Suolo e sicurezza alimentare: la nuova questione agraria
Tra cementificazione, crisi climatica e sovranità alimentare, l'Italia continua a perdere terreno fertile senza una legge nazionale di tutela.

ANSA
In occasione dell’Expo 2015, scrissi un articolo dal titolo Per nutrire il pianeta e garantire la sovranità alimentare del nostro Paese è indispensabile fermare il consumo di suolo agricolo, che così concludeva: «È auspicabile e necessario che una legge sul contenimento del consumo di suolo e sulla valorizzazione delle aree agricole sia approvata dal Parlamento in occasione dell’apertura dell’Expo 2015: questo sarebbe un modo reale e concreto per rispondere al tema posto dall’evento mondiale ‘Nutrire il pianeta, energia per la vita'».
A distanza di oltre dieci anni, quella legge non è mai stata approvata. Nel frattempo il consumo di suolo non si è fermato, la superficie agricola italiana ha continuato a ridursi e il nostro Paese è diventato sempre più dipendente dall’estero per il proprio approvvigionamento alimentare. È forse questo il dato più inquietante: mentre cresceva la consapevolezza globale sui cambiamenti climatici, sulla crisi ecologica e sulla fragilità dei sistemi agroalimentari, l’Italia ha continuato a perdere una delle proprie risorse più strategiche e non rinnovabili: il suolo fertile.
Secondo il settimo Censimento generale dell’Agricoltura dell’ISTAT, tra il 1982 e il 2020 la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) in Italia è diminuita del 21,5%, passando da 15.972.746 ettari a 12.535.359 ettari (una perdita netta di circa 3,4 milioni di ettari). Una perdita enorme, equivalente a intere regioni italiane scomparse dalla produzione agricola. Parallelamente il Rapporto ISPRA 2024 sul consumo di suolo, denuncia che nel nostro Paese ogni anno vengono impermeabilizzati circa 72 chilometri quadrati di territorio pari a circa 20 ettari al giorno o oltre 2 metri quadrati al secondo. Le aree più colpite sono proprio quelle pianeggianti e fertili, cioè i terreni agricoli migliori, quelli che garantiscono le maggiori produzioni alimentari. Ma oggi la questione si presenta in termini ancora più complessi rispetto al 2015. Accanto alla cementificazione tradizionale si aggiunge il rapido sviluppo degli impianti fotovoltaici a terra che, pur rappresentando uno strumento fondamentale della transizione energetica, stanno interessando migliaia di ettari agricoli, spesso localizzati proprio nelle pianure più fertili del Paese. Sempre secondo idati ISPRA nel 2024 il consumo di suolo dovuto ai nuovi impianti fotovoltaici a terra è quadruplicato rispetto all’anno precedente, passando da circa 420 ettari nel 2023 a oltre 1.700 ettari nel 2024, con circa l’80% delle installazioni realizzate su terreni agricoli. Complessivamente gli impianti fotovoltaici a terra occupano ormai circa 18 mila ettari di territorio, in larga parte agricolo. La contraddizione è evidente: rischiamo di affrontare la crisi climatica compromettendo ulteriormente la capacità produttiva agricola nazionale. La transizione ecologica non può trasformarsi in una nuova forma di consumo irreversibile di suolo.
Il punto centrale è che il tema del suolo non riguarda soltanto l’ambiente o il paesaggio. Riguarda la struttura economica e democratica del Paese. Un’Italia che perde suolo agricolo perde capacità produttiva, occupazione, autonomia strategica e resilienza sociale. Le guerre, l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole, le tensioni geopolitiche e gli effetti sempre più estremi della crisi climatica hanno dimostrato quanto fragile possa diventare la sicurezza alimentare globale. La dipendenza alimentare dell’Italia potrebbe trasformarsi rapidamente in una variabile delle dinamiche economiche, sociali e geopolitiche dei Paesi produttori di risorse agricole. Già oggi importiamo circa il 46,6% quote rilevanti di cereali, proteine vegetali, mangimi e materie prime alimentari. In prospettiva, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente. La Commissione Europea già nel 2011 stimava che entro il 2050 la domanda mondiale di prodotti agricoli sarebbe aumentata del 70%, mettendo sotto pressione i sistemi agroalimentari mondiali.
In questo scenario il suolo agricolo torna ad assumere un valore strategico paragonabile a quello dell’energia o delle infrastrutture critiche. I Paesi che conserveranno il proprio capitale naturale saranno più forti economicamente, socialmente e geopoliticamente. Quelli che continueranno a consumarlo rischieranno una crescente dipendenza dall’estero e nuove forme di vulnerabilità. Per questo sorprende il silenzio della politica italiana. Da oltre dieci anni le proposte di legge sul consumo di suolo si accumulano in Parlamento senza arrivare a conclusione. È uno dei più evidenti fallimenti della programmazione territoriale nazionale.
La distruzione di fattori limitanti, quali terra e acqua, il continuo inquinamento delle falde, e dell’aria, devono indurre a riflettere sulla necessità non più rinviabile di uno sviluppo compatibile ed adottare nuove politiche. Ripensare il concetto di sviluppo, significa mettere in atto un profondo mutamento che riguarda le politiche, la cultura, gli indirizzi economico-sociali e le stesse funzioni dello Stato.
La difesa del suolo agricolo non è una battaglia conservatrice o localistica. È una grande questione sociale. Significa difendere beni comuni, contrastare la rendita speculativa, ridurre le disuguaglianze territoriali, promuovere un nuovo modello di sviluppo fondato sulla rigenerazione urbana, sul recupero delle aree degradate e sulla qualità ecologica delle città.
Una moderna politica riformista di sinistra dovrebbe assumere il consumo di suolo come una delle grandi questioni della giustizia ambientale e sociale del XXI secolo. Perché il territorio consumato non colpisce tutti allo stesso modo: produce periferie degradate, aumenta il dissesto idrogeologico, riduce la qualità ambientale urbana e rende più fragili le comunità economicamente e socialmente più deboli.
A undici anni dall’Expo 2015, quella domanda posta allora — “Nutrire il pianeta” — è diventata ancora più attuale. La differenza è che oggi abbiamo meno tempo, meno suolo disponibile e molte più ragioni per capire che senza tutela del territorio non esiste né sovranità alimentare né giustizia sociale.
Oggi la nuova questione agraria si intreccia con la crisi climatica, con le disuguaglianze sociali, con la speculazione fondiaria, con la transizione energetica e con i nuovi equilibri geopolitici mondiali. Per questo la tutela del suolo non può più essere considerata un tema marginale o settoriale, ma una priorità nazionale ed europea.
Per questo se nel 2027 le forze progressiste avranno la responsabilità di governare il Paese, dovranno assumere un impegno preciso: approvare finalmente una legge nazionale sul consumo di suolo che introduca obiettivi vincolanti di riduzione della cementificazione, tutela delle aree agricole fertili, rigenerazione urbana e utilizzo prioritario delle superfici già impermeabilizzate per gli impianti energetici. Sarebbe un atto di responsabilità storica verso le future generazioni.
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