Tra fuoco, musica e abissi: tre storie di rinascita e identità
Da Rebuilding a De Gregori fino al finale di Euphoria: resilienza, arte e redenzione attraversano tre racconti diversi ma uniti dalla ricerca di sé.

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Il mio cine-consiglio è semplice: si chiama "Rebuilding". Significa più o meno ricostruzione, e tale è il significato del piccolo film scritto e diretto dal 33enne Max Walker-Silverman, non a caso nato a Telluride, Colorado, lo Stato in cui è ambientata la vicenda. Non so quanto possa aiutare, sul piano del richiamo, la presenza dell'attore inglese Josh O'Connor, 36 anni, presto nelle sale con l'atteso "Disclosure Day" di Steven Spielberg. Vedremo. Certo O'Connor ha fatto un gran lavoro sulla cadenza americana, così diversa dalla sua "all british", ed è un peccato che tutto ciò vada perso nel doppiaggio. Leggo però che Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures garantiranno anche copie in lingua originale coi sottotitoli da giovedì 4 giugno.
Siamo nelle zone rurali attorno ad Alamosa, appunto Colorado. Un giovane e smagrito cowboy barbuto chiamato Dusty ha perso tutto a causa di un incendio devastante che ha distrutto un migliaio di case. Nulla resta della sua piccola fattoria, se non un cavallo e un vecchio pick-up Chevrolet: le vacche sono morte bruciate, la banca non garantisce un prestito, il lavoro da operaio stradale proprio non gli si addice, forse solo nel Montana troverà da fare il cowboy.
Dusty è un soprannome, significa polveroso, e in effetti il giovanotto sembra, psicologicamente, ricoperto di cenere. Trova alloggio in una piccola comunità di roulotte in mezzo al deserto, quattro o cinque in tutto, che ospita gente come lui rimasta senza niente. Per fortuna c'è Callie-Rose, la figlia, che vive con l'ex moglie Ruby, il suo nuovo compagno e l'anziana madre Bess. La situazione di stallo offre a Dusty l'occasione per passare qualche tempo con la piccola, che lo idolatra e vorrebbe fare la cowgirl da grande: sarà, avrete capito, il punto di partenza per una "rinascita", ma bisogna vedere il film per sapere come e dove.
Meditabondo, silenzioso, malinconico, fatto di vuoti, di qualche canzone folk (perfetta "How Lucky" di John Prine), di albe, tramonti, alberi scheletriti e chiacchiere attorno al fuoco, "Rebuilding" è un western moderno che parla di quella che oggi chiameremmo resilienza: la furia del fuoco ha bruciato tutto, serviranno otto-dieci anni prima che la terra possa dare di nuovo dei frutti, e tuttavia forse si può ripartire da alcune rovine, a patto di non essere soli...
Non saprei dire se, nell'atmosfera generale, ci sia qualcosa di "Nomadland", il film itinerante di Chloé Zhao che vinse il Leone d'oro a Venezia nel 2020; certo il regista, al suo secondo lungometraggio dopo "A Love Song", conosce bene il suo Colorado: quei panorami, quelle facce, quelle situazioni di povertà. Di O'Connor, così diverso dai tempi della serie "The Crown" dove era il principe Carlo, s'è detto; la piccola Lily LaTorre è sorprendente nel ruolo di Callie-Rose, intonate al clima generale Meghann Fahy, la ritrovata Amy Madigan e Kali Reis nei panni della madre, della nonna e di Mali.
Certo bisogna amare queste storie randagie e proletarie per apprezzare "Rebuilding", il cui sottotitolo "Come l'acqua per il fuoco" suona vagamente pleonastico o poetizzante.
Al netto delle vivaci polemiche di questi giorni, nella speranza che nessuno tra i suoi estimatori accusi più il cantautore di diserzione politica solo perché non gli piace fare proclami dal palco, giovedì 4 giugno è arrivato su Rai3 in prima serata (ore 21.20) il documentario "Francesco De Gregori. Nevergreen", scritto e diretto da Stefano Pistolini, una firma nel mondo della musica. Naturalmente si potrà recuperarlo su Raiplay nei giorni successivi. Già in anteprima alla Mostra di Venezia 2025 e poi nelle sale per pochi giorni lo scorso settembre, il film è prodotto dalla Our Films di Lorenzo Mieli & Mario Gianani.
Il titolo è stato spiegato più volte dal cantante oggi 75enne. "Nevergreen" all'opposto di "evergreen", nel senso delle canzoni meno note e fortunate, spesso dimenticate o sottovalutate, si potrebbe dire "perfette sconosciute", ma pur sempre care al loro autore.
Ricorderete, forse. Tra il 23 ottobre e il 27 novembre del 2024 De Gregori e la sua rodata band si esibirono in una ventina di concerti, al teatro Out Off di Milano, ogni sera di fronte a sole 200 persone, in un rapporto stretto, ravvicinato col pubblico (l'esperimento sarà ripreso a fine novembre nello stesso teatro, e prima, a ottobre, nella più capiente Sala Umberto romana). Il film ripropone alcune di quelle esibizioni, s'intende alternandole a interviste, prove, chiacchiere e digressioni, proponendosi non come una biografia musicale, non uso apposta la parola "biopic" detestata dall'interessato, bensì come la fotografia di un musicista al lavoro con la sua band.
«I telefonini? Fate quello che vi pare, non me ne frega niente. Non state lì a nasconderli» rassicura De Gregori appena arriva sul palco, prendendo subito le distanze da quanto preteso invece da Bob Dylan durante una recente tournée. Suoni acustici ed elettrici, un po' da festival folk di Newport, si mischiano nello srotolarsi dei novanta minuti. Durante i quali vediamo il cantautore romano, insolitamente rilassato e spiritoso, spesso all'armonica a bocca, duettare con amici chiamati per rallegrare le serate: Malika Ayane, Elisa, Jovanotti, Ligabue, Zucchero...
Echeggiano brani come "Il vestito del violinista", "Il cuoco di Salò", la versione in italiano delle dylaniane "Desolation Row", "Sweetheart Like You" e "I Shall Be Released", la stupenda "Diamante" con Zucchero, la quasi inedita "Mannaggia alla musica" che fu scritta per Ron...
Chi ama le canzoni, la voce e il sound di De Gregori non resterà deluso. Chi è invece rimasto deluso dalle sue recenti parole, espresse peraltro in modo chiaro, senza la pretesa di dare lezioni ai colleghi politicamente engagé, faccia pace con lui, riponga l'esecrazione e apprezzi magari l'onestà con la quale, parlando dell'ispirazione che non sente più ribollire dentro di sé da una decina d'anni, il cantante continua a divertirsi a suonare per pubblici raccolti, per spettatori seduti a un passo da lui (però i prezzi del biglietto, diciamolo, sono davvero troppo alti, anche a considerare la dimensione teatrale dei due eventi).
Alla faccia del "filosofo" ultra-nazionalista russo Alexander Dugin, secondo il quale noi occidentali guardiamo "Euphoria" perché «siamo tutti pervertiti, ci stanno mangiando il cervello, civiltà disgustosa, nessuna ragione per esistere: morite», ho visto su Sky l'ottava e ultima puntata della terza stagione della serie diretta dal quarantunenne Sam Levinson, il quale a sua volta prese spunto da una miniserie israeliana trasmessa in quel Paese nel 2012 e nel 2013.
Il capitolo finale s'intitola "In God We Trust", e certo non è una formula scelta a caso. Magari non tutti sanno che il presidente Dwight Eisenhower firmò la legge per inserire quel motto su tutte le banconote americane solo nel 1955; un anno dopo divenne ufficialmente il motto nazionale sostituendo parzialmente il precedente "E pluribus unum".
So che a molti questa ultima stagione non è piaciuta granché, forse apparendo eccessiva, survoltata, spesso anche sgradevole, quasi splatter; io stesso non so che cosa bene pensare, ma certo, vista in inglese coi sottotitoli, mi ha progressivamente preso, trovando io in essa elementi di tragedia e di farsa, di ferocia e di sarcasmo, tutti incisi sul viso della povera Rue, il personaggio incarnato da Zendaya: attiva, fattiva, scaltra e insieme manovrata dagli eventi decisi da altri; pestata, inseguita, minacciata, in cerca forse di un Dio capace di redimerla dalle sue colpe e dal Fentanyl.
L'audacia sul piano delle sequenze di nudo, i dialoghi spesso scurrili, la descrizione del mondo tossico delle dipendenze, dei neonazisti spacciatori, dei boss torturatori, del sesso in vendita sul web, dei truci locali di lap-dance: tutto ciò non è tanto diffuso nella fiction che si fa oggi anche sulle piattaforme digitali, sempre più simile a quella delle tv "generaliste". HBO, la produttrice, rappresenta ancora un'eccezione, comunque la si pensi su "Euphoria".
Posso però dire, senza guastare alcuna sorpresa, che l'immagine finale della serie, fortemente simbolica ed evocativa, ambientata nel deserto del Texas, non è di facile decifrazione: ci crede davvero Levinson o nasconde qualcosa di ambiguo che sfugge?
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