Sul centenario di Gobetti

ANSA
Piero Gobetti, un rivoluzionario liberale. Morto cento anni fa a Parigi dopo un’aggressione fascista a Torino, il 15 febbraio 1926, a soli 25 anni. Inevitabile, nel rievocarne la figura, partire dall’ossimoro, tanto più insolito e singolare se calato nella storia politica italiana, che ha fatto del liberalismo — oltre le benemerenze risorgimentali — una tradizione conservatrice o al più moderata.
Intanto quell’ossimoro — rivoluzione liberale — non è definizione arbitraria o affibbiata dall’esterno a Gobetti. È un’autodefinizione. Un concetto base. Che fa corpo con il programma stesso che il giovane uomo di pensiero attribuì via via a sé negli anni che vanno dalle prime prove editoriali — Energie Nove, la collaborazione a L’Unità di Salvemini — alla più matura riflessione compendiata dal Manifesto, poi destinato a divenire rivista e infine saggio nel 1924: Rivoluzione Liberale. Ma cos’era questa Rivoluzione? Ostile al maggioritario e alla elezione diretta del Capo? Di quali obiettivi, soggetti storici e speranze si nutriva?
Per capirlo occorre per un momento fuoriuscire dal circolo dottrinario delle idee. E sforzarsi di intravedere, prima ancora, un carattere, una biografia, un clima ben preciso. Parliamo di un certo mondo vitale. Quello della Torino prebellica e postbellica dei primi decenni del Novecento. Indubitabilmente quella Torino è crogiolo avanzato di industria e cultura, piazzaforte del piccolo “Stato Fiat” (la definizione sarà di Gobetti stesso) che piegava tutta l’industria circostante a sé, imprimendo ritmo e dinamismo nuovo all’ex capitale subalpina.
È un sommovimento profondo che suscita da un lato le energie di un vasto proletariato industriale, ben presto organizzato intorno ai suoi apostoli e filantropi borghesi, alle sue cooperative e al suo sindacato. E che dall’altro muove forze intellettuali diffuse. Sulla scia della nascente Civiltà industriale. Di un mercato allargato e del ventaglio di funzioni e professioni evocato dalla modernizzazione giolittiana. Torino è epicentro di tutto questo e interpreta il suo ruolo mescolando fierezza di capitale declassata a sentimenti di rivincita industrialista sul resto del paese. Ecco, Piero Gobetti, studente prodigio del Gioberti, giornalista in erba, ragazzo che si rivolgerà da pari a pari a Salvemini, Einaudi, Croce, Prezzolini, Gentile, cresce in quel clima. Figlio di contadini piemontesi inurbati e gestori di una drogheria, incarna perfettamente le Energie nove del momento.
Il tumultuoso passaggio da una società censitaria — ancorché cavourianamente inventiva — a un mondo di aspri conflitti tra ceti e generazioni. È Gobetti, nella sua prodigiosa e acerba vitalità venata di puritanesimo, l’esplosione stessa a Torino e in Italia di una questione cruciale: la questione intellettuale. Non già intesa come contrasto tra i colti e gli umili, tra romantica élite minoritaria e filistei privilegiati, come la Germania ce l’ha tramandata. Bensì come questione politica nazionale. Sociale certo, quanto a dimensione e moltiplicazione delle funzioni intellettuali moderne. Ma questione ancor più politica. Cioè come problema della selezione e ascesa delle classi dirigenti. Delle élites dirigenti, per evocare un termine centrale nella riflessione di Gobetti.
Qui è impossibile non registrare una consonanza rivelatrice: Gramsci. Anche lui, a modo suo “contadino”. Figlio di un piccolo impiegato comunale e “isolano” inurbato nella medesima Torino di Gobetti. Anche lui, critico del fatalismo positivista, è vittima del fascismo. E del pari ossessionato dagli intellettuali. Coesivo e mastice simbolico nella riflessione dei Quaderni del Carcere senza cui nessun ricambio sociale, nessuna riproduzione economica né baricentro egemonico di forze o di senso generale era possibile nel Moderno. Certo, il demiurgismo intellettuale di cui Gobetti fu interprete emblematico ebbe nell’Italia di allora un significato oscillante e ambiguo. Sino a culminare con il fascismo e sulle ali dell’attivismo in una capillare integrazione dei colti nel regime, e di segno conservatore. Almeno fino ai tempi della fronda antifascista. Del resto, lo stesso Gobetti convisse, smarcandosene da ultimo, con i protagonisti culturali della rivoluzione conservatrice. Dall’“Apota” Prezzolini a Gentile, idolatrato all’inizio, poi respinto come esponente di una scolastica autoritaria. Eppure, sul crinale di quella insorgenza intellettuale di massa a cavallo della Grande Guerra, ben studiata oggi dallo storico Emilio Gentile, Piero Gobetti rappresentò acutamente una grande possibilità innervata da analisi di straordinaria attualità. Ovverosia la spinta di un ricambio profondo di classi dirigenti. Oltre la chiusura oppressiva del vecchio ceto liberale, che nell’unificare il Paese dall’alto aveva escluso i ceti subalterni dallo Stato e dal recinto della società civile. Cristallizzando così assetti da civiltà precapitalista, privilegi corporativi e territoriali, ineguaglianze di classe e soprattutto bloccando la selezione delle élites istituzionali paralizzate dal notabilato locale.
È qui che il bisturi di Gobetti scava. Delineando sulla scia di Salvemini il quadro di quello che Gramsci definirà il “patto scellerato” tra nuova borghesia industrialista del Nord protetta dallo Stato e vecchie classi parassitarie del Sud, acquiescenti a un progetto di unificazione nazionale che condannava il Mezzogiorno a mercato passivo di manufatti e a serbatoio di manodopera. Mentre la proiezione geometrica di questo assetto diventava la convergenza al centro di partiti notabilari e incapaci di incarnare grandi correnti nazionali di interessi. Proprio come accade oggi con i partiti liquidi e personali. C’è, in questa denuncia di Gobetti, l’analogo di consimili vedute weberiane.
Le stesse con cui Max Weber nella Germania guglielmina metteva sotto accusa il parlamentarismo degli Junker, nonché l’assenza di un vero partito liberale di massa capace di allargare la cittadinanza oltre il privilegio censitario e assicurare base parlamentare salda all’esecutivo. E tuttavia, in Gobetti, oltre che l’attenzione ai limiti del liberalismo italiano, c’è la ricerca di un altro protagonista: il movimento operaio. Da riscattare dai vincoli di una mentalità fatalistica e meccanica, o solo amministrativa, e da inserire a pieno titolo nel processo del rinnovamento dell’Italia liberale. Su questo punto l’utopia gobettiana si fa più affascinante da decifrare. Infatti da un lato il giovane rivoluzionario liberale sembra puntare a un rinnovamento dei partiti, concependoli come partiti di massa, e non più partiti personali costruiti sul maggioritario. Gobetti era infatti tenacemente proporzionalista. E in tal senso gioca un ruolo il richiamo energetico al “mito” soreliano che fonde in blocchi classi fondamentali e alleanze su opposte sponde. Dall’altro però gli impulsi di rivoluzione muovono in lui dalle autonome cerchie della società civile. Dal mondo della cultura e dalle sue ramificazioni capillari specialistiche. Dal mondo dell’industria e da quello della fabbrica. Come quando nel 1920 egli guarda ammirato al Soviet della Fiat e all’“Ordine Nuovo” di Gramsci, corrispettivo italiano di quel moto di rivoluzione liberale che Gobetti scorgeva addirittura nella rivoluzione bolscevica. Difficile capire se per Gobetti, dalla personalità sperimentale e in divenire, l’epilogo di quell’Italia sospesa tra progresso e reazione e in piena bufera postbellica dovesse essere la rivoluzione sociale. Con gli operai promossi al rango dei borghesi imprenditori nelle fabbriche occupate. Oppure se per lui si trattasse solo di uno scossone salutare destinato a mutare le élites al potere degli opposti schieramenti rinnovati dal fuoco dello scontro. E secondo uno schema conflittualista debitore più all’elitismo sociale di Mosca che non a quello “naturalistico” di Pareto. Insomma, la migliore borghesia e il miglior proletariato.
Ma a troncare il dilemma intervenne il fascismo. Quando sulle ceneri della divisione tra le forze democratiche – liberali, cattoliche e socialiste, ferite dalla scissione di Livorno – esso s’incaricò di fornire una risposta. Eccola: un moderno regime reazionario di massa come lo definì Togliatti nel 1934. Che lascia filtrare al vertice ceti medi emergenti, nel quadro di un compromesso storico con grande industria, monarchia e Chiesa. E che spacca e comprime in basso i ceti subalterni.
Prima di morire, schiantato da un attacco cardiaco successivo all’aggressione squadristica a Torino, Gobetti individuò i tratti salienti di quella “modernizzazione reazionaria”, descrivendola come “autobiografia di una nazione”: una micidiale miscela di populismo, anti-parlamentarismo e tradizionalismo retrivo. Rassodata da un nuovo ceto medio risentito ed estraneo alle istituzioni percepite come nemiche. Fu l’ultima fiammata d’intelligenza di quel giovane acerbo le cui intuizioni ante litteram ridimensionano alquanto l’originalità di tante polemiche “revisionistiche” molto più tarde e chiariscono anche la sfida cesarista e populista di cui oggi è oggetto la democrazia italiana. Alla quale va aggiunta ancora un’altra intuizione, confermata dagli ultimi scritti di Gobetti oggi ripubblicati da Einaudi a cura di Pietro Polito: “La democrazia da fare”. Cioè la moderna democrazia italiana ispirata al bipolarismo di coalizione fatto di veri partiti di massa. Ancora una volta, il meglio del capitalismo è il meglio del movimento operaio italiano.
Nel quadro dell’alternanza di coalizioni, con cattolici e liberali avanzati a sinistra nello stato di diritto bilanciato. E in quello della lotta contro populismo ed ogni forma di democrazia plebiscitaria e “direttistica”. Oggi, a cento anni dalla tragica scomparsa di Gobetti, siamo ancora alle prese con questa battaglia contro gli eredi di quelli che furono i nemici e i carnefici di quel giovane davvero favoloso. E la democrazia da fare è esattamente vincere questa battaglia di nuovo indecisa, pur nelle sue forme inedite.