Stay woke! Conte ha ragione

AI
Allucinante, surreale, elusivo, rozzo. Sono alcuni degli aggettivi con cui una parte dell’intellettualità progressista, più chic che radicale, commenta da giorni la lettera aperta inviata da Giuseppe Conte a Repubblica sulla cultura woke. Prima ancora di discuterne il contenuto, si è cercato di rendere sospetto il tema. Come se pronunciare quella parola significasse già aver ceduto alla destra. Gli interventi che hanno seguito la lettera si dividono, grosso modo, in due campi. Da una parte c’è chi considera un’eresia discutere di cultura woke, perché il termine appartiene ormai al vocabolario di Trump, Meloni e delle destre europee. Dall’altra c’è chi plaude a Conte per aver finalmente violato un tabù del progressismo italiano. In mezzo rimane poco spazio per capire di cosa stiamo parlando e perché la questione abbia assunto un rilievo politico proprio adesso. Conte ha certamente scelto una parola ambigua, importata da un altro contesto e da tempo trasformata dalla destra americana in un’arma propagandistica. La questione che solleva, però, esiste. Riguarda la trasformazione della sinistra europea e italiana, il rapporto tra diritti civili e diseguaglianze economiche, la perdita di rappresentanza delle classi popolari. Liquidarla come un’invenzione della destra serve soprattutto a evitare il confronto. Nel giro di poche settimane Conte ha aperto due discussioni che toccano direttamente la costruzione dell’alternativa. Prima ha rilanciato l’ipotesi delle primarie del campo progressista, facendo emergere le differenze sulla politica estera, sul riarmo e sulla guerra in Ucraina. Poi è intervenuto sul rapporto tra riconoscimento dei diritti e giustizia sociale. Sono anche le coordinate della sua possibile candidatura alla guida della coalizione. Conte sta cercando di occupare uno spazio politico lasciato scoperto dal Partito democratico e di presentarsi come interprete di un’area pacifista, sociale e popolare che non trova una rappresentanza adeguata nell’attuale centrosinistra. Le primarie appaiono ormai difficili da evitare. Se si faranno, dovranno servire a scegliere una linea politica e non soltanto un candidato. La lettera sul woke sembra già un atto di quella campagna. La reazione di una parte della sinistra ha assunto toni quasi clinici. Si è parlato di dibattito «allucinato», di «fraintendimento», di «manipolazione», di una caricatura costruita dalla «destra neoautoritaria» e passivamente interiorizzata dai progressisti. Altri hanno evocato una «svolta illiberale», il «razzismo istituzionale» e persino una «soglia di tollerabilità di neritudine da amministrare». Sul versante opposto, Conte è stato arruolato in una restaurazione dai toni gramsciani, celebrato per un linguaggio che richiamerebbe il PCI togliattiano e berlingueriano, finalmente liberato dal «talmud» delle «elucubrazioni LGBTQ+». La violenza di queste reazioni dice qualcosa del clima che si è creato. Ogni critica alla politica delle identità rischia di essere assimilata alla reazione conservatrice. Ogni denuncia degli eccessi del politicamente corretto può diventare un pretesto per rimuovere razzismo, sessismo e discriminazioni. Conte, nella lettera a Repubblica, prova a tenersi fuori da entrambe le semplificazioni. Riconosce alla cultura woke il merito di aver esteso il concetto di giustizia, richiamato l’attenzione sui meccanismi della discriminazione e modificato linguaggi e rappresentazioni. Contesta la sua trasformazione in una «religione morale autoreferenziale», incapace di leggere la società oltre le identità e i conflitti simbolici. Su questo Conte ha ragione. Woke significa letteralmente “sveglio”, ma nella cultura afroamericana indicava la necessità di restare vigili di fronte al razzismo e alla violenza. L’espressione circolava già nella prima metà del Novecento. Compare nella musica di Lead Belly alla fine degli anni Trenta, riaffiora nel dibattito afroamericano degli anni Sessanta e viene ripresa nel 2008 da Erykah Badu. Dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson, nel 2014, diventa una delle parole associate a Black Lives Matter e alla denuncia della violenza razziale esercitata dalla polizia. Nel 2012 Badu aveva usato l’hashtag #staywoke anche in relazione alla vicenda delle Pussy Riot, il collettivo femminista perseguito nella Russia di Putin. Negli anni successivi il termine è stato associato alle lotte femministe, LGBTQIA+ e contro le discriminazioni. Intanto la destra americana se ne appropriava rovesciandone il significato. Woke è diventato così un marchio negativo da apporre su programmi scolastici, studi di genere, politiche di inclusione, critica del colonialismo, educazione sessuale, antirazzismo. Un contenitore tanto capiente da poter accogliere tutto ciò che mette in discussione una gerarchia o un privilegio. In Italia un movimento woke, inteso come soggetto politico riconoscibile, non è mai esistito. Le manifestazioni del Pride, Non Una di Meno, i movimenti antirazzisti e le associazioni che difendono i diritti dei migranti hanno storie, pratiche e culture differenti. Riunirle sotto un’etichetta americana produce più confusione che chiarezza. Offre inoltre un vantaggio alla destra, che può presentare ogni richiesta di uguaglianza come il capriccio di una minoranza istruita, urbana e distante dai problemi reali. Il termine è improprio, dunque, ma il processo politico che Conte cerca di nominare è riconoscibile. Nel progressismo occidentale il conflitto si è progressivamente spostato dai rapporti sociali alle condotte individuali, dalla distribuzione della ricchezza alla correttezza del linguaggio, dalle condizioni materiali alla gestione delle sensibilità. È una sinistra attentissima alle identità e molto meno capace di riconoscere una classe sociale, un interesse economico, una condizione di sfruttamento. La sua storia viene da lontano. Con il blairismo gran parte della sinistra europea accettò il mercato come orizzonte indiscutibile. Alla politica sarebbe spettato il compito di attenuarne gli effetti e accompagnarne le trasformazioni. La crescita prese il posto dell’uguaglianza, la competitività sostituì la redistribuzione, il lavoro divenne un fattore da rendere flessibile e disponibile. La convinzione di essere stata sconfitta dalla storia spinse la sinistra a cercare una nuova legittimazione. La trovò nella modernizzazione economica e nell’avanzamento dei diritti civili. In Italia questa mutazione ha attraversato governi e stagioni differenti, fino a trovare nel renzismo la sua espressione più compiuta. Il Jobs Act rappresentò una scelta di campo. La riduzione delle tutele veniva presentata come una condizione necessaria per creare occupazione e attrarre investimenti. La stessa classe politica che rivendicava giustamente le unioni civili e il contrasto alle discriminazioni interveniva sul lavoro adottando il punto di vista dell’impresa. Qui si è prodotta una frattura che ancora pesa sulla sinistra. Mentre le classi popolari sperimentavano salari bassi, precarietà, indebolimento dei servizi pubblici, difficoltà di accesso alla casa e alla sanità, il discorso progressista si concentrava sempre più sulle parole, sulle identità e sui comportamenti individuali. Tutte questioni reali, investite però di una centralità sproporzionata rispetto al silenzio che circondava il conflitto sociale. I diritti civili non sono la causa di questo arretramento. Sono diventati la foglia di fico dietro la quale nasconderlo. Le comunità LGBTQIA+, i movimenti femministi e le organizzazioni antirazziste non hanno chiesto di espellere il lavoro dall’agenda politica. Molte di quelle esperienze hanno tenuto insieme discriminazione, precarietà, violenza economica, diritto alla casa, guerra e sfruttamento. Il ceto politico ha selezionato le rivendicazioni più facilmente compatibili con l’ordine economico, lasciando ai margini quelle che avrebbero richiesto una redistribuzione del potere. Una grande impresa può celebrare il Pride, adottare un lessico inclusivo e continuare a pagare poco i propri dipendenti. Una piattaforma digitale può promuovere la diversità mentre sottopone il lavoro al controllo dell’algoritmo. Una banca può finanziare una campagna contro le discriminazioni e contribuire alla finanziarizzazione dell’abitare. Il capitalismo contemporaneo convive agevolmente con molte libertà civili e sa persino trasformarle in una risorsa reputazionale. Diventa molto meno disponibile quando si parla di salari, tassazione delle rendite, potere contrattuale, proprietà e redistribuzione. Il concetto di uguaglianza si è così ristretto. È rimasto forte nel riconoscimento delle differenze e si è indebolito nella distribuzione della ricchezza. La sinistra ha continuato a usare il vocabolario dell’emancipazione mentre accettava politiche che rendevano l’emancipazione sempre più difficile. Questa mutazione si incarna oggi in un ceto politico che guarda ai Pride e ai movimenti femministi come alle poche manifestazioni di massa ancora riconducibili al proprio mondo. È comprensibile. Quelle piazze rappresentano una parte vitale della società italiana. Diventano un alibi quando permettono di non interrogarsi sulla scomparsa della sinistra dai luoghi di lavoro, dalle periferie, dal mondo giovanile precario e da un ceto medio sempre meno protetto. Le mobilitazioni sindacali hanno ricevuto un sostegno intermittente. Quando la sinistra era all’opposizione, il lavoro tornava al centro. Quando governava, i sindacati diventavano forze della conservazione, ostacoli alla modernizzazione, custodi di privilegi. Le proteste contro il Jobs Act resero evidente questa distanza. Una parte consistente del mondo del lavoro contestava una riforma approvata da un governo che continuava a definirsi di centrosinistra. La stessa frattura è riemersa sulla guerra. Chi ha contestato l’invio di armi all’Ucraina e la corsa al riarmo europeo è stato spesso liquidato come “pacifinto” o filoputiniano. In quelle mobilitazioni erano presenti posizioni differenti e talvolta ambigue. Ridurre ogni richiesta di negoziato a una forma di complicità con Putin ha però soffocato la discussione e trasformato la pace in una parola sospetta. Le piazze per Gaza hanno raccontato una realtà diversa. Studenti, sindacati di base, associazioni, comunità migranti e movimenti hanno costruito mobilitazioni diffuse, nate anche nei porti e nei luoghi di lavoro. Nell’autunno del 2025 lo sciopero generale e le manifestazioni per Gaza hanno coinvolto, secondo gli organizzatori, oltre due milioni di persone in più di cento città. Diritti, antirazzismo, pace e conflitto sindacale si sono ritrovati nello stesso spazio politico. Le piazze riescono spesso a stabilire legami che i partiti hanno smesso di vedere. Anche i movimenti femministi e LGBTQIA+ hanno assunto posizioni più nette del ceto politico progressista contro la guerra e il riarmo. Sarebbe quindi sbagliato attribuire a quelle comunità la rimozione dei diritti sociali. La responsabilità appartiene a una classe dirigente che ha utilizzato alcune battaglie di libertà come certificato morale, senza affrontare le strutture economiche che producono diseguaglianza. La deriva comincia quando l’ingiustizia viene ridotta a un problema di linguaggio e la politica assume il compito di sorvegliare i comportamenti. L’attenzione si sposta da chi possiede e decide a chi ha usato una parola sbagliata. La condanna morale prende il posto del conflitto. La società viene letta come un insieme di identità da riconoscere, mentre scompare la domanda su chi controlli le risorse e tragga profitto dal lavoro degli altri. Il linguaggio conta, naturalmente. Le parole possono umiliare, cancellare, rendere invisibili. Possono anche aprire spazi di libertà prima negati. La loro correzione lascia però intatta la struttura economica della discriminazione. Una lavoratrice migrante può essere chiamata nel modo più rispettoso e continuare a essere sottopagata. Una persona transgender può comparire nella comunicazione inclusiva di un’impresa e restare esclusa dal lavoro o dalla casa. Una donna può diventare il volto di una campagna aziendale mentre il costo della cura continua a ricadere quasi interamente sulle donne. Il riconoscimento senza redistribuzione produce una società rispettosa nelle formule e brutale nelle condizioni di vita. È questa la contraddizione che la sinistra ha evitato troppo a lungo. Conte la individua quando richiama salari, casa, sanità, istruzione, fiscalità, rendite finanziarie, politiche industriali, potere delle piattaforme digitali e risorse sottratte al welfare dalla corsa al riarmo. La parte più interessante della sua lettera è tutta qui. La discussione esce dal catalogo degli eccessi del politicamente corretto e torna alle condizioni materiali della libertà. La lettera di Conte acquisterà un peso politico se alle parole seguiranno scelte riconoscibili. Contestare la finanziarizzazione, le Big Tech e le rendite significa intervenire su interessi molto concreti. Opporsi al riarmo comporta uno scontro con apparati militari, vincoli internazionali e settori economici che dalla guerra traggono profitto. Difendere il diritto alla casa richiede di colpire la rendita immobiliare, regolare gli affitti brevi e recuperare il patrimonio inutilizzato. Senza questo passaggio, la critica al woke resterebbe un espediente polemico. È su tali questioni che dovrebbero misurarsi le primarie del campo progressista. L’intervento di Conte e quello successivo di Renzi indicano infatti direzioni molto diverse. Renzi è stato uno dei protagonisti della stagione che ha separato la modernizzazione dalla giustizia sociale e i diritti civili dalla tutela del lavoro. Conte prova invece a riportare al centro diseguaglianze, pace e rappresentanza dei ceti popolari. La distanza tra i due non riguarda il giudizio su una parola, ma il progetto politico che dovrebbe sostituirla. Il compito del campo largo rimane quello di arrivare unito alle prossime elezioni. Un altro fallimento consegnerebbe il Paese a una destra ancora più radicale, il cui baricentro potrebbe spostarsi dall’attuale equilibrio tra Meloni, Salvini e Tajani a un asse Meloni-Vannacci. A pagarne il prezzo sarebbero per primi proprio quei diritti civili che una parte della sinistra ritiene minacciati dalla discussione aperta da Conte. L’unità non può però essere costruita rinviando tutte le questioni considerate divisive. Una coalizione che evita il confronto sulla guerra, sul riarmo, sul lavoro, sulla politica industriale, sulla transizione ecologica e sulla redistribuzione fiscale può raggiungere un accordo elettorale, ma arriva impreparata alla prova del governo. Le primarie dovrebbero servire a questo: permettere agli elettori di scegliere tra proposte riconoscibili e pronunciarsi sulle differenze che attraversano il campo progressista. Prima del candidato viene la comunità politica chiamata a sostenerlo. Una comunità esiste quando sa quali interessi difendere e quale idea di società rappresentare.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati