Torna il 1° Maggio, il lavoro con i suoi simboli
Dalla difesa dei diritti erosi dal neoliberismo alla sfida della rivoluzione tecnologica: senza una nuova democrazia economica, il lavoro rischia di perdere la sua funzione sociale e politica

ANSA
Difendere i simboli significa difendere il concetto che rappresentano. Per tanti anni questa difesa ha coinciso con la resistenza a una costante, pervicace opera di erosione di tutti i significati che il lavoro aveva assunto, dalla Rivoluzione Industriale in poi, sulla base delle lotte sociali e dei conseguenti riconoscimenti normativi. Una battaglia che si è combattuta sul terreno culturale prima ancora che su quello delle regole.
Da fattore di liberazione, di innovazione, il lavoro, con le sue tutele, che pure ne avevano consentito lo sviluppo e l’evoluzione, è stato raccontato come un freno alle opportunità create dai mercati e dalla circolazione dei capitali. In tutti questi primi maggio, manifestare ha significato innanzitutto resistere a questo racconto.
Qualcosa è cambiato con l’inizio di quella che è stata definita la deglobalizzazione. Interrogarsi sull’adeguatezza e sui mutamenti delle catene del valore ha imposto il tema della qualità del lavoro, anche se esso è stato spesso risolto addossando al lavoro stesso la responsabilità del ritardo nell’aggiornamento delle competenze.
Ancora prima di Trump, tuttavia, si era già consumata la fiducia ideologica nei mercati e negli scambi. E la difficoltà delle esportazioni ha riportato l’attenzione di tutti, anche del capitale, sul tema della domanda interna e quindi dei salari.
Ha contribuito a mutare ulteriormente i termini della discussione la crisi demografica, con le difficoltà a reperire la forza lavoro laddove non c’è. Non per l’attrattività di fantomatici divani (a proposito di simboli), ma semplicemente per il fatto che i futuri lavoratori non nascono più e, quando entrano nel mercato, incontrano un apparato produttivo sempre meno attrattivo rispetto alla concorrenza di altri Paesi europei, non solo sul piano dei salari.
La ripresa dell’inflazione è stata un ulteriore stimolo nell’imporre questo tema, tanto che oggi il governo Meloni, che lo aveva rimosso per quasi quattro anni, è stato costretto a correre ai ripari introducendo una norma sul “giusto” salario che riflette al ribasso un approdo maturato con il governo Draghi in sede negoziale.
Una norma che, se arriverà, sarà destinata a essere tardiva, perché il tema nel frattempo non è più soltanto il salario minimo, ma i salari nel loro insieme. Discuterne, come abbiamo spesso ricordato, non significa più soltanto porre il tema delle regole della contrattazione, che pure vanno riviste, ma anche e soprattutto quello delle politiche industriali e delle misure necessarie a trasformare un tessuto produttivo sempre meno innovativo e in grado di affrontare le turbolenze che stiamo attraversando. Ecco un altro concetto, quello delle politiche industriali, che si impone sulla base della forza dei fatti, contro una struttura ideologica che ne negava la necessità in radice.
Resistere, dunque, ha consentito di far riemergere temi e obiettivi che i decenni neoliberali avevano cercato di cancellare definitivamente, ma, una volta che la realtà dei fatti si impone e che tornano sul tavolo molti dei nodi da sciogliere, è necessario riconoscere come ancora manchi quello principale: la funzione sociale del lavoro al tempo del ciclone rappresentato dall’accelerazione dell’innovazione tecnologica.
Resta questa come una grande rimozione del dibattito politico. Avrebbe avuto ragione chi si opponeva al salario minimo, sostenendo che la contrattazione non è solo salario, se nel frattempo si fosse affermato un qualche caso significativo di negoziazione dei modelli organizzativi e delle forme di controllo sulle tecnologie.
Invece, troppo spesso, questo sovrappiù di contrattazione, rispetto alle condizioni salariali, si è rivolto a individuare strumenti sostitutivi di un welfare pubblico sempre meno universalistico, sollevando lo Stato da funzioni che aveva assunto come conseguenza delle lotte sindacali degli anni ’60 e ’70.
Chi controlla, e in che misura, la tecnologia non è oggi in alcun modo tema di contrattazione e neppure di dibattito. Si dà per scontato che questa concentrazione di sapere e di ricchezza non possa essere messa in discussione, nonostante i suoi evidenti caratteri autoritari. Eppure il lavoro sarà sempre più funzione e conseguenza degli equilibri che si determineranno su questo terreno.
Un terreno, peraltro, segnato da asimmetrie informative senza precedenti storici. Un equilibrio destinato ad andare oltre le mura dei luoghi della produzione, un equilibrio per sua natura politico e in grado di determinare gli stessi caratteri della democrazia.
Se qualcuno sarà messo nelle condizioni di contrattare gli effetti e di ripartire i dividendi materiali e immateriali della rivoluzione tecnologica in atto, lo farà per tutti, anche per chi non è incluso nei processi produttivi, perché quella contrattazione determinerà sempre di più non solo le condizioni del lavoro e la distribuzione del valore, ma anche la natura e l’assetto del potere. Da qui, dalla partecipazione dei lavoratori nella contrattazione della tecnologia dentro l’azienda e, dato che la scala non è più solo aziendale, in una nuova idea di democrazia economica a tutti i livelli — dalla partecipazione alle scelte organizzative alle forme di codeterminazione, dalla regolazione pubblica degli algoritmi fino alla definizione di diritti su dati e conoscenza — passa la scelta tra un’estensione o una compressione degli spazi democratici.
Ecco perché abbiamo bisogno di uscire dalle trincee di questi anni e passare a un’offensiva ideale, ma non retorica, per riaffermare la dimensione politica del lavoro come radice della democrazia.
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