Tra cinema d’autore e polizieschi di piattaforma: due storie agli antipodi

Dal delicato norvegese “Noi due sconosciuti”, premiato a Locarno e centrato sulla maternità single, alla serialità action di “Rosa Elettrica” con Maria Chiara Giannetta: il contrasto tra introspezione e formule televisive sempre più standardizzate.

Michele AnselmiBattaglia delle IdeeCULTURACINEMA
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Lo so bene: al cinema si vedono file soltanto per "Il diavolo veste Prada 2", arrivato a 18 milioni di euro in una settimana, e per "Michael", ora attorno ai 15. Il cinema d'autore sembra essere scomparso dal panorama, basterebbe vedere quanto sta incassando "Nel tepore del ballo" di Pupi Avati: una miseria. Tuttavia vale ancora la pena di farsi incuriosire da film che parlino magari anche di persone normali, pigiate nelle strettoie dell'esistenza, simili a noi anche se diverse.

Un esempio? "Noi due sconosciuti", norvegese, e scritto e diretto dall'attrice/regista 46enne Janicke Askevold. È appena uscito con Teodora Film, che valorosamente difende il cinema di qualità, talvolta riuscendo a creare anche dei piccoli casi commerciali.

Immagino sappiate che in quest'Italia oscurantista la procreazione medicalmente assistita è vietata alle donne single e alle coppie omosessuali. Conforta quindi sapere la Giuria Ecumenica del festival di Locarno, composta da membri protestanti e cattolici, abbia conferito il suo premio, lo scorso agosto, proprio a "Noi due sconosciuti", il cui titolo originale suona "Solomamma", sì in italiano.

La storia è in parte vera. Siamo a Oslo. La quarantenne Edith è una madre single che ha avuto suo figlio maschio, Sigurd, oggi di quattro anni, grazie all'inseminazione artificiale. Il donatore dovrebbe restare segreto, ma l'amica Trine, che ha usufruito dello stesso "servizio", riesce attraverso una registrazione vocale in inglese a indicare a Edith la possibile identità dell'uomo. Lei è combattuta, prova a reprimere la curiosità, ma poi cede: il padre biologico si chiama Niels Krohn, è un noto programmatore di videogiochi già al centro di una polemica di tipo etico, è sposato con due figli, vive in campagna a un passo da Oslo.

L'intervista che lei gli propone è solo un pretesto per conoscere il padre di suo figlio. Solo che, bugia dopo bugia, mentre tra i due i rapporti si fanno più intimi per le strane giravolte dell'esistenza, tutto scivolerà verso una strana resa dei conti...

Compresso tra desiderio, dovere e deontologia professionale, il personaggio di Edith trova in Lisa Loven Kongsli un'interprete precisa, anche fisicamente: di una bellezza elegante, sobria, non vistosa, molto nordica, e certo ascoltarla parlare in norvegese è un'altra cosa rispetto al doppiaggio italiano. Mentre lui, all'inizio stupito da quella richiesta giornalistica e poi allertato da alcuni atteggiamenti della donna, è incarnato con misura da Herbert Nordrum (bisogna arrivare al toccante sottofinale per capire perché, anni prima, decise di masturbarsi in quel bicchiere e domare il suo sperma).

"Noi due sconosciuti" a suo modo applica una sorta di suspense al resoconto degli eventi; non sarà un capolavoro, ma è intessuto di osservazioni acute sul tema della "monogenitorialità" e dell'innamoramento, non fa sconti sentimentali, depositando nello sguardo dello spettatore una possibile soluzione morale della delicata questione.


Chi mi conosce sa che ho una passione per Maria Chiara Giannetta, 33 anni, da Foggia, che trovo una delle nostre migliori giovani attrici. In attesa di vederla, probabilmente alla Mostra di Venezia, nel film "Noi un po' meglio" di Daniele Luchetti accanto a Elio Germano, eccola su Sky Atlantic, da venerdì 8 maggio, in "Rosa Elettrica - In fuga con il nemico", una miniserie poliziesca ispirata al romanzo omonimo di Giampaolo Simi (2007).

"Elettrica" a causa di un soprannome che le fu affibbiato da bambina e poi crescendo con ambizioni da musicista, Rosa Valera è una poliziotta trentenne di stanza a Ferrara, appena entrata nel delicato Nucleo protezione testimoni. È tosta, fiera, bella, indipendente, soffre di una fastidiosa cistite cronica, ha un fidanzato che ha derubricato a "trombamico" e spesso "parla" con una bambina saputella che è la proiezione di sé stessa.

All'improvviso la coriacea capa le affida un caso assai rischioso: proteggere un giovane boss camorrista, tal Daniele Mastronero detto "Cocìss", trasferito in gran segreto da Napoli perché ha deciso di pentirsi e testimoniare, essendo accusato di aver ucciso una bambina e quindi braccato dal clan degli Scurante, nemici storici degli Incantalupo.

Il giovanotto, s'intende iracondo e fanatico, viene nascosto in un monastero gestito da un frate capellone che si occupa di dipendenze varie, ma qualcosa subito non torna. Il nascondiglio è già stato scoperto dai killer, probabilmente c'è una talpa, sicché Rosa e "Cocìss" debbono scappare su una vistosa Ford Mustang blu, prestata dal padre di lei, in una corsa forsennata che li porterà prima a Chioggia, poi a Napoli, infine a Merano.

Prodotta da Cross Productions e scritta a otto mani da Giordana Mari, Fortunata Apicella, Serena Petrignanelli e Michela Straniero (tutte donne), la miniserie in sei puntate, due a settimana, porta la firma del cinquantenne regista e fotografo Davide Marengo. Lo sguardo femminile ogni tanto si sente, forse, in qualche dettaglio minore, ma in generale siamo dentro un canone piuttosto prevedibile di poliziesco all'italiana: ovvero tra coincidenze poco verosimili, vaghi toni da commedia, frasi stentoree del tipo «Basta cazzate, stai concentrato!», qualche sparatoria, vari inseguimenti, camorristi in stile "Gomorra", sospetti e depistaggi diffusi a piene mani sulla fedeltà alla legge dei personaggi...

Inutile fare paragoni con serie americane, inglesi o nordiche, dove tutto, di solito, è più livido e realistico, a partire dal versante privato, per non dire di come le nostre attrici impugnano le pistole (non ci credi mai). Naturalmente Rosa custodisce problemi di autoaffermazione, ma ho la sensazione che gli stereotipi legati al genere prendano il sopravvento sulla sostanza delle psicologie, e parecchio si vede, anche se poi vuoi comunque sapere come andrà a finire la vicenda.

Senza trucco, capelli raccolti a coda di cavallo, anfibi, jeans attillati e canottiera con reggiseno a vista, Giannetta incarna Rosa con onesto mestiere, ma insomma ha fatto di meglio nella sua carriera d'attrice; Francesco Di Napoli è "Cocìss", il criminale patentato e feroce che la sa lunga e forse un po' s'innamora del suo angelo protettore.

«Il Male bisogna guardarlo diritto in faccia» è una delle frasi-chiave che ascoltiamo. D'accordo. Ma bisognerebbe anche variare un po' la struttura drammaturgica di queste serie poliziesche. Non si può sempre partire da una scena shock, magari con voce narrante sopra, e subito aggiungere la scritta: «Dieci giorni prima...». Mi dicono, però, che siano le piattaforme ormai a imporre modalità narrative del genere, ed è un problema.

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