Superare la logica emergenziale per affrontare una nuova normalità climatica

Dalla crisi alla responsabilità: l’Italia davanti alla prova decisiva tra impatti già visibili, ritardi politici e la necessità di una trasformazione profonda indicata dall’IPCC e sancita dall’Accordo di Parigi.

Marco CiarafoniApprofondimenti
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ANSA

Negli ultimi giorni l’Italia è stata nuovamente colpita da eventi atmosferici violenti come alluvioni, frane, precipitazioni estreme. Non si tratta più di episodi eccezionali, ma di una nuova normalità climatica. I dati scientifici e i report internazionali sono chiari da anni. Ciò che stiamo vivendo è la manifestazione concreta del cambiamento climatico, aggravato da ritardi politici e scelte strutturalmente insufficienti. È in atto una crisi sistemica, non un’emergenza occasionale.


Secondo il Climate Risk Index, l’Italia è oggi il Paese europeo più colpito per morti e danni causati da eventi climatici estremi. Non solo, il nostro Paese figura tra i più vulnerabili a livello globale, con impatti crescenti su infrastrutture, economia e salute pubblica.
Il fenomeno è tutt’altro che sporadico.


Si contano oltre 800 eventi estremi in poco più di un decennio. Solo in un singolo anno si sono registrati oltre 350 episodi significativi tra alluvioni, siccità e tempeste.
Questi numeri confermano la tendenza che l’aumento della temperatura globale, già oltre +1,5°C rispetto all’era preindustriale, sta amplificando l’energia nell’atmosfera, trasformando ogni perturbazione in un potenziale disastro.


In altre parole, non è il “maltempo” a essere cambiato ma è il clima. Le cause sono note ma anche ignorate. La comunità scientifica non lascia spazio a dubbi sul fatto che l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi è direttamente legato all’accumulo di gas serra derivanti da attività umane. In Italia, nonostante alcuni progressi, il quadro resta contraddittorio. Le emissioni sono diminuite rispetto al 1990, ma settori cruciali come i trasporti continuano a crescere, superando del +7% i livelli del 1990.
Questa inerzia riflette un problema politico strutturale. La transizione ecologica viene continuamente rallentata o svuotata, spesso in nome di interessi economici a breve termine.


Già nel 2015, con l’Accordo di Parigi, la comunità internazionale aveva definito una roadmap chiara prevedendo la necessità di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C, di ridurre drasticamente le emissioni e di orientare lo sviluppo verso modelli sostenibili. Eppure, in Italia e in Europa, queste misure sono state spesso osteggiate o ridimensionate dalle forze politiche conservatrici e di destra, che hanno minimizzato la portata della crisi climatica rallentato normative su energia e mobilità e difeso modelli produttivi ad alta intensità di carbonio. Il risultato è un ritardo evidente tra la gravità degli impatti e la velocità delle politiche di risposta. Come evidenziato da analisi recenti esiste un «gap tra i danni già in corso e la lentezza delle politiche di mitigazione e adattamento».


L’azione del governo Meloni è ancora centrata su una logica emergenziale. Da interventi post-disastro a stanziamenti straordinari dopo eventi estremi in un contesto di assenza di una pianificazione strutturale. 
Manca invece una strategia integrata basata su prevenzione territoriale (manutenzione del suolo, gestione idrogeologica), adattamento urbano (infrastrutture resilienti, drenaggio, verde urbano), trasformazione del sistema produttivo. Continuare su questa strada significa accettare implicitamente che gli eventi estremi diventino la norma, con costi umani ed economici sempre più elevati. Servirebbero di contro politiche di mitigazione, adattamento e giustizia sociale. Affrontare la crisi climatica richiede un cambio di paradigma. Non bastano interventi tecnici isolati ma occorre una trasformazione sistemica. Innanzitutto la riduzione drastica delle emissioni.


Secondo l’IPCC, per restare entro 1,5°C le emissioni globali devono diminuire di circa il 43% entro il 2030. Questo implica l'uscita accelerata dai combustibili fossili, investimenti massicci in rinnovabili, elettrificazione dei trasporti.
Al contempo prevedere misure di adattamento e resilienza territoriale. Le città italiane sono altamente vulnerabili e necessitano di piani climatici urbani, infrastrutture verdi, sistemi di gestione delle acque. Non meno importante è il tema della giustizia sociale e della transizione equa. La crisi climatica colpisce soprattutto le fasce più fragili. Una transizione efficace deve redistribuire i costi, sostenere lavoratori e territori in trasformazione, evitare che la sostenibilità diventi un fattore di disuguaglianza.


Gli eventi estremi che colpiscono l’Italia non sono anomalie ma sono segnali di un sistema che sta cambiando rapidamente. Continuare a trattarli come emergenze isolate significa ignorare le evidenze scientifiche e rimandare decisioni inevitabili. Le responsabilità politiche sono evidenti. Anni di ritardi, resistenze ideologiche e scelte miopi hanno contribuito a rendere il Paese più esposto e meno preparato.
La questione climatica non è più solo ambientale ma è economica, sociale e democratica. E richiede una risposta all’altezza della sua complessità, fondata su visione, coraggio politico e responsabilità intergenerazionale.