’apice della Guerra fredda, secondo le stime del Sipri, la Nato destinava alla spesa militare 541.5 miliardi di dollari (di cui 306.2 i soli USA), contro i 291.1 dell’URSS. Tuttavia, quella spesa ammontava al 5.3% del Pil americano, mentre per l’economia sovietica si trattava di un enorme 15-20% del Pil, una cifra insostenibile, che fu una delle ragioni che poi portò al crollo. Oggi, in una situazione che non presupporrebbe la contrapposizione di quel tempo, i rapporti di forza sono alquanto diversi. Eppure, si sostiene, la Russia rappresenta un pericolo.
Perché il riarmo? Perché non immaginare un altro ruolo per l’Europa?
Si fa fatica immaginare le forze armate russe - che non riescono ad avanzare in Ucraina - rivolgersi contro i Paesi europei, un osso ben più duro da mordere. Ma si sa, la propaganda riarmista è tosta, la lobby è ricca, si nutre di disgrazie e morti e feriti e danni e si evolve e nuovi sistemi d'arma. Il riarmo dell’Europa – voluto e imposto da Trump, che lo lega all’acquisto di armi Usa, e sostenuto dalla Nato – non appare giustificabile non solo perché sottrae risorse alle spese sociali (sanità, scuola, etc.) ma anche perché ogni paese europeo si doterebbe delle proprie armi non compatibili tra di loro, quindi inutili. Tra gli acquisti previsti vi sono, ad esempio, carri armati, che non si sa bene a cosa dovrebbero servire. All’invasione di un paese oppure per combattere una guerra con mezzi obsoleti quando ormai i conflitti si basano sull’utilizzo di droni che oltretutto costano molto meno? Se proprio si pensa che una difesa armata sia necessaria – per difendersi, però, non per attaccare – per lo meno dovrebbe essere europea, prospettiva per ora difficile da realizzare viste le divisioni tra i vari paesi che non riescono nemmeno a coordinare la politica estera. E, quindi, perché non immaginare un ruolo diverso dell’Europa? Perché si è lasciato che la Nato si espandesse e si continua ora ad aumentare la spesa militare? Perché quell'interrogativo resta: la Russia sta implodendo stremata dall'impegno bellico o ne vuole ancora di più, affamata di guerre? E perché mai dovrebbe esserlo? Non si sa, non è chiaro.
Nel giugno scorso, i Paesi membri della Nato hanno concordato che la spesa avrebbe raggiunto il 5% del Pil entro il 2035 (di cui il 3,5% allocato alla spesa militare strettamente intesa), un aumento incredibile se confrontato con il precedente target del 2% concordato nel 2014. La Germania è oggi il quarto Paese al mondo per spesa militare (114 miliardi, ben 26 più dell’anno precedente, il 2,3% del Pil), il Regno Unito il sesto, dopo l’India (89 miliardi, 2,4% del Pil), la Francia il nono (68 miliardi) e l’Italia il 12° (con 48,1 miliardi), appena davanti a Polonia (46,8) e Spagna (40,2).
Una spesa che avrà un impatto industriale minimo e un impatto macroeconomico ancor più infimo, eppure si insiste. Vogliamo difenderci dalla Russia e vogliamo l’Ucraina nella UE. Vogliamo punire Putin per l’aggressione all’Ucraina e vogliamo sostenere Kiev. Due pesi, due misure. L’Europa come la vogliamo non c’è. Come ha affermato Gianni Cuperlo nella sua intervista a Concetto Vecchio di Repubblica: «La condanna dell’invasione russa dell’Ucraina non è in discussione. E chi fosse Putin lo sapevamo almeno dall’assassinio di Anna Politkovskaya, dai crimini in Cecenia e Siria, dall’annessione della Crimea e dalla repressione di ogni dissenso». Ma, chiediamo, c’è qualcuno che mette in discussione la condanna? «Credo sia giusto cercare una via negoziale che preveda anche un compromesso territoriale, ma fino a quando non vi saranno segnali di una analoga volontà da parte di Mosca, bisogna continuare a sostenere la resistenza del popolo e del governo ucraino. Su questo discuteremo fino a trovare quella unità che in politica estera descrive autorevolezza e credibilità di un governo».
Ora: cosa vuol dire sostenere la resistenza del popolo e del governo ucraino? Non c’è una resistenza del popolo ucraino, se non nel senso letterale del termine, lo sappiamo, di un popolo che deve sopravvivere alla guerra. Certamente non c’è una Resistenza partigiana di popolo (come furono quella italiana, francese, jugoslava). Perché nel Paese delle Ucraine – come ci ricorda Lucio Caracciolo – la divisione “etnica” e territoriale è un dato di fatto storico. Zone russe o russofone nettamente distinte dalle altre che sono state incluse nel moderno stato ucraino e sancite dai confini stabiliti nel 1991.
Sostenere l’Ucraina sostenendo, ad esempio, la sua accessione all’Unione europea, dovrebbe implicare che quel Paese rispetti i principi e le norme dell’UE. Il processo di accessione, solitamente, segue un percorso ben definito: lo stato e l’amministrazione devono conformarsi ai principi e alle pratiche sancite nell’Acquis Communautaire (il corpo di leggi, direttive e norme dell’UE). L’Ucraina lo sta facendo? Perché non si mette mai in discussione lo stato corrente degli affari politici e sociali di quel Paese? No, sull’Ucraina si stende un velo e si grida al Putin autocrate.
La prima cosa che andrebbe richiesta all’Ucraina è il rispetto della democrazia. Zelensky fu eletto nel 2017 in un’elezione a cui non furono ammessi i cittadini dei due oblast del Donbass (per ragioni di “sicurezza”, si disse). I partiti filo-russi, maggioritari in molti oblast, sono fuori-legge. Dal 2014, quelle province procedettero alla secessione, che fu ovviamente repressa dal governo centrale, dando inizio ad una guerra civile che in otto anni provocò 14mila morti. Li ricordiamo i reportage dei giornali occidentali in quegli anni: il governo ucraino non si comportò proprio correttamente. Da allora, il regime di Zelensky, con la scusa della guerra, si è consolidato cancellando ogni forma di opposizione filo-russa. Eppure, l’accessione dell’Ucraina all’Europa viene perseguita e celebrata senza alcuna pregiudiziale né forma di controllo sul processo democratico in quel Paese.
Non ci sarebbe da spendere una parola su questo? E anche se, alla fine, siamo tutti d’accordo sulla condanna dell’invasione russa, ci sono altri Territori occupati nel mondo il cui status non viene quasi menzionato. E, soprattutto, ci sono altri Territori occupati che reclamano una voce e la fine dell’occupazione: quelli palestinesi, in primis. E, quindi, condanniamo Putin per l’invasione e non spendiamo una parola su un altro regime che occupa territori da decenni, condannato da tutte le risoluzioni dell’ONU sul tema? La polemica sulla guerra in Ucraina serve anche a mettere in secondo piano altri conflitti come quello in Palestina, dopo lo sbandieramento del cessate il fuoco di febbraio a Gaza, dove i palestinesi muoiono ogni giorno sotto i bombardamenti e per le impossibili condizioni di vita. O come quello che ha visto l’Iran vittima di un attacco immotivato da parte di Stati Uniti e Israele. Oggi, ci dice Gianni Cuperlo, «dobbiamo combattere un pugno di dittatori, autocrati, affaristi e guerrafondai». E allora imponiamo sanzioni alla Russia, ci teniamo l'alleato Erdogan, ma non spendiamo una parola di condanna per Israele e il suo governo? I deputati Pd gridano allo scandalo per la riammissione dei russi al CIO, ma non hanno una parola di condanna per il fatto che lo Stato di Israele non è mai stata espulso?
Non è questione se Putin sia o meno uguale a Hitler. Cosa si è fatto per i russi d’Ucraina? Cosa ha fatto e sta facendo lo Stato di Israele, la cui azione a Gaza ha superato ogni possibile livello di accettabilità? E cosa si è fatto per condannarlo? Perché questa richiesta di rispettare il diritto internazionale deve valere per la Russia e non per Israele? Perché non partire dallo status dei territori occupati in Ucraina e riparlare di fine delle ostilità tenendone conto? Perché i Territori occupati in Palestina sono diversi dai Territori occupati in Ucraina (dove, peraltro, nessuno si è sognato di accusare i russi di genocidio)?
Cuperlo e il Pd farebbero un passo avanti se rifiutassero il falso dilemma “con Putin o contro Putin”, perché il punto è un altro. Se si vuole far rispettare il diritto internazionale lo si deve fare sempre. Preferiremmo che Cuperlo, dopo aver detto «di fonte alle guerre, a un riarmo globale mai più visto dopo il secondo conflitto mondiale», avesse aggiunto che siamo noi – i Paesi Nato – che negli ultimi anni abbiamo aumentato la spesa militare come nessun altro al mondo (con il silenzio delle sinistre), siamo noi che ora ci inventiamo una Russia che “vuole invaderci” quando, pur essendo una potenza nucleare, spende un terzo in armi di quanto spende l’Europa (e ha un Pil che è pari a quello di un Paese come l’Italia, non l’Europa), quando non sa come uscire dal pantano ucraino e non si gioverebbe in nessun modo di un conflitto più esteso.
Dire no al riarmo vuol dire cominciare dal nostro riarmo, dal riarmo della Germania e degli altri Paesi europei (la Polonia, ad esempio, che già spende più del 4% del Pil). Per andare da Putin e negoziare uno stop alla sua folle impresa. Con i dittatori bisogna farci i conti, combatterli certo, ma anche tenerli a bada. Se l’autocrate di Ankara è un nostro “amico” possiamo anche pensare di negoziare con Putin senza, per questo, essere filorussi. Non è tanto quanto Conte sia “filorusso” e non importa, perché le sue sono le parole più chiare e coerenti che si sono sentite finora contro il riarmo. Non ha senso parlare di “utopia della pace”, come fa Cuperlo, si parli del concreto su cui misurarsi. Ci sono tanti, anche nel Pd, che lo stanno facendo e vanno sostenuti. Il sentiero per l’unità dei progressisti è lastricato di molte insidie, ma ci sono cose che vanno chiarite perché si possa pensare di percorrerlo insieme, portando dalla vostra i milioni di italiani che hanno manifestato per Gaza e sono davvero contro la guerra e il riarmo.
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