Tassare i ricchi per tornare a respirare

Da Riccardo Staglianò a Bernie Sanders, due libri indicano una via contro l’oligarchia: redistribuire la ricchezza e trasformare la rabbia in partecipazione.

Nicola RugantiBattaglia delle Idee
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ANSA

Una doccia più lunga del previsto, un bagno al fiume, un tuffo in un mare freddo oppure scegliere di non prendere l’ombrello e fare una passeggiata sotto una pioggia dolce. La sensazione è quella di essere colti in azioni fuori luogo e anche fuori dal tempo. Gesti e percezioni che ritenevamo quotidiani e, soprattutto, possibili per sempre. Invece, potrebbe essere l’ultima volta. Potrebbero essere esperienze non più a disposizione per chi viene e verrà dopo di noi.

Ormai è una consapevolezza diffusa. Parcheggiare la moto in agosto fuori da un set cinematografico e ritrovarla a fine lavoro a terra e con il cavalletto conficcato nell’asfalto: è successo a un amico poco più che ventenne che a fine giornata mi ha confessato una spossatezza e un senso di soffocamento. L’aria che brucia e toglie il respiro. L’asfalto si sfalda tra i 50 e i 60 gradi, subisce un degrado strutturale intorno agli 80 gradi; per comprendere la situazione: quando asfaltano, la temperatura del bitume è «solo» di 140-180 gradi. Il vissuto di ognuno di noi è lo sfogo di tutti quelli che non ne possono più, mentre ci rendiamo conto che l’asfalto raggiunge «naturalmente» temperature che superano la metà dei gradi di quando si asfalta.

Una cappa sulla testa, un’apnea che non è solo climatica, ma anche economica: addirittura la Repubblica, dopo la serie di articoli su chi ha cambiato vita e vive alle Maldive, ha finalmente (?) iniziato a raccontare di persone che non arrivano a fine mese. Le persone: il ceto medio che paga le tasse e che è progressivamente ripiegato su sé stesso.

Francesco Costa, direttore del Post, ha recentemente detto che è un po’ narcisista dirci che siamo capitati nella fase più sfigata della storia rispetto a chi ha vissuto i totalitarismi, l’influenza spagnola, le guerre mondiali. Non mi pare l’approccio migliore per costruire speranza e desiderio di fare: mai come in questo momento possiamo vedere come l’oligarchia degli uomini più ricchi del pianeta e l’intelligenza artificiale stiano togliendo diritti, lavoro e soprattutto democrazia in tutto il mondo. Questo sta succedendo in un processo di consumo delle risorse del pianeta che, mai come oggi, è irreversibile.

Mi pare dunque rilevante dotarci di letture che aiutino l’analisi e al contempo diano speranza: non la speranza basata sull’autoconsolazione, ma la speranza fatta di proposte concrete che possiamo, oggi, cercare di spingere il più possibile al centro del discorso pubblico. Libri che ci aiutino a trovare lo spiffero di aria fresca, che ci portino a respirare. Riccardo Staglianò ha scritto un libro che dovrebbe essere acquisito come testo di formazione per tutte le scuole di politica, di partito e non: Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri. È un formidabile manuale di comunicazione politica che ha il pregio di spiegare come non si tratti di aumentare le tasse al ceto medio e neppure a una certa alta borghesia: la proposta è tassare gli ultraricchi.

Un esempio: «Il sistema fiscale smette di essere progressivo dal 7 per cento più benestante degli italiani. E diventa molto regressivo per lo 0,1 per cento dei più ricchi, circa 50.000 multimilionari la cui aliquota complessiva è almeno di 10 punti più bassa di quella del ceto medio». In questa situazione così palesemente iniqua c’è un economista francese che ha inciso più di altri nelle proposte che riguardano le politiche fiscali orientate a una redistribuzione più giusta del peso delle tasse.

Gabriel Zucman «propone di prendere il modello della “global minimum tax” del 15 per cento per le multinazionali deciso dal G20 nel 2021, quello che però gli Stati Uniti non riconoscono, e applicarlo al patrimonio degli individui. Al 2 per cento annuo, però. Se un miliardario paga già più di quella quota tramite le tasse sui redditi, non dovrà un centesimo di più. Se paga meno, verserà la differenza. Che ogni Stato deciderà come raccogliere. Attraverso una patrimoniale classica. Oppure con un’imposta sul reddito presunto che gli deriva da quella ricchezza. O ancora includendo tra i redditi le plusvalenze non realizzate».

Per capirsi: tasse annue pagate non inferiori al valore del 2 per cento del patrimonio. Se non si arriva al 2 per cento con la tassa sul reddito, si integra con la tassa sul patrimonio. La seconda parte del discorso su Zucman si riferisce alle modalità di tassazione integrativa, non al valore del patrimonio su cui si calcola il 2 per cento. Il 2 per cento del patrimonio è diverso dal 2 per cento del reddito presunto derivante dal patrimonio o del patrimonio che includa plusvalenze non realizzate.

Staglianò avanza proposte concrete dopo aver studiato e raccontato se, come e quanto funziona la patrimoniale nelle altre nazioni: Spagna, Francia, Germania, Norvegia; ma non si ferma a questo. Analizza anche da un punto di vista storico come sia cambiata la percezione delle tasse. Nel caso dei greci, il pagamento delle tasse — progressive — era una questione di reputazione: non significa che le trovassero «bellissime», ma chi più spendeva per la città, più era stimato. Per quanto riguarda l’Impero romano, la situazione era già radicalmente mutata: i pubblicani, gli incaricati della riscossione, prendevano più del dovuto ai cittadini e alimentavano un sistema corrotto che generava rancore.

Mentre subito dopo la Seconda guerra mondiale le patrimoniali per la ricostruzione furono attivate «dappertutto tranne che da noi». In Italia, con De Gasperi, nel 1947 ci sarà un «prestito» forzoso (prestito, non tassa!) per la ricostruzione e anche «prelievi fiscali straordinari su profitti di guerra e plusvalenze aziendali che, alla luce dell’odierno dibattito sugli extraprofitti, sembra comunque la Russia di Lenin». Si potrebbe dire che fosse una fiscalità da tempo di guerra: il fatto che «un cittadino su dieci si trova in povertà assoluta e uno su quattro è a rischio povertà non è definibile — economicamente parlando — come tempo di guerra? Perché questa è, oggi, la condizione del nostro Paese».

Per questo, scrive Staglianò, non si tratta di comunismo, ma del più elementare buonsenso: una piccola patrimoniale sullo 0,1 per cento dei più fortunati cambierebbe sanità e istruzione e davvero l’intera società. Il punto è che nel mondo siamo a uno stato avanzato di discussione su questo tipo di tassa, mentre in Italia è un tabù. Sarebbe una tassa che non riguarda la ricchezza normale o raggiungibile, ma la ricchezza di quei 50.000 ultramilionari che hanno per giunta una tassazione regressiva. Cioè, per il 93 per cento della popolazione la fiscalità è progressiva — chi ha di più paga di più —, mentre per il 7 per cento rimanente, gli ultraricchi, le tasse pesano molto meno.

Illuminante e necessario l’articolo pubblicato online l’8 luglio 2026 su Review of Income and Wealth, firmato da Matteo Dalle Luche (LMU Monaco), Demetrio Guzzardi (Università della Calabria), Elisa Palagi (Scuola Superiore Sant’Anna), Andrea Roventini (Scuola Superiore Sant’Anna) e Alessandro Santoro (Università degli Studi di Milano-Bicocca). Questo 7 per cento della popolazione — circa 2,8-3 milioni di cittadini — paga un’aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto al restante 93 per cento dei contribuenti (il ceto medio-basso). Questo accade perché la maggioranza, o addirittura la totalità, delle loro entrate non deriva da redditi da lavoro (soggetti a IRPEF progressiva), ma da rendite finanziarie e patrimoniali, storicamente tassate con imposte sostitutive proporzionali fisse (la cedolare secca o la ritenuta al 26 per cento).

La progressività si ferma e, come dice giustamente lo studio, questo va contro i principi di progressività su cui si fonda l’articolo 53 della nostra Costituzione. Dal Sant’Anna e dalla Bicocca chiariscono: «Un’imposta netta dell’1,3 per cento sull’1 per cento più ricco raccoglierebbe circa 30 miliardi di euro all’anno. Applicando la stessa aliquota soltanto allo 0,1 per cento più ricco si otterrebbero circa 13,5 miliardi di euro».

Mentre questo settembre 2026 registra un balzo dell’inflazione al 4,2 per cento e la popolazione è piegata dall’erosione del potere d’acquisto degli stipendi, gli ultramilionari in dieci anni hanno più che raddoppiato le proprie ricchezze e, sempre in Italia, i miliardari tra il 2016 e il 2026 sono raddoppiati, passando da 43 a 79 persone, e controllano un patrimonio di circa 307,5 miliardi di euro. Sono ricchezze che non sono agganciate al merito, ma a tassazioni regressive, alla finanza e ai paradisi fiscali.

È dunque per questo che in Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri l’autore pone forse la domanda più dirimente: «Perché i poveri votano i ricchi? […] Perché è così che sta andando, con i sempre più frequenti paradossi di lavoratori, operai, precari d’ogni ordine e grado che votano i conservatori. Come se il Terzo Stato avesse votato Maria Antonietta. Anche quando è del tutto evidente che i loro interessi non sono, né saranno mai, allineati. Cosa può importare dei poveri, antropologicamente prima ancora che politicamente, con la smodata e imbarazzante passione per tutto ciò che luccica, all’emiro di Manhattan, Donald Trump? Eppure lo Stato dove ha preso più voti, uno sbalorditivo 68,6 per cento, è il West Virginia, sul podio dei più poveri d’America. Non solo: nei distretti più indigenti, come la McDowell County, dove è tecnicamente povero un abitante su tre, la sua percentuale è addirittura arrivata al 75 per cento». […]

Riccardo Staglianò ha intervistato John Jost, uno psicologo politico pluripremiato che insegna alla New York University; quello che emerge è che la classe lavoratrice è conservatrice, tende a giustificare il sistema, a perpetuare il proprio svantaggio, flussi elettorali alla mano. La spiegazione di quello che il giornalista ha raccolto mi pare che faccia sufficiente luce sul tema: «Accettare la dissonanza cognitiva è meno faticoso/doloroso di contestarne le premesse. Jost inanella una serie di prove. Sia quantitative (desunte da studi e sondaggi) che qualitative (dalla viva voce degli intervistati). Come quelle madri latine e afroamericane a basso reddito che attribuiscono la loro condizione a una specie di colpa interna. Che fa dire loro: “Sono poveri [gli altri, come se non le riguardasse, N.d.A.] per un motivo. Se sei povero è perché non vuoi fare niente con la tua vita. Sei povero perché vuoi essere povero…”.

Uno studio in Nuova Zelanda ha mostrato che lì la working class è diventata “più conservatrice all’indomani della crisi finanziaria” del 2007-2008. Mentre le classi medie e superiori non hanno riportato cambiamenti ideologici significativi. Ciò suggerisce che in tempi di incertezza i bisogni di ordine e struttura aumentano, spingendo verso il conservatorismo. Mentre un sondaggio del 2016 ha rivelato che “a tutti i livelli di reddito, i sostenitori di Donald Trump giustificavano il sistema economico molto più fortemente dei sostenitori di Hillary Clinton”. Sebbene la sociologia classica suggerirebbe che a maggior disuguaglianza dovrebbe corrispondere maggior richiesta di redistribuzione, in America “è accaduto il contrario”. Giustificando il cambiamento dello status quo economico, i poveri hanno favorito i conservatori. Come una persona che, camminando scalza su un terreno pietroso, si convinca che l’unico problema in quella situazione sia il non avere le scarpe. E che sia colpa sua. Non chiederà a gran voce che asfaltino la strada, quindi, ma se la prenderà con sé stesso per quelle suole mancanti».

Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri spinge a guardare il lavoro dei socialisti democratici statunitensi, la cui guida politica è senza dubbio Bernie Sanders. Il libro di Staglianò è il libro di un giornalista che fa davvero il giornalista: con chiarezza e fonti puntuali spiega la necessità assoluta di una patrimoniale che porterebbe solo benefici e nessun danno né al ceto medio (in ginocchio) né all’alta borghesia.

Bernie Sanders è un politico che fa il politico sul serio: in Contro l’oligarchia elenca tutta la disperazione e il disastro degli Stati Uniti di oggi, ma non indulge nell’autocommiserazione o nell’analisi priva di speranza; nel suo pamphlet il leader dei socialisti democratici spiega cosa ha fatto e cosa è possibile fare concretamente. Il titolo del libro nasce da un tour lanciato nel gennaio del 2025: «Fighting Oligarchy». Sanders ha fatto comizi in tutta la nazione — insieme ad Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), deputata della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ed esponente di spicco dell’ala progressista del Partito democratico — sia negli Stati repubblicani sia in quelli democratici; sono accorse tante cittadine e tanti cittadini pronti «a ribellarsi e a combattere l’oligarchia, l’autoritarismo, la cleptocrazia e la guerra intentata contro la classe lavoratrice del Paese».

Davanti al messaggio «siete soli e non c’è nulla che voi possiate fare per fermarci», i comizi «Contro l’oligarchia» avevano lo scopo di contrastare questo messaggio potente, esplicito e veicolato su tutti i social dagli ultraricchi. «Gli organizzatori delle mie campagne hanno elenchi con milioni di nomi, e sappiamo bene quali dei nostri supporter partecipano agli eventi. Così ci siamo accorti che circa il 60 per cento dei partecipanti non era presente nelle nostre liste. E il 30 per cento era composto da elettori registrati come indipendenti o repubblicani. Insomma, persone di ogni credo politico erano indignate per ciò che stava accadendo a Washington».

La maggior parte delle date del tour «Fighting Oligarchy» si è concentrata in distretti repubblicani e le finalità erano articolate su più fronti: far votare contro i provvedimenti di taglio alla sanità, all’alimentazione e all’istruzione e contro enormi agevolazioni fiscali ai più ricchi; far maturare un movimento di persone pronte ad attivarsi in vista delle elezioni del 2026, riorientando il Congresso verso i democratici.

«Ma l’obiettivo forse più importante di questi raduni è far capire alla gente che non è sola. Trovarsi fianco a fianco con migliaia di altre persone della propria comunità, convinte come voi che il Paese non dovrebbe essere governato da un pugno di miliardari, è una cosa che dà forza e speranza. E così scoprite ciò che l’establishment non vuole farvi sapere. Che le vostre opinioni non sono marginali. Che in realtà appartengono alla maggioranza. Sì, negli Stati Uniti possiamo e dobbiamo avere un governo e un’economia che funzionino per tutti, non solo per pochi. Sì, nella nazione più ricca della Terra l’assistenza sanitaria e l’istruzione dovrebbero essere un diritto umano accessibile a tutti. Sì, dobbiamo combattere la minaccia esistenziale rappresentata dal cambiamento climatico. No, non ci dovrebbero essere 800.000 americani senzatetto».

Contro l’oligarchia è un manuale per costruire consenso intorno all’idea di un mondo più giusto, a partire da idee socialiste e democratiche, come hanno fatto e fanno Alexandria Ocasio-Cortez, Zohran Mamdani, Angie Nixon, Abdul El-Sayed, Donavan McKinney, che appartengono ai Democratic Socialists of America (DSA), hanno consenso e si stanno affermando in quanto sinistra popolare nelle città e negli Stati USA.

Sanders fa quello che Staglianò auspica per la sinistra nel nostro Paese: raccoglie una rabbia diffusa per l’impoverimento e non la accompagna — come invece Trump — verso politiche eversive, neofasciste e tragicamente capitalistiche, ma verso la costruzione di un’alternativa di governo fatta di equità e ridistribuzione. In Tassare i milionari c’è un ulteriore suggerimento che riguarda l’efficacia del linguaggio:

«I leader populisti non usano parole a caso, sanno quali reazioni provocheranno nel nostro cervello. In Non pensare all’elefante, bestseller negli Stati Uniti, il linguista e scienziato cognitivo George Lakoff chiarisce i meccanismi attraverso cui il linguaggio politico influenza le nostre scelte. La mente, spiega l’autore, funziona metaforicamente. Ogni parola rimanda a una cornice (o frame) che rappresenta un’idea di mondo. È sorprendente scoprire quanto sia autoassolutoria l’espressione “cambiamento climatico” rispetto a “riscaldamento globale”; come “sgravio fiscale” veicoli l’idea che le tasse siano un inutile fardello; o le metafore “ondata” e “invasione”, associate ai migranti, contribuiscano a rovesciare i termini del problema. La vera sfida è nelle parole. Se si vuole imporre una visione diversa da quella intollerante e populista, bisogna smarcarsi da quel lessico e definire nuovi quadri di riferimento ideali. Significa questo, Non pensare all’elefante!: non usare le stesse parole dell’avversario, o si finirà per veicolare le stesse idee».

Questa è la quarta di copertina del libro di George Lakoff che Staglianò, a ragione, raccomanda di leggere soprattutto alle persone che si occupano di politica. Maria Antonietta, sposa di Luigi XVI, regina di Francia, decapitata dalla Rivoluzione come il suo consorte, aveva mandato in bancarotta il suo Paese: il Terzo e il Quarto Stato rovesciarono l’Ancien Régime, perché noi ci ostiniamo a votare chi ci mette in ginocchio?

Le tasse agli ultraricchi sono la porta che si apre su un’Italia in cui sanità, istruzione, magistratura, condizioni di vita e di lavoro migliori, anzi ottime, possano diventare la normalità quotidiana. Questa è la cornice — frame per Lakoff — di un linguaggio che raccoglie consenso, speranza e fuoriuscita dall’incubo.

Non è una questione soltanto di linguaggio, perché quello che conta è il merito, e cioè un Paese un po’ più socialista e un po’ più democratico. Queste letture possono essere incisive: vanno conosciute e raccontate andando in giro, seguendo l’esempio di Bernie Sanders. Ci aspettano assemblee, vertenze di studenti, lavoratori e cittadini, ma anche relazioni sul luogo di lavoro, dialoghi tra amiche e amici, organizzazione del proprio tempo e del proprio spazio, sia in forme individuali sia in comunità.

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