Stabilicum, il premier in scheda e il rischio costituzionale

Il nome del premier vincolato al voto e il premio di maggioranza minano rappresentanza, libertà del Parlamento e ruolo di garanzia del Quirinale.

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ANSA

Non esiste una precisa sentenza della Corte costituzionale sul nome del premier apposto sul programma — o sulla scheda — tale da vincolare una coalizione elettorale. Come intende fare la destra. E tuttavia, con le sentenze n. 1/2014 e 35/2017, che affossarono il Porcellum e l’Italicum, alcuni principi generali l’Alta Corte li ha stabiliti. In ordine a rappresentanza, eguaglianza e libertà del voto.

Ebbene, lo Stabilicum di Meloni presenta notevoli profili di incostituzionalità già enunciati dalla Corte e rilevati peraltro dalla maggior parte degli studiosi di diritto costituzionale. Punti tutti, e in egual modo, convergenti in un medesimo vulnus ai principi ordinatori della nostra Repubblica parlamentare, così come statuiti dalla Carta, di cui oggi ricorrono gli 80 anni dal varo dei lavori in sede di Assemblea Costituente.

In breve, ecco quel vulnus: l’abrogazione per via ordinaria della democrazia rappresentativa, con Parlamento al centro e ruolo del Quirinale a garanzia delle sue libertà.

In pratica, con il nome obbligatorio sul programma coalizionale del primo ministro — nella legge in votazione — si estingue la libera formazione delle maggioranze in Parlamento.

E poi. La facoltà di nomina, in base ad esse, del capo del governo da parte del Quirinale, sentiti i presidenti di Camera e Senato. Benché in apparenza conservata.

Ancora. La libertà dei rappresentanti del popolo in ordine alla fiducia da conferire al governo.

E infine l’impossibilità di ricambio al vertice, a seguito di una crisi o qualsivoglia evento che mini la maggioranza con premier designato dal voto.

Tutte guarentigie previste da ogni Repubblica parlamentare e non presidenziale, e in vista di un premierato che non esiste da nessuna parte come forma specifica di governo. Salvo una parentesi poi abortita in Israele, per via di instabilità e voto disgiunto nel 2003.

Quanto al non esistere e al non poter esistere di tale forma spuria, il motivo è evidente. Un conto è l’elezione diretta di un capo dello Stato con relativi contrappesi, altro un sistema bicefalo in teoria, ma con presidente eletto dalle Camere votate con premio di maggioranza assoluta, e dunque privato di terzietà come da Costituzione parlamentare, e che resterebbe solo nominale.

E qui veniamo al secondo vulnus inferto dal Melonellum alla Costituzione. Quello all’eguaglianza e alla libertà del voto previsto dall’articolo 48 — voto libero ed eguale — e agli articoli 56 e 58 riguardanti il suffragio «diretto» dei rappresentanti. Ovverosia intenzionalmente scelti, e non già eletti come pacchetto vincolato a un premier prefissato e così eletti solo come appendici del premier e del suo listone.

E il tutto in violazione di un ulteriore articolo chiave della Costituzione e di ogni democrazia parlamentare e persino presidenziale: l’articolo 67, che vieta il vincolo di mandato. Un vincolo che scatta invece con il legame automatico e inscindibile con un premier eletto, che non può decadere se non con crisi e scioglimento delle Camere. Il che rende ogni deputato non solo non eletto volontariamente dall’elettore, ma anche ricattabile in quanto legato al nome e alla perduranza di un premier scelto per via di plebiscito.

In pratica, dunque, ecco così squadernate tutte le aporie costituzionali di una legge, quella del centrodestra, che scardina per via di legge ordinaria — e non con articolo 138 — l’intero impianto costituzionale. E con riferimento alla libertà del voto, alla sua eguaglianza — negata dal premio di maggioranza —, al ruolo del Quirinale e all’evidente contrasto tra nome del premier votato e potere di nomina del Colle. Che diviene invece dovere di nomina di quel premier!

Resterebbe da dire del premio spropositato a partire dal 42 per cento fino al 55 per cento dei seggi alla Camera e al Senato, almeno nell’ultima versione della legge Stabilicum. Il che significa che, su un 60 o 70 per cento di votanti, una esigua minoranza sul filo porta a casa la possibilità di una dittatura vera e propria nella nomina delle figure di garanzia alle Camere e nell’elezione del Quirinale.

Un Quirinale prono, a quel punto, a ogni diktat della maggioranza blindata che lo ha eletto. Potenziale pericolo eversivo, quest’ultimo, in ordine a ogni possibile sbrego di ciò che resterebbe della Costituzione repubblicana. Dai diritti, all’eguaglianza, alle libertà fondamentali.

Del resto Giorgia Meloni ha già enunciato la sua mira precisa a riguardo: spezzare la continuità di «sinistra», a suo dire, della tradizione repubblicana. Che in realtà e all’opposto, anche nelle personalità più progressiste al Colle, è sempre stata o liberale o di centro conservatore o di centro tout court, persino con Saragat, Ciampi, Pertini e Napolitano. E dunque tradizione parlamentare e repubblicana.

Che Meloni vuol spiantare con il passaggio a un diverso ordine simil-presidenziale e populista post-costituzionale. Come del resto nelle aspirazioni della destra nazionale neofascista di lunga durata, da Almirante e dal 1947 in poi.

Ebbene, che fare per arginare e impedire tutto questo?

Una prima via è stata già annunciata, stante l’impraticabilità di un referendum in anno elettorale. Vale a dire il ricorso multiplo ai tribunali civili per creare massa critica di rinvii alla Corte della legge, una volta promulgata.

L’altra via è quella della mobilitazione nel Paese e in Parlamento, anche sfruttando le divisioni avversarie e con l’intento di creare un clima repubblicano e democratico che respinga nelle urne l’iniqua legge illiberale e populista, con la vittoria o con il blocco di essa determinato dai suffragi di coalizione contro, come al tempo della legge truffa e come con il No democratico sulla giustizia.

Certo non si vincerà solo con questo cavallo di battaglia e ci vorranno altre idee di rappresentanza elettorale. A partire da preferenze e no a liste bloccate. Nonché parole d’ordine di massa contro riarmo, extra costi, per la pace e lo sviluppo equitativo e green.

E tuttavia, nel segno della lotta al sovversivismo dall’alto della destra, e con tale propellente, si può e si deve vincere. Come con il No.

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