The West, l’Iran e The Rest

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ANSA

L’affanno dell’Occidente di fronte al nuovo mondo non è inedito. Non è certo la prima volta che l’Occidente si trova al bivio se cambiare o declinare di fronte all’allargamento dell’orizzonte mondiale. All’irrompere a inizio Novecento della civiltà di massa sul palcoscenico della politica, Oswald Spengler nel 1914 scrisse Il Tramonto dell’Occidente. Le élite altoborghesi erano talmente terrorizzate da questa massa di contadini, straccioni e proletari che irrompeva nel salotto buono e chiedeva un posto a tavola — come avevano per altro fatto prima anche loro contro la nobiltà nella Rivoluzione Francese — che pensarono fosse il crollo della civiltà. Anche allora la scelta era tra guidare il cambiamento negoziando nuovi equilibri oppure resistervi disperatamente con la guerra.

Nel 1914 sappiamo come andò. I liberali scelsero la guerra e l’ipernazionalismo che la produceva, invece del cosmopolitismo dei socialisti. Trasformandosi in mosche cocchiere. Oggi siamo di fronte allo stesso dilemma. Oggi a chiedere a “The West” — si potrebbe dire esigere, visti i pesi in campo — un posto a tavola è “The Rest”, il resto del mondo.

Come risponde “The West”, l’Occidente? Si divide, come a inizio Novecento, tra l’opzione negoziale e l’opzione bellica. La prima richiede la politica, la seconda le armi. Al momento – come già fu negli anni Trenta — è l’opzione bellica che sta prevalendo. E con essa l’ipernazionalismo che la promuove. Un processo molto avanzato in Israele, che è da sempre il laboratorio della cultura politica occidentale.

Un nemico in vitro

La cavia su cui è stato via via rielaborato — dopo il fallimento del precedente innesto sull’Iraq nel 2003 — il ceppo del virus neocon più resistente agli antibiotici multilaterali e democratici, è l’Iran. Un paradosso, con un pizzico di cinismo in più dovuto al senso di colpa, visto che proprio l’intervento angloamericano nel 2003 in Iraq aveva portato alla rottura del “contenimento” dell’Iran e al suo dilagare fino al Mediterraneo.

Le tappe di questa laboriosa ingegneria virale sono state tante, ma vi è un solo ingegnere capo: Benjamin Netanyahu. Colui che ha via via convinto l’Occidente, di cui guida la destra sempre più estrema con geniale intuito “shortermista”, che tutti i suoi mali e il suo relativo declino storico avessero una sola causa: l’Iran degli ayatollah.

Nostalgia canaglia. Maledetti ayatollah! Bisogna punirli per aver preso l’Iran e cacciato lo Shah, di cui si promuove infatti il ritorno del figlio. Che era un essenziale caposaldo della “strategia della periferia” (Torah HaPeripheria in ebraico), su cui Israele aveva costruito fino al 1979 la sua architettura di sicurezza.

Elaborata da Ben Gurion, essa prevedeva di “compensare” l’assedio ostile degli Stati arabi vicini con un “cerchio esterno” che assediasse alle spalle gli assedianti arabi, costituito a nord da Turchia e Iran (Stati non arabi), e a sud da Etiopia, il territorio oggi del Somaliland, Kenya e Sud Sudan, anch’essi non arabi. Più gli azeri, che sono turchi, insieme ad altre minoranze come i curdi. Come genialmente fece e racconta Cesare nel De Bello Gallico, con l’invenzione della “doppia trincea”: la prima, più interna, utile per assediare il capo dei Galli Vercingetorige rifugiatosi ad Alesia, e la seconda, più esterna, per proteggersi dalle tribù dei chiamati in soccorso dal condottiero gallo.

Crollata quella strategia per il cambiamento del mondo alla fine degli anni Settanta, Israele si trova così a dover rielaborare una dottrina della sicurezza. La destra con Ariel Sharon concepisce un grande disegno: appoggiarsi ai maroniti in Libano per ridisegnare il Levante e liberarsi dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Ma nel 1982 la prima guerra “per scelta” e non difensiva di Israele finisce nel disastro politico e morale di fare dell’OLP di Arafat un attore internazionale. E nell’indelebile macchia di Sabra e Chatila. Così tocca alla sinistra israeliana di Rabin, che teorizza come il conflitto arabo-israeliano sia sempre più divenuto israelo-palestinese. Una giusta intuizione, che porta agli accordi di Oslo nel settembre del 1993. Ma due anni dopo costa la vita a Yitzhak Rabin, per mano di un colono israeliano di destra, Yigal Amir.

Comincia così il ventennale regno politico di Benjamin Netanyahu. Che da subito fa una scelta precisa: esternalizzare il nemico in modo da non fare i conti con la questione palestinese. Allo stesso modo inizia la costruzione in vitro del “nemico” Iran come unica fonte di insicurezza per Israele, e siccome Israele è l’”Occidente dell’Occidente”, lo diviene anche per gli stessi paesi occidentali.

Il 7 ottobre

Le catastrofiche conseguenze di questa lettura ideologica e non analitica sono assai gravi, innanzitutto per Israele. Dichiara infatti Yaakov Peri, ex capo dello Shin Bet, in un’intervista nel mio libro Israele e il 7 ottobre. Prima e Dopo (Guerini e Associati, 2024): L’equazione della sicurezza, che dà le priorità nell’uso delle risorse e nell’individuazione delle minacce, specie quelle esterne e dunque più lontane, è una cosa complessa. La nostra lo è molto. Infatti bisogna bilanciare e mettere insieme molti fattori, oltre ovviamente ai palestinesi e alla situazione interna in Israele: i Paesi arabi circostanti, l’Iran, gli emirati, gli Usa. Se dai troppa rilevanza a un elemento sugli altri, sballa tutta l’equazione. Noi abbiamo dato troppo peso e importanza all’Iran. Ciò ha falsato la nostra analisi, perché ci ha distratto dal nemico più vicino. Il modo di guardare alle cose è tutto, nell’intelligence. “C’è stata troppa “Iranofobia?”, gli domando. Assolutamente sì. Serviva anche a spiegare la forza di Hamas e Jihad Islamico senza affrontare Hamas in sé stessa. A questo ha concorso anche Trump purtroppo. Ed anche la lettura di molti Stati sunniti, in particolare Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. La miscela ha portato a questa orribile sorpresa: guardavamo fuori e non vedevamo cosa stava accadendo sotto il nostro naso.

Si cerca lo scontro di civiltà

C’è qualcosa di veramente cinico nell’utilizzare la sofferenza di un popolo sotto il tacco di un regime oppressivo – ma con un consenso con il quale occorre fare politicamente i conti – come supporto per avventure in politica estera che non solo degenerano in guerra aperta, ma producono anche inutili sofferenze, anche allo stesso popolo. Ma all’attuale premier di Israele il cinismo di certo non manca, e per evitare di far tornare alla vita politica civile il proprio Paese, e quindi affrontare per esempio la Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre, è pronto a tutto. Non manca certo di chutzpah (termine ebraico che indica audacia, faccia tosta o sfacciataggine estrema, spesso mista ad arroganza).

Il problema è di chi lo segue, pensando che una lettura islamofobica in salsa iraniana del Medio Oriente porti a più stabilità e quindi più sicurezza, quando è il contrario. “Ho capito che ogni tentativo di fare un ordine regionale – ha dichiarato Michael Milshtein, colonnello ed ex capo del dipartimento “Affari Palestinesi” di Aman, l’intelligence militare – come gli sforzi in Libano negli anni ’70 e ’80 e in Siria nella recente guerra civile, non funzionano. Noi siamo troppo piccoli per farlo.”

L’ibrido tra Libano 1982 e Iraq 2003

Eppure, il disegno imposto da Netanyahu al suo popolo, e ad una regione spossata, prevede proprio questo. Non tanto il ristabilimento della deterrenza israeliana, bensì la riedizione di una grandeur regionale basata su un nuovo ordine. Dove sia rimosso dalla carta geografica chi si oppone, cioè i propri nemici, chi non riconosce la supremazia dello Stato ebraico. In primo luogo, Hamas, l’Iran ed Hezbollah, seguito dal popolo palestinese e infine dalla Turchia e dal Qatar.

In definitiva, un velleitario e solipsistico inno a una guerra perpetua basato – come si è già visto l’anno scorso con la guerra dei 12 giorni con l’Iran – su presupposti tanto irrealistici quanto ingovernabili. E che trasforma la postura di Israele da potenza dello status quo in troublemaker regionale, tollerato finché si mantiene in volo come il leggendario calabrone, ma poi destinato ad essere abbandonato – non potrà stare in volo per sempre – innanzitutto dall’America.

Interessi divergenti tra Israele e USA

Come si vede anche dai sondaggi di opinione sulla guerra condotti negli USA, il popolo americano ha ben chiaro – solo il 27 % di favorevoli – che la guerra iniziata da Israele lo scorso 28 febbraio non corrisponde ai suoi interessi nazionali. E soprattutto non a quelli europei o dell’Occidente. E questo per almeno due ragioni.

La prima è che USA e Israele sono come due gemelli siamesi attaccati sul dorso – specie per l’apparato militare-industriale – ma che guardano in direzioni sempre più divergenti. Una discordanza che si tenta di mascherare con un’opacità degli obiettivi di guerra dichiarati, tentando di trovare una quadra comune anche con il resto dell’Occidente: prima è salvare il popolo iraniano dalle mitragliatrici dei pasdaran, poi il regime change, poi il contenimento dell’Iran, poi il sempreverde ritornello dell’anti proliferazione nucleare, magari accompagnato dal disarmo missilistico. Ogni giorno ha la sua motivazione, sempre diversa.

In realtà, i due attori bellici sono entrati in guerra con obiettivi divergenti. Israele ha “strappato”, e imposto la guerra a Trump con un’agenda ideologica ben precisa, sopra delineata. Una guerra di civiltà con lo sciismo, una guerra “permanente” di derivazione trotskista, le cui radici novecentesche e da guerra fredda non possono produrre alcun buon frutto che non sia il mantenimento di Netanyahu al potere. Uno “strappo” a cui Trump non si è opposto, ingolosito dalla ricerca del palcoscenico, dopo aver ammassato una Invincibile Armada che non avrebbe poi potuto spiegare se non con il suo uso, malgrado i negoziati diplomatici in essere a Ginevra. Che sperava fosse “alla venezuelana”. E a cui ha probabilmente concorso il miope calcolo del Golfo sunnita di puntare cinicamente sul logoramento reciproco di Iran e Israele.

Ma gli USA hanno in mente una guerra diversa, economica, dove l’Iran è il capofila del fronte cinese, da combattere con i metodi venezuelani o con una guerra di “attrito”. È probabile che questa contraddizione si farà sempre più aperta con il passare del tempo.

Guerra all’Iran o allo sciismo?

Anche perché è la stessa impostazione della guerra decisa da Israele a indirizzare il conflitto verso un’escalation e non verso l’attrito. E qui siamo alla seconda ragione per cui questa si può definire la “guerra di Netanyahu”, e quindi contraria ai nostri interessi strategici collettivi. Cioè un reato di interessi privati in atto pubblico poi da noi divenuto abuso d’ufficio, recentemente abrogato dalla Riforma Nordio del 25 agosto 2024.

Uno dei primi atti di guerra – probabilmente il vero motivo per l’intervento – è stata l’uccisione della Guida suprema e capo dello Stato Khamenei. Un atto non solo inedito per una democrazia occidentale, ma che ha avuto l’effetto di sommare sic et simpliciter alla guerra ai persiani anche una guerra allo sciismo, 230 milioni di persone di cui Khamenei era il capo spirituale insieme all’Ayatollah Al Sistani in Iraq. Trasformando un vecchio di 86 anni malato terminale di tumore, che avrebbe tolto il disturbo tra qualche mese, in un martire la cui eredità ideologica sarà riscattata e assunta nell’olimpo sciita. Rivivificando proprio quelle radici della rivoluzione khomeinista del 1979 che si erano via via avvizzite in un anacronismo sempre meno popolare, soprattutto tra i giovani iraniani. Oggi tirato a lucido e rimesso in vetrina da un intervento che insulta 230 milioni di persone e farà scendere in campo attori regionali e globali di ogni sorta.

A poco varranno i nostri lamenti che rimpiangono la leggendaria “pazienza strategica” degli iraniani di assorbire colpi senza perdere la testa. Non l’hanno persa. Hanno semplicemente, da sommi tattici, capito che qui non si voleva negoziare bensì imporre in Medio Oriente la pace augustea della novella Roma, quella senza nemici. E hanno adottato una strategia conseguente – attentamente elaborata, con tappe precise e autonomia operativa sul terreno di ogni attore, regionale o interno — alla minaccia esistenziale, pronti al martirio. “Caos chiama caos”. Mirando e facendo pressione al soft belly dello schieramento avverso, che è anche dove abbiamo grandissimi interessi economici, cioè quel Golfo sunnita che sperava di lucrare su un indebolimento generale per primeggiare “alla cinese”. Un calcolo sbagliato.