Storia di ordinario razzismo

La storia del poeta ed editore palestinese Khaled Soliman Al Nassiry: dal viaggio di Io sto con la sposa al razzismo quotidiano sul Naviglio Pavese.

Enza PlotinoBattaglia delle Idee
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ANSA

I social non amano i nomi arabi. Facebook soprattutto! L’ho scoperto per caso, quando, interessata al racconto di Khaled Soliman Al Nassiry, gli ho scritto attraverso Messenger, ma quel messaggio è magicamente “evaporato”. Quando ho aperto nuovamente la posta non c’era più. «Ma come?» Era lì in attesa di una risposta! Allora sono andata sul web alla ricerca di quel nome e di quel racconto. E l’ho trovato. Mi aveva colpito il modo semplice, asciutto di riportare una storia di ordinario razzismo. Un fatto personale accaduto a una famiglia in una giornata di gita “fuori porta”, come si direbbe a Roma.

In realtà ci troviamo nel Nord della penisola, sul Naviglio Pavese, in direzione di Assago, dove Khaled Soliman, sua moglie e i suoi due figlioli stanno pedalando, tra le risaie, in un percorso ampio per le biciclette, senza automobili. «Io davanti, i bambini dietro, ciascuno sulla propria bici». È stata una felice sorpresa Khaled Soliman Al Nassiry! Perché cercando notizie su di lui ho scoperto un uomo interessante, un poeta impegnato nell’editoria, di origini palestinesi, che viveva a Damasco e che è arrivato a Milano nel 2009, dove si è sposato.

Caporedattore di una rivista multietnica, Al Jarida, da lui pensata, che negli anni tra il 2011 e il 2013, stampata in italiano e arabo, viene distribuita gratuitamente anche nelle uscite della metropolitana, il nostro attivo fondatore riesce a dare un contributo importante alla realizzazione di “Philastiniat”, un festival della cultura palestinese organizzato a Milano nel 2012 per promuovere il patrimonio artistico, il cinema, la musica, la poesia e la letteratura palestinese nel mondo, rendendo omaggio a figure intellettuali di rilievo. Mi incuriosisco perché mi piace l’attivismo di queste nuove generazioni di arabi italiani.

Sarà ancora lui nel 2015 a portare avanti un progetto editoriale destinato principalmente al mercato arabo, Almutawassit, con cui «pubblichiamo traduzioni in arabo di autori europei, con un focus particolare sulla letteratura italiana», come lui stesso scrive. Nella mia ricerca sul web scopro anche che Almutawassit, il cui nome significa Mediterraneo, è una delle più grandi case editrici del mondo arabo, con un catalogo di oltre 500 opere pubblicate. Ha sede a Milano e sedi operative a Beirut, Sharjah e Riad ed è impegnata anche nel portare il meglio della letteratura italiana e mondiale sul mercato arabo. Una bella scoperta che mi ha aperto un mondo.

Non è però ciò che mi ha colpito di più di questo scrittore e poeta. Mi sono imbattuta infatti in un film da lui sceneggiato insieme a due amici, Gabriele Del Grande e Tareq Al Jabr, scritto a causa di un incontro casuale a un tavolino di un bar nei pressi della stazione di Milano Centrale. Intorno a quel tavolino nasce l’idea, straordinaria e reale, di un racconto per immagini e un film documentario che riesca, attraverso un gesto politico, coraggioso e solidale, a superare i confini del pensiero per trasformarsi in un’azione intellettuale di pura coscienza civica e solidarietà civile.

Perché casuale? Perché tutto nasce dall’incontro con un ragazzo palestinese, Abdallah Sallam, che chiede loro un’informazione. Abdallah cerca invano un treno per la Svezia. «Vuole arrivare in Svezia direttamente dall’Italia», come ironizzano i tre amici, ma si ferma con loro per un caffè e inizia a raccontare la sua storia. I tre amici, che di mestiere scrivono, pubblicano e traducono articoli e libri, scoprono che il loro giovane incontro è uno dei superstiti del naufragio di Lampedusa dell’11 ottobre di quell’anno. Abdallah ha già superato numerose frontiere e solo due settimane prima ha visto annegare in mare 250 passeggeri in viaggio come lui.

La Svezia è ancora molto lontana. Così Khaled Soliman e i suoi amici decidono di raccontare di quell’incontro a un loro collega regista, Antonio Augugliaro. Nasce Io sto con la sposa, un film su un viaggio di un finto corteo nuziale verso la Svezia. Il matrimonio come libertà, perché nessuno alla frontiera si sogna di fermare una coppia il giorno delle nozze! Sarà un’impresa “impossibile”, a partire dalla ricerca della consorte, Tasnim Fared, e degli invitati/partecipanti al viaggio. E poi gli operatori. Il corteo nuziale parte dalla stazione Centrale di Milano il 14 novembre 2013.

Come racconta Khaled Soliman, «sono tutti vestiti eleganti come se stessero davvero andando a un matrimonio. Ragazzi e ragazze delle due rive del Mediterraneo, pronti a rischiare tutto, insieme, per dimostrare che questo può essere ancora il mare che ci unisce». Gli sposi arriveranno senza intoppi fino alla meta prevista, attraversando un’Europa in cui non ci sono più frontiere per gli europei, ma esistono ancora per tutte le persone che non hanno nazionalità europea. Un paradosso in cui la Svezia apre le proprie frontiere ai migranti siriani (oggi non è più possibile) senza che nel frattempo qualcuno spieghi loro come possano arrivarci concretamente se non attraversando l’Europa e compiendo il reato di immigrazione clandestina per il quale si rischiano anni di carcere.

Il diritto al viaggio è l’anima di questo film, un documento politico a favore del diritto alla vita e alla sopravvivenza di ogni individuo che avrà un’eco importante fino a partecipare nella sezione “Orizzonti — Fuori concorso” alla 71ª Mostra del Cinema di Venezia, aggiudicandosi tre premi collaterali.

Ma l’abbiamo lasciato al Naviglio Pavese, Khaled Soliman, ai giorni nostri, a combattere con i mostri di oggi, episodi di razzismo che, nei dieci anni precedenti, non sono mai stati così insopportabili: «Adesso ho la sensazione di non riuscire quasi più a uscire di casa senza ritrovarmi davanti a una nuova scena. La stanchezza sta anche in questo: esci per una faccenda qualsiasi e torni dopo aver dovuto discutere, ancora una volta, del tuo diritto di stare qui». Il percorso è ampio per le biciclette, senza automobili: «Io davanti, i bambini dietro, ciascuno sulla propria bici».

È un racconto amaro di ordinario razzismo quotidiano: «All’improvviso eravamo in Italia. Un attimo prima pensavo fossimo semplicemente persone in bicicletta, con un padre che controllava dove fossero i suoi figli». Un anziano gli urla «occhio». La cosa potrebbe finire lì con quell’avvertimento urlato. «Invece si è voltato e ha cominciato a spiegarmi come si va in bicicletta “qui in Italia”: si tiene la destra, non ci si ferma, e cose del genere». Alla risposta risentita di Khaled Soliman «ha cominciato a urlare, sua moglie si è unita a lui e ha detto, più o meno: bell’esempio che dai ai tuoi figli!». Immancabile la lezione di educazione, e un “qui in Italia” che segna la differenza e soprattutto marca la distanza con chi «durante una discussione qualsiasi, sente il bisogno di spiegarti il paese in cui vivi come se fossi appena arrivato».

Nelle parole di Khaled Soliman c’è tutta l’amarezza di chi sente di non essere più al sicuro nel Paese che l’aveva accolto e protetto, ma che oggi è abitato da una nuova umanità, disumana. Una disumanità che minaccia, che spaventa, che non permette di vivere in pace la quotidianità. «Sono tornato a casa, ma l’episodio non si è fermato sulla soglia. Ti rimane dentro. Ripensi a una frase, ricordi uno sguardo, ti arrabbi di nuovo. Lui ha proseguito la sua giornata, lasciando a te il compito di liberarti di quello che ha scaricato sulla tua mattina».

Sono contenta di essermi imbattuta in Khaled Soliman e di aver incrociato la sua storia e aver respirato, attraverso le sue parole, il senso di rabbia, impotenza e delusione per scene che «si ripetono con una frequenza che prima non conoscevo». Aver toccato con mano la continua, pressante domanda sull’identità e sull’appartenenza che «mi accompagna da sempre». È una realtà che è oscura a buona parte di una popolazione che non deve stare attenta a ogni gesto, a ogni parola. Che non ha idea del limite in cui finisce una discussione e comincia la messa in mora del diritto a vivere in un posto.

«Nella mia esperienza, queste scene si ripetono con una frequenza che prima non conoscevo. Parlo della città in cui vivo da diciassette anni e del cambiamento che avverto nella mia vita quotidiana. Non riesco a separarlo dalla fase politica che stiamo attraversando, da un clima che rende l’immigrato un sospettato permanente e incoraggia alcuni a comportarsi come se avessero un’autorità personale su di lui». Benvenuti in Italia!

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