Starmer lascia: il Labour travolto dalla crisi
Tra stagnazione, scandalo Mandelson e ascesa di Reform UK, le dimissioni del premier aprono il nodo di una nuova proposta progressista europea.

Archivio Rinascita
Le dimissioni di Keir Starmer avvengono in un periodo di profonda crisi per il Labour, segnata da un peggioramento del quadro economico, caratterizzato da una stagflazione rampante, tagli ai sussidi e da un impopolare aumento della pressione fiscale. In ultimo, le implicazioni dello scandalo Epstein, che hanno toccato anche l’ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti Peter Mendelson, hanno determinato il definitivo crollo della popolarità del leader laburista, che in data odierna ha deciso di formalizzare le proprie dimissioni che diventeranno effettive da settembre.
Il ri-posizionamento del Partito su una piattaforma centrista dopo le dimissioni di Jeremy Corbuyn non ha saputo dare i frutti sperati: le promesse economiche disattese, i cronici ritardi sugli investimenti nella difesa e un rapporto altalenante con l’alleato americano hanno dimostrato la fragilità dell’esecutivo, insidiato inoltre dalla crescita dei consensi di ReformUK, il partito anti-europeista e nazionalista guidato da Nigel Farage. Quanto avvenuto rende necessaria una riflessione che vada oltre la Manica, puntando sull’adozione di un modello progressista europeo che sappia arginare soluzioni semplicistiche, demagogiche e dalla dubbia concretezza; che sappia rispondere alle insicurezze economiche e sociali e infine ricomporre un fronte in grado di riconoscere, comprendere e rappresentare il proprio elettorato.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati