This is the end: l’ossessione distopica nel cinema
Da L’ultima spiaggia a The Last of Us, film e serie trasformano il collasso in un esercizio di sopravvivenza, consolazione e commiato.

ANSA
C’è un film piuttosto sconosciuto del 1959, L'ultima spiaggia, di Stanley Kramer, con Gregory Peck, Ava Gardner, Fred Astaire e Anthony Perkins che si prende la briga, in piena guerra fredda, di mettere in scena questo pianeta all’indomani di una guerra nucleare. Chi è riuscito a sopravvivere? C'è ancora qualcuno vivo lì fuori? Un conflitto termonucleare ha contaminato tutto il pianeta tranne l' Australia e Gregory Peck è su un sommergibile in giro per il mondo a cercare superstiti. Il momento più toccante è quando una Coca Cola sospesa al filo di un telegrafo morse fa credere che vi sia un sopravvissuto. Ma il mondo, inabitabile, è completamente deserto, sia le città che i mari. È un film unico, profondamente imbevuto di un rammarico denso e dolente: la fine del mondo è eutanasia o preghiera. È amato da Wim Wenders, per delle ragioni che condivido: non c’è rabbia o disperazione, non c’è recriminazione politica e neanche un flashback che ricostruisca il tragico antefatto, ma solo rassegnazione, arrendevolezza, stoica dedizione ad una missione senza speranza. Oggi, in realtà, abbiamo anche qualche ragione in più di quel film di temere la fine imminente di tutto. Ci sono in giro scienziati che non pensano più sia possibile invertire il trend di consunzione delle risorse e di estinzione della vita sul pianeta ma ritengono necessario creare innanzitutto le condizioni necessarie ad affrontare “lo stupore e l'abbattimento” che seguiranno al collasso, grazie alla nascita di una scienza che ha nel proprio nome il senso della propria esistenza: la “collapsologie”. Pablo Servigne, ingegnere, agronomo e biologo, e Raphael Stevens, esperto di resilienza dei sistemi socio-ecologici ne sono i leader, convinti che al momento cruciale, reinventare nuovi modi di nutrirsi, riscaldarsi, sopravvivere sia altrettanto importante del percorso mentale e morale che ci consenta di affrontare “la solitudine, i dubbi e le crisi di disperazione” che ne seguiranno. Possiamo per queste ragioni stupirci se il cinema e la nuova serialità abbiano provveduto a disseminare i festival, le sale e soprattutto le piattaforme di distopie immaginarie, lavorando da tempo a simulazioni del “collasso” con le quali hanno giocato con immaginazione feroce e intelligenza? In realtà, non sono solo distopie ma anche corsi immaginari di sopravvivenza o trattatelli di consolazione, come quelli che si diffusero tra la fine dell'impero romano e l'alto medioevo, per aiutare tutti noi a fare i conti con il nostro “stupore” e con il nostro “abbattimento”.
Ecco una playlist dei miei preferiti.
AI.Intelligenza artificiale, 2001, di Steven Spielberg. L'esistenza dell'uomo è un mito remoto, una favola ancestrale di cui l'unica traccia rimasta è un automa bambino vestito da Pinocchio. Le macchine, dopo essere state perseguitate, sono padrone del mondo, una distesa luminosa e irriconoscibile che governano con equilibrio e lungimiranza. L'ultimo film di Kubrick, realizzato da Spielberg, ha un messaggio dolce e micidiale. Il nostro tempo è finito. E' ora di prendere commiato.
Children of Men, 2006, di Alfonso Cuaron. 2027: da anni non nascono bambini e in una Inghilterra infestata dal terrorismo e dal nazionalismo, Clive Owen si lascia convincere dall'ex moglie a salvare una ragazza miracolosamente incinta. Il regista di Roma, grazie a un romanzo di P.D.James, offre la versione più intima e disperata del collasso: un crescendo graduale e inarrestabile di esasperazione e ingiustizia, un mix furioso e doloroso di sopraffazione, impotenza, rimpianto - e desiderio.
Wall-E, 2008, di Andrew Stanton. La Terra, divenuta inospitale a causa dei rifiuti che ricoprono interamente il pianeta, è abitata unicamente da un minuto robot: al lavoro per sistemare la spazzatura da più di 700 anni. L'umanità vive a bordo di una flotta spaziale, in uno stato di immobilità patologica, perennemente connessa con dispositivi audio/video. L'incantevole fiaba del cucciolo d'intelligenza artificiale sublima la versione più sinistra (e rivelatrice) del nostro futuro remoto
Non lasciarmi, 2010, di Mark Romanek. Cresciuti nelle stesse scuole e istituti, Kathy, Tommy e Ruth scoprono di possedere una vita a tempo determinato: sono cloni che forniscono organi a individui che ne abbiano bisogno e di cui sono un duplicato. Da un romanzo di Kazuo Ishiguro, forse la più agghiacciante delle distopie: un mondo in cui i carnefici sono cortesi e premurosi e dove l'olocausto, costruito sulla più grande diseguaglianza, quella biologica, è pianificato con amorevolezza e discrezione.
The Black Mirror, di Charlie Brooker, 2011-…[7 stagioni]. E’ la punta avanzata della sperimentazione di distopie generate dai media e dalla tecnologia al servizio del male o della fragilità della natura umana. Tre episodi autonomi, o più, a stagione, dal set futurista e kubrickiano - in fondo potrebbero essere tutti figli di Arancia meccanica - che prendono le mosse da un what if (‘cosa succederebbe se’) di sorprendente inventiva,. Ogni finale lascia una intensa sensazione di smacco, scetticismo, follia.
Revolution, di Eric Kripke, 2012-2014 [2 stagioni). Un blackout fa sì che la Terra torni ad essere un luogo vasto, selvaggio, violento. Di J. J. Abrams (Lost) è l’idea, molto sci-fi anni ’60, di un mondo pre-industriale in cui l’ apocalisse impone la riprogettazione della società. Tra l’avventura di cappa e spada e i mondi postapocalittici di Carpenter, l’oscillazione tra tirannide e collettivismo, democrazia e ribellione, processa la domanda più antica. Cosa è la politica.
Snowpiercer, 2013, di Bong Joon-Ho. Tratto da un fumetto francese e diretto dal regista di Parasites, il film immagina il collasso dopo il fallimento di un esperimento per contrastare il riscaldamento globale: una nuova Era Glaciale stermina tutti tranne i viaggiatori a bordo dello Snowpiercer, un treno ad alta velocità che fa il giro del mondo e che trae energia da un motore che non può interrompere la propria folle corsa. Il nuovo mondo è un Titanic su rotaie sempre sull'orlo della catastrofe.
Mad Max – Fury Road, 2015, di George Miller. Ripresa di una serie postapocalittica iniziata negli anni '80, fonde insieme le più diffuse paure del nuovo millennio (la riduzione delle riserve idriche, il culto di morte dei kamikaze, la violenza del patriarcato) e i fantasmi dell'olocausto (l'umanità ridotta a moltitudini di corpi scheletrici e denutriti). Ha la velocità e l'acido cromatismo punk di una strepitosa graphic novel. E il passo inesausto del più antico motore cinematografico: l'inseguimento.
Train to Busan, di Yeon Sang-ho, 2016. Ecco un modo geniale per innovare i film di zombie: basta stiparli tutti in un treno insieme alle loro aspiranti vittime. Nel tentativo di sfuggire ai morti viventi, i protagonisti prendono il KTX 101 dalla stazione di Seul per raggiungere la città portuale di Busan, nel sud. Non senza gli zombie che invadono il convoglio. Ritmo da cardiopalma, caratteri ben delineati, tagliente critica sociale: un horror di claustrofobia aumentata che è già un classico.
The Handmaid's Tale, di Bruce Miller, 2017-2026 [6 stagioni]. In un regime teocratico ferocemente maschilista, Gilead, le ancelle schiave (“uteri con le gambe”) sono sottomesse a Comandanti che le stuprano per ingravidarle: mentre le loro mogli, sterili, le tengono per i polsi. La serie, rispetto al romanzo di Margaret Atwood, radicalizza la misoginia endemica in ogni società, dalla Bibbia al fascismo. È la “soluzione finale” del patriarcato raccontata fino alle sue estreme conseguenze.
Black Summer, di John Hyams e Karl Schaefer, 2019 [2 stagioni]. Orde di morti viventi che, a differenza di quelli ambulanti tradizionali, ti inseguono correndo, devastano il mondo in questo prequel della serie Z Nation, con tassi di ansia e violenza a tratti impressionanti: diventa presto un film di guerra dal passo folle e lo stile semi documentario, con i sopravvissuti che fronteggiano cariche di zombi urlanti nelle strade deserte di città spettrali o nelle pianure innevate della seconda stagione.
The Last Of Us, di Craig Mazin, Neil Druckmann, 2023-2025 [2 stagioni], Un padre che ha perso la figlia nell’apocalisse di zombie che funghi letali hanno diffuso oovunnque, ed una teenager che sembra essere l’unica in tutta l’umanità a possedere nel sangue l’antidoto, sono protagonisti di un road movie tra metropoli in rovina e fortini di sopravvissuti, in un paesaggio solitario e sconfinato da western. Da un videogioco di successo una serie che, finalmente, gli somiglia come uno specchio
Silo, di Graham Yost, 2023-… [3 stagioni]. Un classico “mystery box” (ricordate Lost?), in cui i misteri si allargano come cerchi concentrici in uno stagno. Perché diecimila persone vivono nel futuro in un silo sotterraneo formando una società dominata da una sorveglianza segreta e poliziesca, mascherata da un paternalismo crudele e omicida? Solo Juliette, una donna ingegnere strenua e indomita, avrà il coraggio di uscire in superficie, affrontare un mondo tossico e scoprire la verità.
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