Tornare a possedere il nostro futuro
Casa, lavoro, servizi, ambiente e tempo: oltre la redistribuzione del reddito, serve un’economia che restituisca autonomia e potere di scelta alle persone.

ANSA
Per quasi mezzo secolo si sono fatti coincidere la libertà e il benessere con il mercato. Privatizzare avrebbe restituito spazio agli individui; liberalizzare avrebbe moltiplicato le scelte; la concorrenza avrebbe disperso il potere economico; la tecnologia avrebbe democratizzato conoscenza e produzione. Tutti avrebbero beneficiato dell’espandersi del mercato.
Non tutto, in quella promessa, era sbagliato: perlomeno nel Nord del mondo, mercati aperti e concorrenziali hanno prodotto innovazione, abbassato prezzi, aperto possibilità prima impensabili. Nel secondo dopoguerra, e fino alla svolta degli anni Settanta e Ottanta, nelle economie industrializzate occidentali la crescita si è accompagnata a una distribuzione più ampia dei suoi frutti: salari reali crescenti, minore concentrazione dei redditi e della ricchezza, estensione dei diritti sociali, maggiore accesso alla proprietà e al tempo libero.
Poi qualcosa si è rovesciato. In molti settori, la concorrenza che avrebbe dovuto disperdere il potere ha lasciato il posto alla concentrazione; la privatizzazione ha cambiato la proprietà senza sempre cambiare il potere di mercato: in alcuni settori, al monopolio pubblico è semplicemente subentrata una rendita privata; e la tecnologia, mentre moltiplicava le nostre possibilità, costruiva le infrastrutture proprietarie da cui quelle stesse possibilità avrebbero finito per dipendere.
È il paradosso del capitalismo contemporaneo: un sistema costruito intorno alla promessa dell’autonomia individuale e della crescita del benessere rischia di produrre nuove e più grandi forme di dipendenza.
Non è necessario chiamarlo tecnofeudalesimo. Basta osservare come si è ridisegnata la distribuzione del potere economico: una parte crescente dei rendimenti non deriva dal produrre qualcosa di nuovo, ma dal possedere qualcosa di cui altri hanno bisogno — immobili, brevetti, piattaforme, dati. È il passaggio verso un’economia della rendita, nella quale controllare l’accesso può valere quanto, se non più che, il saper produrre, creare o innovare.
L’Italia rende questo paradosso particolarmente visibile: l’occupazione è cresciuta, ma si concentra in attività a bassa produttività, e nel 2025 i salari reali erano ancora quasi il 3 per cento sotto il livello del 2019. Bassi salari rendono conveniente impiegare lavoro invece di investire in tecnologia, e la bassa produttività rende a sua volta più difficile alzare i salari: la Commissione europea parla ormai apertamente di una trappola italiana fra stagnazione della produttività e debole crescita dei salari reali.
Per capire le determinanti di questa situazione, che non è solo italiana, non basta soltanto chiedersi quanto cresce l’economia. È necessario guardare a quanto della propria vita riesce ancora a governare chi vive dentro quell’economia. E soprattutto, qual è l’obiettivo ultimo di una buona politica e di una buona economia? Bisogna forse usare una lente diversa per rispondere a queste domande: una lente che si focalizza, per l’individuo e le collettività, sull’autonomia e sull’“agency”, il controllo sulla propria vita e sulle proprie scelte.
Una nuova questione della proprietà
Viste da qui, alcune delle grandi inquietudini contemporanee smettono di apparire come crisi separate. La casa è il caso più immediato. Il suo prezzo dovrebbe misurare il valore che produce per chi la abita — sicurezza, radicamento, autonomia. Ma quando abitare diventa un’attività finanziaria, le due cose si separano: il prezzo misura un valore di scambio sempre più scollato dal reddito di chi quella casa la deve semplicemente vivere. La casa resta lì; a crescere è la quota di reddito necessaria solo per comprarne, temporaneamente, l’uso.
Poi viene il lavoro. Quarant’anni di politiche dell’offerta hanno guardato al salario soprattutto come un costo. Ma il lavoro resta al centro della creazione di valore, mentre una quota crescente dei guadagni di produttività può essere assorbita altrove — nei profitti, nelle rendite, nel valore degli asset — anziché tradursi in salari più alti o in più tempo per chi lavora. Il problema italiano dei salari e quello della produttività sono, in buona parte, due facce dello stesso problema.
Ci sono poi i servizi essenziali, dove la teoria economica dovrebbe averci vaccinati da tempo contro ogni semplicismo: informazione asimmetrica, esternalità e domanda poco elastica impediscono spesso al mercato di funzionare come nei manuali universitari. Chi ha bisogno urgente di una cura non esercita la stessa libertà di chi compra un paio di scarpe; il prezzo del servizio o della cura non deve essere barriera all’accesso per l’individuo.
La quarta dimensione è l’ambiente, l’unico patrimonio che non possiamo ricreare. Per decenni la produzione privata ha potuto contabilizzare i ricavi lasciando fuori bilancio una quota dei costi — emissioni, consumo di suolo, biodiversità. Il profitto era privato; il conto, collettivo.
Infine c’è qualcosa di ancora più intimo e perciò ancora più cruciale: il nostro tempo, i nostri dati, le nostre creazioni. Nell’economia digitale siamo consumatori, ma anche produttori dell’input su cui il sistema costruisce valore — scriviamo, cerchiamo, comunichiamo, produciamo continuamente informazione. L’intelligenza artificiale, soprattutto attraverso i frontier models proprietari accessibili via cloud, porta questo processo a una scala nuova: incorpora conoscenza e creatività umane in capitale privato, quasi sempre senza remunerare chi le produce, e concentra nelle mani di pochi anche le informazioni generate dall’utilizzo dei modelli.
Cinque crisi diverse — casa, lavoro, servizi, ambiente, tempo — e una sola domanda di fondo: chi possiede, chi decide, chi incassa?
Dalla redistribuzione all’autonomia
La risposta progressista degli ultimi quarant’anni sarebbe la redistribuzione: lasciare che il mercato produca il reddito, e intervenire dopo, con tasse e trasferimenti. Resta necessaria. Ma non basta più — perché il problema non è solo quanto si redistribuisce: è cosa, e a chi si redistribuisce. Le logiche della redistribuzione devono essere aggiornate alle nuove dinamiche.
Ciò che l’economia contemporanea distribuisce non è soltanto reddito. È un concetto più ampio e pervasivo: quello di potere, inteso come la capacità di decidere dove vivere, quanto lavorare, quali servizi usare, cosa accade ai propri dati. Occorre quindi un’idea più ambiziosa di libertà economica — chiamiamola agency: la capacità effettiva di disporre delle risorse, dei diritti e del tempo necessari per governare la propria vita e per difendere tutto ciò dall’appropriazione e dall’estrazione del più forte, o della tecnologia più avanzata.
Proprietà, autonomia e benessere si incontrano qui. Una buona economia non è quella che mobilita più input — lavoro, risorse, conoscenza, tempo — ma quella che li trasforma in maggiore capacità di scelta, in più potere diffuso, in più agency appunto. Il problema nasce quando questa trasformazione si inceppa: quando crescono produttività e ricchezza, ma una quota crescente dei rendimenti viene intercettata da rendite e posizioni di controllo. L’economia diventa più ricca senza rendere le persone più libere.
Focalizzare la disamina politica della nostra era su questo principio permette di lasciarsi dietro una discussione sterile: non si tratta di scegliere fra Stato e mercato ma di definire l’ambito appropriato per ciascuno. Si tratta di ricostruire le condizioni — concorrenza, scelta, distribuzione del potere — perché il mercato funzioni dove può, e di sostituirlo con istituzioni pubbliche dove invece prevalgono monopolio o rendita. Da qui può nascere una politica sorprendentemente concreta.
Sulla casa: ricostruire un’edilizia pubblica e sociale abbastanza grande da non essere residuale, recuperando il patrimonio pubblico inutilizzato, ampliando l’edilizia sociale, permettendo ai Comuni più sotto pressione di regolare gli affitti turistici e usando la fiscalità per premiare le locazioni stabili sulla rendita speculativa. Non colpire la casa in cui una famiglia vive, ma distinguere tra proprietà che produce sicurezza e proprietà che estrae scarsità.
Sul lavoro: chi paga e investe meglio deve pagare meno. L’Italia ha uno dei cunei fiscali più alti dell’OCSE — nel 2025, il 45,8 per cento sul costo del lavoro per un single al salario medio, contro una media OCSE del 35,1. Ridurre strutturalmente il carico sui salari bassi e medi deve accompagnarsi a incentivi alle imprese legati a investimento, formazione, crescita dei salari e innovazione: non premiare la dimensione dell’impresa, ma ciò che l’impresa fa. Le tasse non devono essere un tema tabù: devono essere dirette e focalizzate sulla rendita che non aggiunge e sull’estrazione di valore che si appropria e riduce gli spazi di autonomia.
Per i servizi essenziali, bisogna guardare alla forma proprietaria come al punto di arrivo, non a quello di partenza. Bisogna partire dagli obiettivi, quelli sanciti dalla Costituzione: il diritto all’accesso e la protezione dell’interesse collettivo. Certi servizi o parte di essi non possono essere privatizzati: le reti, l’acqua. Per altri l’offerta privata può esistere ma non deve costare alla collettività.
Una prestazione sanitaria essenziale dovrebbe avere un tempo massimo esigibile e un costo predefinito; se il pubblico non riesce a garantirla, deve procurarla senza trasferirne il costo sul cittadino e, al tempo stesso, deve ricostruire una propria capacità — altrimenti diventa il finanziatore della propria sostituzione. Lo stesso vale per istruzione e formazione: l’accesso non deve dipendere dal reddito familiare.
Sull’ambiente, prendiamo sul serio un’idea antica — chi genera un’esternalità ne paga il costo — aggiungendo ciò che manca: chi affronta la transizione non deve esserne la vittima. Carbon pricing ed eliminazione dei sussidi dannosi possono finanziare infrastrutture verdi, restituendo una quota dei proventi alle famiglie e ai territori più esposti. Chi inquina paga; chi cambia non resta solo.
Infine, tempo e creatività. Se l’intelligenza artificiale usa conoscenza, dati e creazioni prodotti dalla società per aumentare la produttività, una parte significativa di quel rendimento deve tornare a chi contribuisce a generarlo, sotto forma non soltanto di reddito, ma anche di tempo liberato dal lavoro. Servono quindi meccanismi di licensing dei contenuti usati commercialmente, portabilità dei dati, più concorrenza nel cloud e politiche che traducano i guadagni di produttività in una progressiva riduzione dell’orario di lavoro.
La diffusione di modelli open-weight, utilizzabili anche su infrastrutture proprie, può ridurre la dipendenza dalle grandi piattaforme e restituire a utenti e imprese maggiore controllo sui propri dati e sulla tecnologia. La proprietà intellettuale deve essere ridefinita e ricentrata sulla sua ultima raison d’être: proteggere la creazione e l’innovazione, anziché la perpetuazione di rendite esclusive.
Ma significa anche porre una domanda che la rivoluzione digitale ha dimenticato di farsi: che cosa facciamo del tempo che la tecnologia libera? Non sarebbe una novità: i guadagni di produttività industriale si sono tradotti anche in meno ore di lavoro, dalla giornata di otto ore alle ferie pagate. Redistribuire la produttività ha sempre significato, in parte, redistribuire tempo. Se l’AI rende possibile produrre in quattro ore ciò che prima ne richiedeva cinque, nessuna legge economica impone che quell’ora diventi soltanto rendimento del capitale. Può diventare salario. Formazione. O, semplicemente, tempo.
Il grande scambio
Resta la domanda che separa ogni progetto serio dalla retorica: chi paga? Non semplicemente nuovo debito. Ma nemmeno, necessariamente, nuove tasse. Può essere uno scambio fiscale, e uno scambio di tempo.
L’OCSE mostra quanto sia sbilanciato il prelievo italiano verso il lavoro e quanto sia leggero sulla rendita: avvicinare il gettito da successioni e donazioni alla media OCSE varrebbe circa mezzo punto di PIL; ridurre il VAT compliance gap, circa un punto; eliminare agevolazioni fiscali senza giustificazione economica, altri quattro decimi — a fronte di una riduzione del cuneo sui redditi più bassi stimabile in circa 1,4 punti di PIL. Sono scenari, non un bilancio già scritto, ma mostrano che un riequilibrio è concepibile: le risorse, più spesso di quanto si pensi, sono già lì. Basta redistribuirle diversamente.
La direzione conta più del singolo numero: tassare meno ciò che vogliamo moltiplicare — lavoro, investimento, innovazione — e smettere di privilegiare ciò che vogliamo ridurre: rendite, esternalità, posizioni protette. Non è una guerra contro la ricchezza. È una guerra contro la rendita parassitaria e contro chi la estrae senza crearne.
Riprenderci la possibilità di scegliere
Una parte del malessere che attraversa le democrazie occidentali nasce probabilmente anche da qui: dalla sensazione che si possa cambiare governo senza riuscire più a cambiare le condizioni fondamentali della propria esistenza. Si lavora, ma diventa difficile accumulare e si rimane esposti a qualsiasi evento catastrofico. Si abita, ma diventa difficile possedere. Si pagano le imposte ma non si ricevono in cambio servizi. La tecnologia promette di liberarci tempo e, nello stesso istante, colonizza ogni minuto disponibile. Per cui ci si prova con tutte le nuove proposte, anche le più pericolose per le libertà.
Non basta amministrare un po’ meglio l’esistente. Ma non serve nemmeno restaurare lo Stato proprietario del Novecento. Serve qualcosa di più contemporaneo: un’economia degli input e dell’agency, che allarghi di nuovo gli spazi su cui individui e comunità esercitano controllo, e li difenda con i diritti. E che al tempo stesso incentivi l’iniziativa individuale, imprenditoriale e cooperativa quando questa produce benessere. Più concorrenza dove la concentrazione l’ha soffocata. Più pubblico dove l’universalità lo richiede. Più impresa dove questa crea valore. Meno protezione dove prevale la rendita estrattiva. E una distribuzione più larga — non soltanto del reddito, ma soprattutto della proprietà, del potere e del tempo.
Forse è questo il punto da cui ricominciare. Perché dietro molte delle grandi questioni economiche del nostro tempo ce n’è una molto più semplice: quanto della nostra vita vogliamo ancora possedere?
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