Susan Sarandon, il cinema contro la normalizzazione del male
L’attrice apre Alice nella città con The Accompanist e intreccia cinema e impegno civile: Gaza, pena di morte e fiducia nelle nuove generazioni.

ANSA
Alice nella città non poteva iniziare meglio di così. Con un’icona vivente del cinema internazionale. Con una donna coraggiosa che continua a combattere per la difesa dei più indifesi: popoli oppressi, minoranze perseguitate, l’immoralità disumana della pena di morte diventata spettacolo televisivo. Chi scrive non è un critico cinematografico, ma un appassionato cinefilo questo sì, da sempre, convinto che un film, come peraltro una canzone o una foto, possa raggiungere il cuore oltreché il cervello di milioni di persone più e meglio di dotte ma fredde analisi. E quanto a saper emozionare, Susan Sarandon è una campionessa assoluta.
È con lei ad aver preso il via la ventiquattresima edizione di Alice nella città, festival che si svolge in parallelo e in agreement con la Festa del cinema, dedicato alle nuove generazioni, agli esordi e alla scoperta del talento e diretto da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli. L’attrice americana è nella capitale per ricevere il Womenlands Excellence Award 2026 e presentare The Accompanist, esordio alla regia di Zach Woods.
Accudente. È ciò che Susan Sarandon riesce ad essere. Tiene tantissimo alle relazioni umane, e non si mette mai su un piedistallo. Eppure, potrebbe ben farlo. Una rapida scorsa alla sua carriera: ha ricevuto cinque candidature al Premio Oscar, per Atlantic City, U.S.A. (1980); Thelma & Louise (1991); L’olio di Lorenzo (1992); Il cliente (1994) e si è aggiudicata la statuetta nella sezione migliore attrice protagonista per l’indimenticabile Dead Man Walking – Condannato a morte (1995). Nel corso della carriera è stata inoltre insignita di un Premio BAFTA e uno Screen Actors Guild Award, venendo candidata nove volte ai Golden Globe e sei al Premio Emmy. Insomma, una grande del cinema.
Nello scorrere gli appunti dell’affollata conferenza stampa tenutasi in un albergo nel cuore di Via Veneto, il luogo consacrato alla storia del cinema da Federico Fellini nella Dolce vita, le considerazioni della Sarandon attrice s’intrecciano indissolubilmente con quelle della Sarandon attivista dei diritti civili; un impegno che continua a portare avanti anche oggi che ha ottant’anni portati splendidamente, con grazia e ironia che contagiano chi l’ascolta. The Accompanist, il film nel quale Susan Sarandon torna a interpretare la protagonista assoluta, è un film di uno struggente rapporto tra una donna e una bambina che condividono dolore e resilienza, sofferenza e un’insopprimibile voglia di vivere. «Le ferite — dice Sarandon — rendono più facile la connessione con le altre persone, perché permettono di condividere il dolore ma anche la resilienza tra esse. Percepire le ferite aiuta a rafforzare i legami, come avviene nel film». «Quando si soffre — rimarca l’attrice — si pensa con angoscia di restare soli. Ma non è così. Perché la sofferenza unisce e, in questo, va vissuta anche come un “dono” perché permette di condividere il proprio dolore con quello degli altri, creando così legami universali. Il cuore dimezza il dolore e raddoppia la gioia».
Il coraggio di prendere posizione, esponendosi ad attacchi furiosi, intrisi di odio e spesso di un machismo senza limiti. Ma lei non ha mai smesso di denunciare le brutture di un mondo che «fa schifo». Lo ha fatto, ricorda, alla cerimonia degli Oscar, denunciando che molti abitanti di Haiti sono detenuti a Guantanamo perché gay e per questo possibili portatori di infezioni. Lo ha fatto prendendo posizione, pubblicamente, contro la guerra in Iraq, pagandone prezzi personali, come l’esclusione dai circoli che contano a Los Angeles e negli States. E non si arrende, Susan Sarandon, e s’indigna di fronte all’ultima trovata del governo Trump: il plotone di esecuzione, per eseguire una condanna a morte. «Penso — afferma — che questa vicenda metta in luce la sua mancanza di moralità, di sensibilità e la sua mascolinità tossica e dimostri quanto sia profonda l’infezione che oggi affligge il governo degli Stati Uniti mettendo in luce la depravazione dell’amministrazione Trump. Per avere un’idea del genere devi essere strafatto e fuori di testa», in riferimento alla scelta dell’amministrazione Usa di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex psichiatra militare autore della strage di Fort Hood del 2009.
Un caso che, secondo l’attrice, «ha riaperto il dibattito sulla pena di morte e ha riportato l’attenzione sulla depravazione di questa amministrazione. Gran parte del mondo, del resto, non pratica neppure la pena capitale. Non credo di aver visto qualcosa di così sconvolgente dai tempi dei video diffusi dall’Isis». Sarandon poi ricorda: «Abbiamo già conosciuto un simile orrore durante la schiavitù, quando la gente si radunava per osservare uomini neri impiccati agli alberi. È qualcosa di estremamente pericoloso, terribile e profondamente disumano». E aggiunge: «Pensate anche al danno che farebbe a quelli che tireranno il grilletto, a quelli che spareranno, perché se non mi sbaglio il condannato a morte è su una sedia a rotelle. Trasmettere dal vivo un omicidio, a sangue freddo, contro una persona assolutamente non in grado di difendersi, al di là di quello che lui poi abbia fatto, potrebbe rovinare anche le vite di coloro che procedono a questa esecuzione».
Oggi Susan Sarandon è tra gli artisti più impegnati nel denunciare il martirio di Gaza. «Non credo sia importante cosa è successo a me per aver parlato di Gaza. Penso che la cosa importante ora sia sapere che, mentre parliamo, migliaia di persone, a cessate il fuoco in corso, continuano a essere uccise», dice rispondendo a una domanda sul suo arresto durante una manifestazione per i palestinesi. «Oltre 2.000 persone sono state uccise in Libano — ha poi ricordato — i bambini vengono ancora colpiti alla testa dai cecchini, vengono sepolti vivi, vengono lasciati morire di fame e non possiamo permettere che tutto questo venga normalizzato. È uno dei motivi per cui è importante farsi arrestare, la situazione va avanti da così tanto tempo che se ne parla fin troppo poco». «Un film come Naza — ha concluso — il fatto che la gente sia ancora in piazza e che partecipino a migliaia, è fondamentale, non possiamo permettere che questo definisca la nostra identità come mondo».
Non c’è più tempo. Per altre domande. Susan Sarandon è attesa all’incontro che più la coinvolge: quello con i giovani che assisteranno alla proiezione. «I giovani — dice — lottano per cambiare il mondo cinico in cui sono costretti a vivere e non si assuefanno alla normalizzazione del male. Oggi i ragazzi sono istruiti, coraggiosi e arrabbiati. La situazione a Gaza va avanti da così tanto tempo che se ne parla fin troppo poco. Scendere in piazza è fondamentale, e vale la pena farsi arrestare. I giovani, questi giovani, sono la nostra speranza». Prima di uscire dalla sala, riesco a strapparle un sorriso e un autografo. L’emozione non ha età.
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