Tra Pechino e l'Occidente: la Cina vista da Massimo D'Alema

RIVRINASCITA_20260226215805542_81b6b2bd6aec90e581d8b8a25321fcc8.jpg

ANSA

D. Sei stato in Cina in visita molte volte, in diverse vesti. La prima, se non sbaglio, nel 1979 come capodelegazione della FGCI. Erano i mesi delle riforme di Deng Xiaoping, dell’inizio di un processo prima prudente e poi radicale di revisione economica del sistema cinese. Quel viaggio fu molto importante per recuperare un rapporto con il Partito Comunista Cinese.

R. Questo era stato deciso. Berlinguer volle che noi andassimo. Mi chiamò e mi disse: “Andate, vai in avanscoperta”. E ci diede l’incarico di rimanere molti giorni in Cina e poi di scrivere, di raccontare estesamente il viaggio per capire quello che stava accadendo, anche al di là degli incontri ufficiali tra le delegazioni. Venne con noi Maria Chiara Risoldi, che all’epoca lavorava per La Città Futura e fece per Rinascita un lungo reportage, che era in sostanza il riassunto del “resoconto” che consegnammo al segretario e che aveva le dimensioni di un volume. Da allora sono passati quasi cinquant’anni: quella era la Cina delle biciclette. Se oggi vai a Shanghai, sul Bund, affacciato sul fiume Huangpu, da una parte trovi il lungofiume europeo e, dall’altra parte, il quartiere di Pudong, la zona dei grattacieli, la skyline futuristica che ricorda New York. Quando siamo andati noi al posto dei grattacieli c’era una palude. Possiamo misurare così, nel tempo, la straordinaria trasformazione di un Paese che in cinquant’anni ha vissuto, diciamo, tre secoli di storia europea. Quella era la Cina che usciva dalla guerra civile e soprattutto dall’esperienza della Rivoluzione Culturale e infine dallo scontro con la Banda dei Quattro. Alla fine degli anni Settanta la Cina era in bilico tra il rifiuto di quel passato recente e il tentativo di riassorbirlo nel significato di lungo periodo della storia cinese.

Questo aspetto è interessante per capire la Cina: il modo in cui il Paese ha affrontato il tema della demaoizzazione.

Cioè non facendola. Il gruppo dirigente che emerse intorno a Hu Yaobang — il capo effettivo fu Deng Xiaoping, che però non volle essere segretario del Partito — era un gruppo dirigente che aveva sofferto la persecuzione della Rivoluzione culturale, che era stata terribile. Noi in Occidente non abbiamo mai capito fino in fondo il senso di quella parola: l’abbiamo interpretata in molti modi, ma per loro fu innanzitutto una grande rivoluzione contro il potere. Il potere in Cina è storicamente esercitato dagli intellettuali. In questo c’è una continuità storica tra l’Impero Celeste, la “burocrazia celeste”, come l’ha definita il grande studioso francese Étienne Balazs, e, con i funzionari del Partito Comunista, il mandarinato di oggi. È sempre stato, in larga misura, un Paese governato da intellettuali sulla base di un criterio meritocratico. Nella storia cinese non è la proprietà terriera o la forza delle armi a conferire il potere, ma è la cultura e, in particolare, quel corpus della tradizione confuciana che è una sorta di filosofia delle relazioni umane. La Rivoluzione culturale è stata in questo senso una rivoluzione contro il potere, in quanto il potere era esercitato dagli intellettuali. Sia quando il bersaglio era Liu Shaoqi, sia nella campagna che vede uniti come bersagli polemici Lin Biao e Confucio: la rivoluzione culturale associa Confucio e la burocrazia del Partito. Quando poi il gruppo dirigente del Partito Comunista riprende il controllo della situazione, la tentazione della demaoizzazione è molto forte. Ma Deng fermò tutto con un discorso molto importante, in cui disse che il presidente Mao aveva fatto molte cose positive per la Cina. Aveva compiuto scelte fondamentali che non potevano essere cancellate ma c’era stata anche una parte sbagliata e occorreva adoperarsi per evitare che quegli errori si potessero ripetere. E su questo la questione si chiuse: rimase il culto di Mao come elemento di coesione popolare, ma che da allora non appartiene alle classi dirigenti.

Nel tuo libro di qualche anno fa, Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale (Donzelli Editore), hai ricordato come la Cina abbia storicamente rappresentato per l’Occidente un «altro da noi» che abbiamo sempre faticato a comprendere. Hai già citato alcune delle matrici culturali che plasmano la visione strategica cinese. Come la definiresti e come dobbiamo relazionarci con questo altro da noi?

Intanto, in Cina hai la percezione di avere a che fare con una grande civiltà, profondamente consapevole della propria grandezza. Henry Kissinger, nell’ultimo capitolo del suo ultimo libro, scritto nel 2022, Leadership, affronta il tema delle sfide delle leadership contemporanee. Kissinger sostiene con chiarezza che il primo grande problema dell’epoca attuale è la fine dell’ordine liberale: siamo tornati in un mondo in cui prevale la logica di potenza. Questo è tanto più pericoloso in quanto lo sviluppo tecnologico ha dotato il mondo di un potenziale distruttivo senza precedenti. La prima sfida, dunque, è imparare la coesistenza e, secondo Kissinger, il nodo centrale della coesistenza è il rapporto tra gli Stati Uniti e la Cina. Scrive una cosa molto fine: si tratta di due grandissime potenze, due grandi civiltà, che devono imparare a conoscersi e a rispettarsi, partendo dal presupposto che entrambe devono tenere a freno i propri istinti. Gli americani coltivano l’idea che il loro modello sia universale e che tutti debbano imitarlo; i cinesi l’idea che il loro modello sia unico, inimitabile, e che per questo debba essere ammirato da tutti. E questo, diciamolo, è meno pericoloso. La Cina, infatti, è una potenza che storicamente non ha mai aggredito nessuno, talmente convinta della superiorità del proprio modello da averlo protetto con una muraglia. Chi costruisce una muraglia non ha come programma di invadere gli altri.

Sono molto d’accordo. Una riflessione seria sulle prospettive del multilateralismo — e sulla necessità di rilanciare un dialogo tra forze, soggetti, culture dentro quell’orizzonte — non può che partire dal riconoscimento della crisi verticale dell’ordine mondiale liberale. Una crisi che non deriva appunto da aggressioni esterne quanto piuttosto dall’erosione dei presupposti ideologici e materiali che avevano reso egemone il modello fondato sull’economia di mercato e sulla liberal-democrazia. A oltre trent’anni dalla caduta del Muro, non credo vi siano dubbi sull’erroneità delle letture di Francis Fukuyama e di altri che preconizzavano un’affermazione definitiva e universale del modello capitalistico occidentale. Mi interessa una tua valutazione su questa crisi dell’Occidente e del modello liberal-democratico, che è in parte anche una crisi, contingente o strutturale, di questa forma storica di capitalismo.

Non c’è dubbio che oggi stiamo vivendo una crisi dell’egemonia occidentale. È una crisi di lungo periodo, non reversibile, che segna un mutamento profondo dello scenario mondiale. Le tendenze sono irreversibili. È irreversibile la tendenza al ridimensionamento, in termini relativi, del peso economico dell’Occidente. Secondo diverse proiezioni — per esempio quelle elaborate da Goldman Sachs — nei prossimi cinquant’anni il baricentro dell’economia mondiale è destinato a spostarsi: prima la Cina, seconda l’India, terzi gli Stati Uniti; poi Indonesia, Nigeria, Pakistan, Brasile. È impressionante come, in queste previsioni di lungo periodo, non compaiano nei primi posti Paesi europei. Ma c’è un dato ancora più profondo, anch’esso irreversibile, inesorabile, ed è il declino demografico. Fu anche uno dei primi grandi sintomi della crisi dell’Impero romano, al quale però i Romani reagirono con una politica lungimirante di apertura. In Occidente, invece, prevale oggi una risposta difensiva e disperata. Se si guarda alle proiezioni di fine secolo, l’insieme dell’Occidente — Europa, Stati Uniti, Australia e altri — rappresenterà circa il 10% dell’umanità, con un’età media molto elevata. È evidente che un simile mutamento strutturale non può essere semplicemente invertito. Il problema è che le classi dirigenti occidentali non hanno una visione del cambiamento: di come governarlo, di come viverlo. E allora reagiscono attraverso la paura. La destra è, in larga misura, l’espressione politica di questa paura del cambiamento e dell’illusione di poterlo arginare attraverso l’uso della forza: forza contro i migranti e contro tutto ciò che appare come minaccia esterna. Questo ha modificato anche la percezione dei grandi fatti internazionali. Si pensi a come è cambiato, anche in Europa, lo sguardo sul conflitto mediorientale: per lungo tempo lo si è letto dentro una logica che riconosceva il diritto di Israele ma anche il diritto del popolo palestinese. Oggi, invece, una parte delle classi dirigenti lo interpreta come l’avamposto di uno scontro di civiltà tra i nostri, cioè gli occidentali che hanno il diritto di uccidere, e gli altri, quelli che ci assediano, gli islamici, i nemici. In questo senso, la destra è l’espressione più evidente della regressione. Propter vitam vivendi perdere causas, cioè perdere le ragioni del vivere per il timore di perdere la vita: è l’illusione di poter sopravvivere sacrificando i propri valori, i diritti umani, la democrazia, lo Stato di diritto. Ma è, appunto, un’illusione, oltre a determinare un tragico imbarbarimento del nostro mondo.

Anche per le riflessioni che fai, siamo sicuri che la categoria di “Occidente” abbia ancora un senso proprio e, soprattutto, una prospettiva? Di fronte a una crisi così strutturale, non sarebbe forse più utile riflettere su come valorizzare, anche sul piano identitario, l’Europa, mettendo in evidenza una matrice culturale e politica distinta dagli Stati Uniti?

L’idea di Occidente ha tenuto insieme per secoli Europa e America, sia pure in un rapporto dialettico tra queste due polarità, ma con tratti comuni molto importanti: la liberal-democrazia, l’economia di mercato, un certo grado di libertà individuale e, in forme diverse, l’esistenza di un compromesso sociale che è stato fondativo delle democrazie occidentali. In Europa questo compromesso si è incarnato nel welfare; in America nel fatto, o nell’idea, che i poveri potessero diventare ricchi, cioè nell’idea della società aperta, con un ascensore sociale funzionante, capace di alimentare aspettative e speranze. Oggi è evidente che entrambi questi pilastri sono in crisi. La crisi della democrazia è innanzitutto crisi dei compromessi sociali che sono stati fondativi della democrazia, o comunque consustanziali. Quella capacità di “quadrare il cerchio” tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica — metafora che Ralf Dahrendorf ha usato per descrivere l’impresa di conciliare obiettivi sociali e dinamiche economiche complesse — oggi è venuta meno. Ed è chiaro che si accentuano tra Stati Uniti ed Europa differenze che non sono semplicemente culturali o valoriali, ma riflettono interessi materiali divergenti. Gli Stati Uniti possono pensare di rilanciare la propria potenza attraverso politiche aggressive: si guardi alla vicenda dei dazi, al Venezuela o all’Iran. Ma per l’Europa una deriva di questo genere è totalmente suicida. Questo divario di interessi richiederebbe una classe dirigente europea capace di gestire un rapporto inevitabilmente più dialettico con gli Stati Uniti, e certamente meno subalterno.

Ricordo di aver letto una tua intervista nella quale ragionavi sul fatto che in Occidente alla potenza della tecnica corrisponde una «mancanza di pensiero filosofico e letterario». Mentre in Cina, appunto, c’è un tentativo consapevole di mantenere attiva una riflessione etico-politica sulle basi culturali dello sviluppo. Potrei aggiungere, da storico, che mi ha sempre colpito il fatto che i dirigenti del Partito comunista cinese appaiano sempre a loro agio nel ragionare sui tempi lunghi della storia, mostrando di possedere, per vocazione antica, non solo una forte coscienza storiografica (seppure, anch’essa, molto diversa da quella di tradizione greco-romana, occidentale) ma anche una continuità narrativa del proprio passato. Forse anche questa profondità temporale pesa in qualche modo, incide.

Ed è anche una civiltà nella quale il valore dell’individuo, in quanto tale, è meno centrale rispetto alla tradizione occidentale. Noi abbiamo un’idea del tempo legata alla vita del singolo; per la civiltà cinese questo elemento ha un peso molto diverso. La centralità della persona è un valore tipicamente occidentale e, a mio avviso, è un valore irrinunciabile. Io parlo della Cina come di un interlocutore necessario. Loro non vogliono essere imitati e noi non dobbiamo imitarli, anche perché ci sono aspetti che non sono accettabili: è una società in cui per esempio può accadere, come è avvenuto a Hong Kong, che un editore venga condannato a vent’anni di prigione per un reato d’opinione. Questo non è accettabile. Il fatto che l’Occidente stia perdendo autorità morale — anche per il livello intollerabile di violazioni dei diritti umani che si registrano in questa parte del mondo — non giustifica ciò che avviene altrove. Detto questo, bisogna innanzitutto capire cos’è la Cina ed evitare analisi rozze. Gli americani hanno continuato a leggere la Cina come una variante asiatica del modello sovietico, pur avendo tutti gli strumenti culturali per comprendere che non era così. Mi permetto di rilevare che l’America — al contrario della Cina — è un Paese nel quale a volte il divorzio tra politica e cultura è impressionante.

Le categorie concettuali tradizionali della teoria economica (capitalismo liberale vs socialismo pianificato) mi sembrano inadeguate per cogliere la specificità di quello che è definito “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Come descriveresti concretamente questo modello che, nonostante le ricorrenti profezie di un suo imminente “crollo economico”, continua a mostrare performance robuste di crescita?

Innanzitutto già questa formulazione — il socialismo con caratteristiche cinesi — ti fa capire che loro non si concepiscono come un modello da esportare. I sovietici non avrebbero mai pensato a un socialismo con caratteristiche russe.

Anzi, hanno trasformato il marxismo in marxismo-leninismo…

Esatto, hanno trasformato il marxismo in marxismo-leninismo. Ricordo quando andai per il convegno internazionale organizzato dall’Università di Pechino in occasione del bicentenario di Marx. Il presidente della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese disse: il nostro è un marxismo non dogmatico e noi riconosciamo il valore del mercato e della proprietà privata. E aggiunse: la Cina si misura con due grandi esperienze di modernizzazione. La prima è quella sovietica, in cui la politica ha soffocato le ragioni dell’economia e della società, ed è fallita. La seconda è quella occidentale, in cui la politica si è arresa all’economia: non è fallita, ma ha generato contraddizioni non sostenibili. L’Europa — aggiunse con grande acutezza — è stata una variante di questo modello, ma con la globalizzazione quella variante si è indebolita, fino a una sostanziale omologazione al paradigma neoliberale. Mentre noi cinesi vogliamo mantenere il primato della politica sull’economia, nel rispetto delle ragioni dell’economia. Disse anche un’ultima cosa molto interessante per noi che vogliamo capire cosa sia la Cina: il marxismo è stato per noi cinesi il modo con cui la nostra cultura si è confrontata con l’Occidente, non solo con Marx, perché attraverso Marx vi è stato l’incontro con Hegel, l’Illuminismo, la filosofia europea. E in effetti i due grandi momenti di rapporto e incontro della Cina con la civiltà occidentale sono stati quello con i gesuiti, Matteo Ricci, e con il marxismo. Dunque il problema è innanzitutto un problema filosofico, perché il pensiero occidentale e il marxismo concepiscono il progresso come frutto di un conflitto che per la cultura tradizionale orientale non c’è. La cultura orientale è una cultura dell’armonia. Il confucianesimo è una filosofia delle relazioni armoniche tra le persone; il taoismo riflette sull’armonia tra uomo e natura; anche il buddismo si inscrive in questa visione. Ma se l’idea di armonia attraversa i grandi filoni del pensiero orientale — torno all’intervento del presidente della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese — l’obiettivo è fare in modo che ci sia quantomeno un equilibrio tra armonia e conflitto. Se prevale solo il conflitto, si genera il caos, come nella Rivoluzione culturale. Se prevale solo l’armonia senza dialettica, si produce stagnazione. A mio avviso questo aiuta a capire molte cose dell’esperienza cinese e di come al suo interno si realizzi — non senza tensioni — l’incontro tra l’irruzione del pensiero occidentale attraverso Marx e la propria tradizione. Detto questo, quella cinese è una società dinamica ed è questa tra le più grandi differenze che la separano dallo statalismo sovietico. La realtà industriale che ha messo in difficoltà ChatGPT, DeepSeek, non è una grande impresa statale cinese, ma una start-up fondata da cinque ricercatori. Ciò dimostra come in Cina vi sia spazio reale per la creatività individuale e per l’economia privata, qualcosa che nel modello sovietico sarebbe stato impensabile.

Il rapporto della Cina con l’innovazione mi pare l’aspetto chiave. Dalla transizione verde all’intelligenza artificiale, la Cina sembra aver adottato una postura chiaramente offensiva sul fronte tecnologico.

Sì, si è creato un equilibrio complesso tra un controllo politico molto forte e una società straordinariamente dinamica. In Cina vi è un’economia vivacissima, un tasso di innovazione impressionante, in un Paese che deposita più brevetti di chiunque altro al mondo. Ma una capacità innovativa di questo livello non sarebbe possibile senza un certo margine di libertà: non libertà politica nel senso occidentale, ma spazi concreti di iniziativa, creatività e competizione economica. È proprio in questa tensione — tra controllo e apertura — che si gioca una parte decisiva dell’esperienza cinese contemporanea.

Quindi la libertà si accompagna alla programmazione, a una solida pianificazione economica. Ma questo è capitalismo? La Cina va considerata un’economia capitalistica guidata dallo Stato o piuttosto una società capitalistica in transizione, con forti elementi di socialismo al suo interno?

Siamo di fronte a un capitalismo con una forte presenza dello Stato, capace di indirizzare strategicamente lo sviluppo. Questo le ha permesso, ad esempio, di costruire una lunga fase di crescita industriale, durante la quale la Cina è diventata “la fabbrica del mondo”, sviluppando un’economia basata su salari relativamente bassi, alta produttività e un elevato impatto ambientale, seguendo un modello manchesteriano simile a quello della rivoluzione industriale europea. Questo approccio, che oggi è in buona parte superato, ha consentito l’accumulo di ingenti risorse e un rapido consolidamento economico. Quindici anni fa, partecipando a un grande convegno sulla lotta alla corruzione con ospiti internazionali, Wang Qshan, allora vice presidente della Cina e, soprattutto, segretario della Commissione di Disciplina del Partito Comunista, disse: “Non possiamo permetterci di perdere il consenso del popolo cinese, perché ciò disgregherebbe la Cina, il che sarebbe un problema anche per voi, non solo per noi”. Nel convegno non negò i problemi. Anzi, riconobbe il fatto che i dirigenti del Partito Comunista, così come quelli dello Stato, erano arrivati a detenere un potere enorme. E la rapida crescita economica aveva in molti casi generato arricchimenti personali, allontanando troppi dirigenti dal sentimento delle persone più semplici e generando sfiducia verso la classe politica. Non potendoselo politicamente permettere, il PCC decise di avviare un’azione diffusa, di controllo sul comportamento dei funzionari. Non sugli aspetti giudiziari, di cui si occupava la magistratura, ma sullo stile di vita. “Dove c’è uno stile di vita che non è accettabile per le persone comuni — disse Wang Qshan — noi cambiamo”. Il secondo problema, individuato allora, era relativo ai salari troppo bassi e a un livello di inquinamento eccessivo. Perciò — per Wang — non soltanto bisognava combattere la corruzione, ma occorreva anche cambiare il modello di sviluppo, rendendolo più sostenibile, migliorando l’aria che respiriamo e le condizioni di vita delle persone. Queste cose la Cina è riuscita a farle in 15 anni. In un quindicennio hanno radicalmente trasformato il loro modello di sviluppo. Il salario medio è cresciuto di tre volte salendo a 1016 euro (dato 2024), mentre da noi è rimasto stagnante. Se consideriamo il potere d’acquisto, il salario medio cinese oggi è superiore al nostro. Inoltre, hanno delocalizzato gran parte delle produzioni più inquinanti e hanno puntato fortemente sulle nuove tecnologie. Sono diventati il Paese in cui la green economy ha compiuto i passi più rilevanti: nelle grandi città, per esempio, la maggior parte delle auto circolanti è elettrica. Questo risultato è stato possibile naturalmente grazie a una forte capacità di comando politico che viene esercitata in forme che noi non consideriamo giuste o accettabili per la nostra civiltà. Però diciamo che da noi manca complessivamente una capacità di guida politica dei grandi processi economici. Prendi un altro dato che è abbastanza impressionante: la Cina ha perso negli ultimi anni 229 miliardari, cioè più della metà delle persone con un patrimonio superiore a un miliardo di dollari. In Occidente si tende a interpretare questo fenomeno come conseguenza di una crisi economica, ma in realtà la Cina, nonostante le difficoltà, continua a crescere a un ritmo del 5-5,5% annuo. La riduzione della concentrazione della ricchezza è stata invece una decisione politica deliberata. All’origine di questa scelta c’è il Comitato Centrale del Partito Comunista, che ha convocato un plenum intitolato “Condividere il benessere”. Dopodiché i dirigenti hanno agito di conseguenza: hanno incontrato gli imprenditori uno per uno, concordando azioni concrete per ridistribuire patrimoni, frammentare monopoli come Alibaba e introdurre forme di fiscalità personalizzata, riducendo così la concentrazione della ricchezza. Vorrei osservare che nessuno di questi miliardari “patriottici” è fuggito dalla Cina per andare a godersi le sue ricchezze all’estero, anche perché pur avendo subito una riduzione dei patrimoni e, in qualche caso, anche l’indebolimento di posizioni dominanti in settori fondamentali dell’economia, hanno visto aprirsi altre possibilità di investimento e di innovazione come Jack Ma, che sta costruendo un’auto elettrica che viene presentata come la più performante del mondo. In fondo anche il capitalismo, quando era giovane e forte, anziché essere vecchio e corrotto, era capace di colpire i monopoli e di tassare la ricchezza, proprio perché si riconosceva che ciò era essenziale per rafforzare la concorrenza e favorire lo sviluppo.

Certo. E si tratta di una scelta in netta controtendenza rispetto al modello occidentale, dove il capitalismo tende a concentrare e centralizzare il capitale nelle mani di pochi, generando oligarchie finanziarie capaci di dominare i mercati.

Non solo: alla concentrazione dei capitali corrisponde anche una concentrazione enorme di potere. Siccome siamo nell’epoca del capitalismo dei dati, chi controlla capitali e informazioni esercita un’influenza politica enorme. Questo fenomeno è evidente, e l’esperienza americana ne è un esempio lampante. In questo senso, la Cina — pur con sistemi non democratici — dimostra una capacità di indirizzare e regolare lo sviluppo economico che l’Occidente ha ormai completamente perduto.

È del tutto vero che non dobbiamo guardare al modello cinese come a un riferimento diretto, anche per le ragioni che tu hai ricordato. Noi tuttavia siamo eredi di una particolare cultura economica, europea-occidentale, basata sull’economia mista, che nei trent’anni gloriosi del secondo dopoguerra ha reso compatibile il mercato con l’intervento pubblico, la programmazione e, per certi versi, persino con alcune forme di pianificazione democratica. In questo senso, possiamo chiederci se il modello cinese, con le sue caratteristiche specifiche, può stimolarci o sfidarci, almeno sul piano intellettuale. In particolare, ci sono indicazioni concrete che possiamo trarre da quell’esperienza, sul terreno della politica industriale, della pianificazione strategica, del ruolo della politica e delle istituzioni come centro ordinatore dello sviluppo economico e programmazione dei settori strategici?

La loro esperienza politica è certamente diversa dalla nostra. Tuttavia, per l’Occidente — e in particolare per la sinistra — la sfida è chiara: la democrazia occidentale deve recuperare la capacità di orientare lo sviluppo e di redistribuire la ricchezza, altrimenti rischiamo di mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà. Viviamo in un’epoca in cui il capitalismo rischia di erodere la democrazia. Storicamente, il punto di equilibrio — la “quadratura del cerchio” — era mantenere insieme democrazia, capitalismo e inclusione sociale. Se questa capacità viene meno, il rischio è che il capitalismo globale divori non solo la democrazia, ma anche l’insieme dei diritti che sono la principale acquisizione del mondo occidentale. L’esperienza cinese ci sfida non a imitarla, ma a risolvere quei problemi nel quadro della democrazia occidentale. È chiaro che l’incapacità dell’Occidente di regolare lo sviluppo economico e di ridistribuire la ricchezza ha contribuito alla perdita di attrattiva delle democrazie: queste non sono in difficoltà perché gli altri sono “cattivi”, ma perché hanno perso forza di attrazione. Per questo la sfida che l’esperienza cinese pone non riguarda solo la sinistra: in Occidente emerge la necessità di una riscossa democratica più ampia che richiede una capacità interna di affrontare in modo efficace e coerente i problemi strutturali del capitalismo globale, nel rispetto dei principi democratici. Attenzione: una riscossa democratica non può essere immaginata come un fenomeno esclusivamente europeo. Per certi aspetti rischiamo che accada prima negli Stati Uniti che da noi, data la devitalizzazione delle classi dirigenti europee. La reazione più vitale al trumpismo, ad esempio, proviene da figure come il governatore della California, che a Davos ha dichiarato: “È uno scandalo vedere gli europei piegati servilmente di fronte al presidente degli Stati Uniti”. Ce lo facciamo dire da loro! Dal governatore del Minnesota ai sindaci di New York e Seattle. Il tema, che definisco di una riscossa democratica contro la cosiddetta cultura “MAGA” — la cultura della rivincita occidentale incarnata da slogan come “Make America (Make the West) Great Again” e che unisce Meloni, Netanyahu e Trump — implica necessariamente una visione fondata sulla coesistenza, la collaborazione e la responsabilità internazionale: coesistenza con la Cina, cooperazione per la pace, lotta al cambiamento climatico. Se il campo democratico pensa di tornare a governare basandosi su un rilancio della guerra fredda in nome dei “valori dell’Occidente” rischia il suicidio. Il tema della pace e della coesistenza non è opzionale: è centrale per qualsiasi progetto politico democratico credibile.

Negli ultimi vent’anni la Cina ha sviluppato relazioni estremamente capillari con l’Africa, combinando investimenti infrastrutturali, accordi commerciali e cooperazione politica, in un tentativo di rafforzare la propria influenza sul continente e consolidare legami strategici con i Paesi del Sud globale. Al contempo, mantiene un’alleanza pragmatica con la Russia, condividendo interessi su temi energetici, militari e di sicurezza internazionale, pur con differenze e potenziali tensioni sul lungo periodo. Poi c’è l’India, che rappresenta un competitor cruciale: la sua demografia crescente, l’espansione economica e il peso geopolitico la rendono un attore centrale nella ridefinizione dei nuovi equilibri globali, forse più del confronto con gli Stati Uniti sul piano economico. Qual è lo schema generale cui lavora la Cina?

Loro prendono molto sul serio la politica del “Grande Sud”, anche perché la vedono come uno strumento per costruire una rete di relazioni internazionali indipendenti dalla centralità occidentale, comprese quelle economiche. Un esempio è la Banca di sviluppo dei BRICS, un’istituzione in rapida crescita ispirata al modello della Banca Mondiale. Gli azionisti sono i Paesi fondatori — Cina, India, Russia, Brasile e Sudafrica — e la Banca concede prestiti a lungo termine per infrastrutture, scuole, ospedali e altri progetti strategici, contribuendo a creare una solida rete di rapporti globali. Quando sono stato in Cina l’ultima volta, in quella che i giornali italiani hanno definito la “sfilata dei dittatori”, erano rappresentati governi che coprono l’80% dell’umanità. Qualcuno mi ha chiesto perché ci sono andato. Bada: se questi sono tutti nemici arrendiamoci, arrendiamoci subito! In quei giorni è avvenuto un fatto storico, la visita di un primo ministro indiano in Cina, che non accadeva da diversi anni.

Secondo te in prospettiva non esiste il rischio di una collisione tra l’India e la Cina?

Loro cercano di ridurre il rischio di collisione, e non c’è dubbio che ci lavorino con attenzione. A differenza dell’Europa, che ha avuto il grande merito nel dopoguerra di aver creato condizioni di collaborazione oltre le tragedie dei nazionalismi, l’Asia resta attraversata da forti spinte nazionalistiche che inevitabilmente indeboliscono la forza propulsiva regionale. Tuttavia, la Cina lavora attivamente per costruire relazioni di collaborazione con gli altri Paesi asiatici, e questo rappresenta oggi la principale preoccupazione della sua politica estera. Xi Jinping, per esempio, è andato in Vietnam, un Paese con cui i rapporti storici non sono stati semplici. Molto del futuro equilibrio mondiale dipenderà dalla capacità delle grandi potenze asiatiche di gestire le relazioni regionali, e non va sottovalutato il ruolo dell’Indonesia, destinata a diventare rapidamente la quarta economia del mondo e un attore fondamentale per gli equilibri globali. Per questo la Cina non ha mai approvato la guerra in Ucraina. Innanzitutto i cinesi sono stati colti di sorpresa dalla guerra: se guardi i dati, rimani sorpreso, perché il principale partner economico dell’Ucraina era proprio la Cina. Gli scambi commerciali e gli investimenti erano molto stretti: poco prima della guerra, la Borsa di Shanghai aveva addirittura acquisito una quota significativa della PFTS Stock Exchange, uno dei principali mercati azionari ucraini, a testimonianza della profondità dei rapporti economici tra i due Paesi. Per i cinesi, quindi, la guerra è stata chiaramente un errore, un evento che non corrispondeva alle loro aspettative. La loro posizione è chiara, non approvano l’invasione dell’Ucraina, ma al contempo ritengono che l’Occidente sia corresponsabile del conflitto. Questa analisi non è del resto isolata: la condividono anche Paesi come Brasile e India, ed è un’interpretazione del tutto ragionevole. Quello che è accaduto nella prima metà dello scorso anno è però emblematico. L’Unione Europea e altri Paesi avevano portato all’Assemblea Generale dell’ONU una risoluzione di condanna della Russia. La Cina, insieme a India e Brasile, ha deciso di astenersi dal voto, facilitando così l’approvazione della risoluzione. Quando è arrivato il momento del voto, gli Stati Uniti hanno votato contro, insieme alla Corea del Nord, mentre la Cina si è astenuta. Questo episodio avrebbe meritato più di un editoriale, invece è stato censurato dalla nostra indescrivibile informazione: indescrivibile nel senso della modestia, del servilismo. Se la Cina avesse votato con la Corea del Nord a difesa di Putin, sarebbe stato il titolo di apertura, avendolo fatto gli Stati Uniti d’America è risultato imbarazzante. Però questo episodio ha colpito i cinesi, e una delle ragioni per cui hanno dato così rilievo alla presenza di Putin alla celebrazione dell’80° anniversario della vittoria nella II guerra mondiale, poco dopo, è stata proprio la preoccupazione per una manovra americana troppo evidente, mirata ad agganciare la Russia in chiave anticinese. E loro questo non se lo possono permettere: anche perché è evidente che l’apparato industriale cinese cammina con il carburante russo. È chiaro che i cinesi non vogliono rinunciare a quell’accesso privilegiato alle materie prime della Russia che noi abbiamo loro concesso grazie alla politica delle sanzioni.

Cosa pensi, invece, delle prospettive di relazione tra Europa e Cina? Noi ci troviamo in una tensione strutturale: da un lato, è giusto puntare con decisione all’autonomia strategica, rafforzando la nostra sovranità politica, tecnologica e industriale; dall’altro, esiste una necessità reale di aprirsi a nuovi mercati, creare nuove opportunità di partnership e cogliere opportunità economiche e industriali che Pechino offre. In alcuni settori strategici europei — ad esempio semiconduttori, batterie per la mobilità elettrica, infrastrutture digitali o intelligenza artificiale — la competizione è già persa o fortemente compromessa, e ciò impone a mio giudizio scelte pragmatiche: è possibile scendere a patti per mantenere un ruolo competitivo, senza però rinunciare a principi fondamentali né alla coesione europea?

Io credo che sia interesse dell’Europa la collaborazione economica con la Cina. Naturalmente noi dobbiamo proteggere i nostri interessi e ottenere una maggiore apertura del mercato cinese, non solo dal punto di vista della importazione di merci europee, ma anche nel campo dei servizi. Dobbiamo ottenere anche una piena protezione degli investimenti. Si sono fatti passi in avanti da questo punto di vista, ma rischiamo una battuta d’arresto, se da parte nostra, spesso su pressione americana, prendono forza meccanismi protezionistici nel nome di pretese ragioni di sicurezza. In Italia, ad esempio, in qualche caso, l’uso ingiustificato del golden power ha finito per creare diffidenza in potenziali investimenti cinesi. In diversi campi invece sarebbe interessante e utile attrarre risorse e tecnologie. In particolare penso alla green economy nella quale sia per quanto riguarda l’automotive, sia per quanto riguarda la produzione e l’accumulo di energia da fonti rinnovabili, i cinesi sono certamente più avanti di noi.

Siamo arrivati all’ultima domanda di questo nostro dialogo. Non ti chiedo come è cambiata la Cina dal 1979 a oggi — me lo hai già detto — ma come è cambiato il tuo sguardo sulla Cina. Hai cambiato qualche idea, hai superato qualche pregiudizio, hai imparato qualcosa?

Io resto saldamente ancorato all’idea berlingueriana della democrazia come “valore universale” e, per questo, non riesco ad appassionarmi fino in fondo a modelli di società in cui questo valore non è pienamente riconosciuto. Allo stesso tempo, cerco di comprendere le particolarità del modello cinese, che è molto più complesso di quanto si creda. Spesso definiamo “dittature” sistemi che in realtà sono molto più articolati. In Cina, ad esempio, i meccanismi di collegamento tra opinione pubblica e processo decisionale sono meno rozzi: non si tratta di una dittatura militare, ma di un sistema politico complesso e strutturato. Detto questo, resta una distanza, una differenza sostanziale che non è un pregiudizio, ma il riconoscimento di valori e principi diversi. Certo, rispetto a trent’anni fa la mia fiducia nell’Occidente si è notevolmente attenuata. Questo non riduce il senso di necessità del dialogo con la Cina. Al contrario, oggi è ancora più necessario instaurare un confronto costruttivo, in una situazione in cui l’Occidente è senz’altro meno forte di quanto non fosse tre decenni fa.