Tra cinema d’autore e piattaforme, l’estate triste dello schermo
Da “Tuner” a “Ladies First”, tra thriller musicali riusciti e satire gender senz’anima, il cinema cerca ancora il suo pubblico.

ARCHIVIO RINASCITA
Un amico mi chiede: chi va al cinema con questi caldi già estivi? Vai a saperlo. In effetti, a parte quei tre o quattro filmoni americani che raccolgono un pubblico giovane e trasversale (pensate: "Il diavolo veste Prada 2" è arrivato a 30 milioni di euro), tutto inclina al pessimismo. Nemmeno "Amarga Navidad" di Pedro Almodóvar, in concorso a Cannes, sembra funzionare sul piano commerciale, ed è, tra i titoli d'autore usciti la settimana scorsa, di sicuro il più gettonabile, insomma quello di cui un po' si parla.
Tra i nuovi appena arrivati, io consiglio "Tuner – L'accordatore", da giovedì 28 maggio nelle sale, distribuito da Notorious Pictures. Dimenticare il fantasmatico "Scordato" di Rocco Papaleo, pure il documentario "Pianomania" sul mitico accordatore austriaco di pianoforti Stefan Knüpfer. L'ha scritto e diretto un giovane cineasta canadese, il 33enne Daniel Roher, al suo esordio in un lungometraggio di finzione, benché già vincitore di un Oscar nel 2023 col suo documentario "Navalny". Il film a suo modo è un thriller, ma certo il mestiere di accordare i pianoforti si presta a una dimensione anche simbolica, fortemente emotiva.
Niki è l'assistente di un anziano, ormai sordastro, accordatore di pianoforti, l'ebreo newyorkese Harry Horowitz. Affetto da iperacusia, sicché deve proteggere l'udito con cuffie vistose per non soffrire le pene dell'inferno a causa dei rumori molesti che lo mandano in tilt, il giovanotto ha l'orecchio assoluto, riconosce ogni nota al volo, anche in complicate combinazioni, neanche la più minima stonatura gli sfugge, un tempo era un promettente pianista e compositore, poi successe qualcosa. L'incontro casuale con una pianista di origine cinese in cerca della grande occasione, Ruthie, sembra movimentare la vita rassegnata dell'accordatore: potrebbe nascerne un amore, ma il destino mette bocca nell'idillio, specie quando l'indebitato Harry finisce in ospedale. Servono soldi, molti, per curarlo, l'unico modo per farli è mettere a disposizione di un cinico malvivente, un certo Uri di origine ebraica, quel "dono", l'orecchio assoluto. A Niki basta poco per aprire le casseforti più impervie, solo il silenzio assoluto, ma quanto può durare quel gioco pericoloso?
Una certa meccanicità sceneggiatoria, a colpi di ripetute coincidenze, grava sul film, scritto dal regista insieme a Robert Ramsey: l'idea è di guidare i destini dei protagonisti verso il finale a effetto, nel frattempo mostrando le pene di Niki, il cui talento miracoloso è sempre a un passo dall'essere invalidato da qualche rumore straziante in arrivo.
Leo Woodwall è proprio bravo nel dare al suo Niki questo mix di arroganza e fragilità: la sua cultura musicale è infinita, passa da Horace Silver a Ravel, da Tommy Flanagan a Mussorgsky, ma gli eventi finiscono con stritolare la sua lucidità, esponendolo a rischi e figuracce. L'88enne Dustin Hoffman, in partecipazione speciale, fa di Horowitz un personaggio burbero e affettuoso, un po' il padre che Niki non ha mai avuto, mentre Havana Rose Liu è la pianista toccata dalla grazia del giovanotto e Jean Reno il tronfio compositore europeo in cerca di nuovi talenti. Per chi non l'avesse riconosciuto, c'è l'israeliano Lior Raz, storico protagonista delle serie "Fauda", nei panni di Uri: sembra buono, invece...
«Accordare pianoforti significa creare un'armonia dal caos» è forse la frase-chiave del film. Molto sponsorizzato dalla Yamaha, che costruisce pianoforti da concerto in concorrenza con la mitica ditta Steinway & Sons (c'è anche una battuta impertinente nel merito).
Quanto alle piattaforme in streaming, mi aspettavo molto di meglio da "Ladies First", che non è una miniserie bensì un film. La verità? Non sono riuscito ad andare oltre i primi 45 minuti, su 93 totali, per quanto m'è sembrato stupido. Lo danno su Netflix. Remake inglese di una commedia francese del 2018, "Non sono un uomo facile" di Eléonor Pourriet, "Ladies First" porta la firma di una brava regista, Thea Sharrock e sfodera un cast di tutto riguardo: Sacha Baron Cohen, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Charles Dance, Fiona Shaw. Tuttavia...
Siamo un po' dalle parti di "What Women Want - Quello che le donne vogliono", quel fortunato film del 2000 con Mel Gibson e Helen Hunt, ma ventisei anni dopo tutto diventa più sciocco, lesso e banale, anche a voler apprezzare la prospettiva femminile legata al rovesciamento dei ruoli uomo-donna nel campo della pubblicità.
Protagonista della storiella un tronfio e maschilista manager cinquantenne di una stellata agenzia pubblicitaria londinese, la Atlas, destinato a diventare Ceo l'anno dopo. Damien Sachs piace alle femmine, si sente un dio, crede di essere un "creativo" ineguagliabile in fatto di birra Guinness (sponsor), ma il suo capo consiglia un piccolo riequilibrio "di genere" all'interno dell'azienda. Per finta, naturalmente. La scelta cade su Alex Fox, che lavora lì da vent'anni: lei pensa di essere promossa per le sue capacità, invece è solo un trucco politicamente corretto.
Nello stesso giorno, sorridendo a una bella fanciulla per strada, un po' alla maniera del truffautiano "L'uomo che amava le donne", sbatte la capoccia contro un lampione: al suo risveglio si ritrova in un mondo comandato dalle donne, la stessa Alex è ora il suo capo, quasi la sua copia carbone ma molto femminile.
Avrete capito: la misoginia è stata sostituita dalla misandria, per cui Damien dovrà intonarsi al nuovo corso, mettendo da parte l'arroganza maschilista di un tempo e trasformandosi, ceretta nelle parti basse inclusa e ritocchi vari al fisico, in un "oggetto del desiderio" nella speranza di piacere perfino all'attempata Felicity che un tempo era la segretaria addetta al caffè... In attesa che il mondo torni, diciamo, al verso giusto.
Fa sorridere e pensare? A me non pare. Sacha Baron Cohen, che fu il mitico protagonista di "Borat", è un attore versatile, tendente al comico; ma qui appare fuori ruolo, in evidente difficoltà alle prese con le battute da dire, come tutti gli altri del resto. Il rovesciamento dei ruoli è così schematico (le mogli ruttano e scoreggiano guardando la tv, le dirigenti divorano hamburger e bistecche, gli uomini sono ridotti a servili comprimari, eccetera) da ingenerare un senso di sconforto, pure cinematografico.
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