Strategie e tattiche della guerra in Iran: operazione nostalgia?

Fabio NicolucciApprofondimenti
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COPYLEFT: WIKIMEDIA COMMONS

Operazione “Epic Fury”? Se i nomignoli delle campagne militari non fossero solo infantile propaganda, sarebbe più esatto dire “Operazione Nostalgia canaglia”. Una strategia dipende del resto da come definiamo il nemico. Perché è in questo stampo o calco che poi versiamo tutta la nostra scienza politica e militare: un “negativo” che poi “a contrario” modella una strategia. Definendo lo scenario e quindi gli obiettivi strategici, a seconda dell’analisi delle capacità operative, con una adeguata pianificazione. Se però l’immagine del nemico è sfuocata - perché come nel caso degli Usa è una vecchia fotografia di 47 anni prima - oppure stereotipata per motivi ideologici (come nel caso della propaganda di Netanyahu) ecco che la definizione del nemico diviene consolatoria. E la conseguente strategia velleitaria. Un gigantesco problema per qualunque generale che si trovi ad applicare una tale epica follia imposta dal decisore politico. Ebbene, in tale incubo operativo siamo immersi fino al collo, e non ne usciremo né con i piagnistei degli influencer scacciati dal Golfo a colpi di droni né con minacce di allargare il conflitto, quando questa stessa minaccia è esattamente l’obiettivo del nemico. Quindi suona non solo vuota ma anche ridicola. E il ridicolo è una tossina per il morale dei combattenti, siano essi al fronte esterno o in quello interno.

Chi sono gli Iraniani

L’immagine dell’Iran proiettata dal governo israeliano – e non da oggi - è quella apocalittica di un gruppo di predoni in sottana nera e turbante, vecchi e cadenti, che non si sa come sono riusciti nel 1979 a far sloggiare un monarca illuminato e amato come lo Shah. I quali, piuttosto che accettare di tornare a biascicare le loro incomprensibili litanie in qualche moschea, sono disposti a tutto. Motivo per cui non devono avere niente. Sarebbero infatti talmente irrazionali che è impossibile farli ragionare o negoziare. Senza essere degli iranisti, qui ci soccorre la storia anche recente e qualche dato. Parliamo di un popolo ariano come noi (e non arabo), che più o meno quando Romolo e Remo trovavano rifugio su un brullo colle laziale fondava un impero (nel 550 a.c.). Iran e Persia infatti sono la stessa cosa. Fu lo Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah regnante cacciato nel 1979 e nonno dell’attuale principe animatore della diaspora monarchica, nel 1935, a cambiarne il nome in Iran. Iran è un iperonimo, cioè si riferisce a tutte le popolazioni dell’impero, mentre Persia è un iponimo, cioè si riferisce solo alla popolazione predominante e non anche alle minoranze (arabi, azeri, curdi, baluci, ecc). Forse i cartografi americani alla Casa Bianca, sotto stress per il gran lavoro di rinominare in tutte le carte geografiche e documenti ufficiali il Golfo persico in Golfo arabo e quello del Messico in Golfo d’America, si sono dimenticati di informare il Presidente Trump che i due nomi sono lo stesso paese. Un paese plurimillenario.

Nostalgia Canaglia

Gli Usa, da nazione relativamente giovane, non hanno un radicato senso della Storia. Ma la miopia strategica in questo caso non è tutta farina del loro sacco. La guerra all’Iran è stata fatta da Israele, Trump non ha avuto la concentrazione necessaria per opporsi, come fece invece nel 2025. Come dice la deputata ebrea americana del partito repubblicano Sara Jacobs “la mia famiglia vive a Tel Aviv... Mi stanno scrivendo messaggi dal rifugio, ho a cuore la sicurezza di Israele. Netanyahu ha cercato di convincere tutti i presidenti americani ad attaccare l'Iran, ma Trump è stato l'unico abbastanza stupido da farlo davvero".

Israele però, al contrario degli Usa, il senso della Storia ce l’ha, ed anche molto radicato. Esattamente come i persiani. Anche perché ricordano bene come fu Ciro il Grande nel 538 a.C. a porre fine all’esilio babilonese e a permettere il loro ritorno a Gerusalemme per ricostruire il loro Tempio. Da allora, fu amore a prima vista. Un amore durato migliaia di anni, che spiega perché all'indomani della Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’unica diaspora ebraica a non essere costretta all'esodo verso Israele sia stata proprio quella iraniana. Una comunità che ancora oggi conta circa trentamila persone, a differenza delle esigue minoranze — spesso ridotte a poche decine — rimaste negli altri Paesi del mondo arabo.

Un’amicizia ed un’affinità che nei primi decenni della vita dello Stato d’Israele è divenuta anche una politica estera e di sicurezza, la cosiddetta “dottrina della periferia” (Torah HaPeripheria in ebraico. Ndr.). Geniale intuizione di Ben Gurion, essa prevedeva di costruire un anello esterno regionale che assediasse a sua volta gli stati arabi vicini ed ostili al neonato Stato d’Israele. Costituita da un Triangolo del nord (Turchia, Iran e Israele) e un Triangolo del Sud (Sudan, Etiopia e Israele), sostenuto poi da alleanze bilaterali con tutte le minoranze non arabe del Medioriente, dai curdi ai drusi agli azeri. Questo amore, già allora piuttosto romanzato, collassa però definitivamente nel 1979 con la Rivoluzione di Khomeini. Viene vissuto come un abbandono. Un tradimento. Genera risentimento.

Interessante è leggere i rapporti dell’analista del Mossad responsabile del desk Iran in quei tempi, Yossi Alpher, che spiega bene come già allora fosse un amore piuttosto a senso unico, platonico e idealizzato. Si pensava che l’Iran fosse lo Shah. Tanto che il Mossad fu colto di sorpresa dal suo crollo: “scoprii rapidamente che non c’era nessuno nel Mossad o nel Ministero degli Affari Esteri a cui affidarmi per una maggiore comprensione di ciò che stava avvenendo […]. sforzando la loro capacità di pensiero creativo alcuni potevano forse mettersi nei panni dei ‘bazarii’, […] ma non avevano strumenti per comprendere il potenziale potere negativo, l’appeal popolare, perfino le capacità operative rivoluzionarie di Khomeini e dei suoi mullah. L’establishment clericale sciita iraniano era un libro chiuso per loro”.

Insomma, era tale la disperata necessità di sentirsi amati — di scovare un'anima gemella in un Medio Oriente ostile — che si è voluto credere che l’Iran fosse lo Scià, e viceversa. Oltretutto per lo Shah era cinicamente un’avventura politica tra le tante, non pensava certo al matrimonio con fiori e abito bianco come Israele, tanto che “dottrina della periferia” è rimasta dicitura solo israeliana. Ma per Israele l’Iran doveva essere quello di Ciro il Grande, “era una cosa emotiva”. Lo Shah era l’Iran, chiunque altro alla sua guida era un impostore. Un ladro che rubava in casa i gioielli di famiglia, non un nuovo inquilino. Così “dal 1979 da parte di molti politici israeliani – scrive lo stesso analista del Mossad - si guardava alla repubblica Islamica e alla sua prolungata ostilità verso Israele come ad un fenomeno temporaneo non rappresentativo del vero Iran e dei suoi interessi”. Da allora le “previsioni dell’imminente caduta del regime appaiono espressioni di wishful thinking, ispirato largamente da molto decisi dissidenti e, nel caso di Israele, dalla nostalgia della Periferia derivata dall’ignoranza”.

Dissidenti nostalgici della monarchia che hanno formato, ci dice l’analista, “una forte lobby di Israeli security thinkers che si sono convinti che i moderati iraniani possono prendere il potere se Israele e gli Usa danno giusto una spinta al regime di Teheran”. Ma, avvertiva poi l’ex responsabile del desk Iran del Mossad, “se l’Iran è attaccato è più probabile che gli iraniani si stringano attorno al regime piuttosto che cercare di cambiarlo. Se qualcosa può abbatterlo non saranno forze esterne ma piuttosto, come per l’Unione Sovietica, processi interni del tutto indipendenti dalle macchinazioni dei cambiatori di regime (sic!) e se inoltre il regime dovesse cadere è molto più probabile sia rimpiazzato da un regime militare delle Guardie Islamiche che da una minoranza liberale”. (…) Ed ecco il vero pericolo della nostalgia della periferia: che” Israele agisca – scriveva 10 anni fa l’analista – sulla base di queste fallaci concezioni, tanto da rischiare la propria credibilità con i suoi amici consigliandogli di agire sulla base di questi erronei giudizi, ignorando coscientemente o inavvertitamente le prospettive di coesistenza con i suoi più prossimi vicini arabi perché convinto dell’immutabilità della sua relazione con la Periferia”.

Stato vs tribù

Quando un amore finisce ex abrupto la ferita narcisistica è forte. Nel caso degli Stati diventa violenta. Con l’avvento del capopopolo Netanyahu al potere in Israele, con l’assassinio del ex Generale Ytzhak Rabin nel 1995, la nostalgia per quella relazione diviene una politica. Per venti anni si costruisce una escalation ideologica. Una politica che sulla base di una nostalgia di un passato idealizzato – un po’ come l’età dell’Islam puro delle origini vagheggiato dai salafiti – porta al rifiuto di un compromesso con il presente. Fino a rifiutarlo del tutto – dopo il trauma del 7 ottobre - anche nella sua forma internazionalmente organizzata in Stati. Così l’Israele di Netanyahu passa da garante della stabilità a promotore di un vagheggiato nuovo ordine, non più basato sugli Stati bensì sulle tribù. Mutando pelle anche all’interno, dove la democrazia israeliana diventa sempre più etnica e sempre meno universalistica. Una ricetta per il caos, perché come negli anni ’30 in Europa, nel Levante e nel Golfo le minoranze sono “il” problema degli Stati, e la ricerca dell'omogeneità etnica è la ricetta per spaccarli con la guerra.

Iran bersaglio grosso

In questo disegno tra il velleitario e l’apocalittico il bersaglio grosso è l’Iran, l’impero multietnico diventato il traditore dell’occidente. Al di là dell'estrema somatizzazione israeliana, con questo paese anche l’Europa da Erodoto in poi ha rapporti stretti. Lo sentiamo un po’ come l’”altro occidente”, e non ci capacitiamo come possa voler rimanere fieramente alieno. Del resto i legami culturali sono tantissimi, dall’archeologia, alla cultura, al cinema, al ruolo della politica, che i persiani amano moltissimo tanto da aver tradotto Machiavelli. Ali Larijani, per esempio, era laureato in matematica e nella filosofia di Kant. La storia della Persia non si può certo riassumere tutta nei 47 anni della repubblica islamica. Di qui la disumanizzazione. Necessaria per sostenere il ruolo di nemico principale un po’ fuori proporzione a cui l’Iran è assurto nella politica occidentale.

La terza Guerra nel Golfo

Ma se il disegno israeliano è quello di una “distruzione creativa” degli Stati del medioriente, da spacchettare lungo linee etniche in modo da rimanere l’unico predominante, l’Iran in questo caso rappresenta un ostacolo serio.

Mentre infatti l’occidente si immaginava un Blitz Krieg, la Long War iraniana era stata già pianificata nei minimi dettagli. Anche qui, copiando dal meglio della nostra esperienza militare, come la decentralizzazione operativa “a domino” copiata dalla teoria del “Team of Teams” del generale Usa McChrystal elaborata in Iraq nel 2007 per riuscire a battere l’insorgenza sunnita. Come dice il comandante giapponese dopo Pearl Harbour nel film “Midway”, “abbiamo risvegliato il gigante e lo abbiamo riempito di grande determinazione”.

E la determinazione si accompagna ad una lucida analisi e pianificazione strategica. Non solo l’Iran si è infatti preparato ad una lunga guerra, con modalità decentralizzate in modo da essere resiliente rispetto alla tattica di “tagliare la testa del serpente”, ma anche ha scelto obiettivi inaspettati. Invece della risposta furiosa tutta concentrata su Israele che ci si aspettava, ha diversificato. Del resto le guerre asimmetriche non sono per forza decise dalla forza militare.

True promise vs Epic Fury

Il nome dell'operazione iraniana è “True promise”: ricordare a tutti che cosa è la nazione persiana sotto attacco. In primo luogo a chi sembra voler approfittare della situazione, con un calcolo da inesperti della statualità: gli Stati sunniti del Golfo. Invece di mirare solo alla fortezza israeliana, tenuta comunque in allarme continuo da una ben calibrata e continua dose di missili, si mira al bersaglio molle: metà dei missili totali è destinata agli Emirati, il vero alleato di Israele nella regione, mentre a chi ha scatenato l’attacco è destinato solo il 20 %, lo stretto necessario per una guerra di nervi. Un’altra quota rilevante al Kuwait, per accattivarsi il favore degli iracheni (in maggioranza sciiti) che lo hanno da sempre considerato la 19esima provincia, e al Bahrein, dove il regime sunnita degli Khalifa è sentito come illegittimo dalla maggioranza sciita della popolazione.

Con una attenta pianificazione degli obiettivi, dalle basi militari Usa agli obiettivi infrastrutturali, e delle risorse missilistiche, a seconda dell’andamento della guerra. L’idea è semplice, e discende da un’analisi realistica sia dei veri punti deboli dell’avversario – cioè la politica - sia dei propri, cioè l’impossibilità di una lunga guerra frontale: al caos si risponde con il caos e l’escalation. Tanto più che cecità e impreparazione culturale degli avversari mirano a disgregare gli Stati, cosa che alla lunga mette a rischio prima quelli più posticci - Libano, Iraq e sunniti del Golfo – rispetto al millenario impero persiano.

Cosa rappresenta il Golfo per il mondo

Mettere i piedi nel piatto con sfrontatezza, cioè chiudere lo stretto di Hormuz, è certo una mossa brillante. Ma sarebbe stata prevedibile se non si fosse sbagliata l'analisi del nemico. Il quale non è appunto un branco di predoni che schiavizza 92 milioni di persone desiderose di essere liberate anche dalle bombe straniere, bensì un regime policentrico con un certo consenso. Certo, in crisi. Ma più che per deficit di legittimità politica – che comunque gli è stata restituita dalla sciagurata decisione di fargli guerra aperta – piuttosto per una crisi generazionale. Tra coloro che avevano fatto la rivoluzione del 1979, e i loro figli che volevano più libertà dallo Stato. Se però dall’esterno lo Stato stesso viene messo in questione e non solo il regime, allora sembra essere molto più facile sanarla da parte dell’attuale generazione al comando. Quanto riusciamo a distinguere dall’esterno lo Stato rispetto al regime?

L’ambiguità strategica

Tale ambiguità strategica sugli obiettivi della guerra all’Iran è poi amplificata dall’uso di tattiche diverse e alternative dal punto di vista politico: si conduce una campagna di assassinii mirati della leadership, ma anche contro infrastrutture nazionali come le raffinerie, e perfino di bombardamenti a tappeto come a Shiraz. Dove l’uccisione di 165 bambine in una scuola elementare non viene nemmeno riconosciuta come errore, alienando molte possibili simpatie all’interno.

E mentre l’occidente sembra colpire a casaccio, mostrando più odio che raziocinio, sperando nel crollo di un regime dopo aver risvegliato lo scontro di civiltà con lo sciismo e la sua vocazione di minoranza attrezzata alla resistenza e al martirio, lo stesso regime punta ai gangli vitali della vita regionale e globale. Non solo dunque una guerra tra AI: Palantir contro l’AI cinese. Ma anche asimmetrica, con pochi mezzi ma efficaci per bloccare la giugulare del mondo, dove passa non solo circa il 20% del petrolio e del gas mondiale, ma anche un terzo della produzione mondiale di fertilizzanti per agricoltura e un quarto dell’ammoniaca.

Memories of wars

In conclusione, l’esito di una guerra iniziata per un progetto politico apocalittico intriso di nostalgia sarà probabilmente determinato dalle memorie di guerra che essa richiama nella coscienza collettiva dei vari attori. Perché è rimasta una guerra per scelta tra l’Israele di Netanyahu e l’Iran. Non vi è dunque al fondo una elaborazione collettiva, e la risultante della guerra sarà la somma di comportamenti individuali. In Iran si sono attrezzati: caos chiama caos, lo sciismo nobilita il martirio, la rivoluzione khomeinista è nata in una lunga guerra – un'altra “guerra imposta” (Jang e-Tahmili in farsi, ndr) – e questa prospettiva risveglia energie piuttosto che generare sbandamento. In Europa e nel Golfo, proprio per le memorie di guerra, l’esito è opposto.

L’Europa è uscita sconfitta e devastata dalla seconda guerra mondiale: non crede più nelle guerre di aggressione come strumento di ordine internazionale, se non come intervento umanitario. Vale però per Germania, Italia e in un certo senso per la Francia, ma non per il Regno Unito, e sul campo si vede già dal 2003 la diversa postura. Anche perché il Regno Unito è la potenza coloniale di riferimento del Golfo sunnita, sua colonia fino agli anni settanta, a parte l’Arabia saudita. Sente un certo richiamo sentimentale, ed ha per questo un ambivalente ma viscerale rapporto – lo si vede con Tony Blair – con quel mondo. Un mondo che, a sua volta, si era illuso di poter prosperare sulla sicurezza pagata dal denaro, ma in questa torsione tutta politica si sente perso e senza esperienza né mezzi, a cominciare dai pochi cittadini combattenti.

Rimangono infine i due aggressori iniziali. Qui, le memorie delle guerre divergono perché divergono le prospettive escatologiche. Gli Usa hanno di fronte il fantasma del Vietnam – c’è perfino ancora una volta la Cina nelle retrovie – e sono paralizzati dalla tardiva consapevolezza di aver messo il piede su una mina. Potrebbe essere un problema serio non sapere come uscirne. Per Israele infatti è diverso. Qui la lotta è tra una tradizionale prospettiva razionale e la nuova dirompente visione apocalittica e messianica. La prima è quella dei generali e degli apparati di sicurezza come il Mossad, che hanno fatto lo Stato e conoscono l’impossibilità delle guerre lunghe e ideologiche, la seconda dell’attuale governo in carica che invece le dilata. Al momento la contesa sembra vinta da questi ultimi. Non è un dramma solo interno. E’ una spinta che guarda all’Armageddon, con tutto un vocabolario conseguente – la guerra ad Amalek – che la frustrazione sul campo potrebbe far divampare. E la fragilità degli Usa potrebbe non riuscire a contenere. Non dovesse infatti riuscire il disegno di piegare l’Iran, di fronte magari ad un incidente serio durante l’escalation, chi può garantire oggi contro l’uso apocalittico da primo colpo di un’arma nucleare tattica da parte di una potenza nucleare che aveva paradossalmente mosso guerra per impedire al proprio avversario di averla?