The Trump Show: quando la democrazia diventa merce
Dalla monetizzazione dei post presidenziali allo spettro di un blackout istituzionale: le elezioni di midterm mettono alla prova il confine tra potere, propaganda e Costituzione.

ANSA
Dal Truman Show di Peter Weir alla politica americana contemporanea, la distanza si è annullata: l’esistenza stessa delle istituzioni viene trasformata in un dispositivo mediatico accessibile tramite abbonamento. Il recente lancio di Truth API — la vendita ai trader ad alta frequenza di un accesso anticipato di pochi millisecondi ai post presidenziali, al costo di centomila dollari al mese — dimostra che, se nel film di Weir la vita del protagonista veniva monetizzata attraverso il product placement, nel “Trump Show” la politica diventa merce speculativa di prim’ordine.
Ma in questo parallelo esiste una frattura decisiva: Truman Burbank era una vittima inconsapevole alla ricerca della verità, mentre qui il protagonista è autore e regista di se stesso, disposto a piegare la realtà alle metriche dell’attenzione e del profitto.
Le elezioni come possibile blackout
Questa immensa cattedrale di specchi si appresta ora a misurarsi con lo scoglio ineludibile delle elezioni di midterm del prossimo novembre. La prospettiva di una sconfitta della maggioranza conservatrice non rappresenterebbe un fisiologico avvicendamento, ma l’imminenza di un possibile blackout istituzionale per un’amministrazione che fa dell’invulnerabilità scenica il proprio dogma.
Di fronte allo spettro del ribaltamento dei rapporti di forza al Congresso e al rischio concreto di nuove procedure di impeachment, quali artifici metterà in campo la regia di Washington per evitare di perdere il controllo della narrazione e del potere?
Lo spettro dell’emergenza nazionale
Cosa accadrà se il presidente deciderà di ricorrere a decreti d’emergenza nazionale per congelare la certificazione dei voti nei collegi più contesi? Fino a che punto si spingerà la mobilitazione strumentale del Dipartimento della Giustizia per invalidare le urne, adducendo fantomatiche ingerenze straniere?
E assisteremo forse all’esautoramento preventivo della nuova maggioranza prima del suo insediamento, riproducendo su scala istituzionale quella logica di sovversione già sperimentata durante l’assalto a Capitol Hill?
Il patto di Faust repubblicano
Le risposte a questi interrogativi chiamano in causa una responsabilità storica che ricade, in primo luogo e ineludibilmente, sul Partito Repubblicano, prima ancora che sui Democratici. L’establishment del Grand Old Party ha stretto un patto di Faust con il trumpismo, abdicando alla difesa del costituzionalismo hamiltoniano e della divisione dei poteri teorizzata da Montesquieu.
Se i Democratici scontano l’incapacità di intercettare il malcontento popolare, i Repubblicani hanno scientemente smantellato ogni contrappeso interno, disposti a distorcere la lezione di Tocqueville sulla tirannide della maggioranza pur di tutelare il proprio leader.
Nel momento in cui il voto rischia di provocare un definitivo blackout democratico, fino a che punto si spingerà il presidente-regista, disposto persino a paralizzare le istituzioni e a sacrificare le garanzie costituzionali pur di impedire che il sipario cali definitivamente sul suo spettacolo?
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