Tra disastri petroliferi e risorse prosciugate, l'ambiente diventa vittima

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ANSA

Sul piano ecologico la guerra sta già producendo effetti documentati e potenzialmente duraturi. Un primo bilancio del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) segnala oltre 120 incidenti con possibile impatto ambientale nei primi giorni del conflitto, di cui 92 classificati ad alto rischio per ecosistemi e salute pubblica.

Molti di questi episodi riguardano incendi ed esplosioni in infrastrutture industriali ed energetiche, con il rilascio nell’atmosfera di CO₂, metano e particolato tossico, che contribuiscono ad aggravare il bilancio globale delle emissioni climalteranti. Tra gli impianti colpiti figura la raffineria saudita di Ras Tanura, uno dei più grandi poli petroliferi del Medio Oriente.

Anche l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub mondiale per l’esportazione di gas naturale liquefatto, è stata coinvolta negli attacchi, con interruzioni operative e un aumento del rischio di incidenti industriali e fughe di gas.

Il conflitto espone inoltre il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz al pericolo di sversamenti di petrolio legati a petroliere danneggiate o affondate e a terminal energetici colpiti. In queste acque poco profonde l’inquinamento può persistere per anni, con effetti pesanti su fauna marina, pesca ed ecosistemi costieri.

Infine preoccupano i danni registrati nel sito nucleare iraniano di Natanz, confermati dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Pur non essendo state rilevate fughe radioattive, l’agenzia ricorda che ogni attacco a infrastrutture nucleari comporta rischi ambientali potenzialmente gravi.

Secondo gli esperti del CEOBS e di Climate Action Tracker, il tipo di guerra in corso in Iran ha un’impronta carbonica enorme. Il dato che emerge è impressionante: in Medio Oriente si rischia di bruciare in poche settimane ciò che in Ucraina è stato emesso in anni. In soli cinque giorni vengono stimate emissioni equivalenti a circa 20milioni tonnellate a fronte delle 311 milioni di tonnellate emesse in quattro anni di guerra in Ucraina, 311 milioni di tonnellate di CO₂, che rappresentano una quantità pari alle emissioni annuali di un Paese come la Francia.

Ma la guerra è il più grande nemico del clima non solo per le bombe. Lo è anche perché prosciuga le risorse necessarie alla transizione verso la neutralità carbonica. Con le tasse dei cittadini si sta finanziando la corsa al riarmo, cioè gli strumenti di distruzione dello stesso pianeta che alla Conferenza di Belém gli Stati avevano promesso di salvare.