Springsteen Center, il patriottismo critico e l’America promessa

A Long Branch apre il Center dedicato al Boss: un museo della musica americana e un viaggio politico tra lavoro, diritti, sogni e democrazia.

Giuseppe LeottaBattaglia delle IdeeUSAMUSICACULTURA
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ARCHIVIO RINASCITA

Dalle parti della Jersey Shore le canzoni sembrano possedere una geografia. Seguono la linea dell’oceano, attraversano cittadine operaie e quartieri residenziali, passano davanti ai luna park, alle raffinerie, alle officine e ai distributori di benzina. Poi continuano in notturna lungo strade sulle quali qualcuno cerca ancora una possibilità di fuga, una seconda occasione, una «promised land» da perlustrare.

È il paesaggio reale e immaginario di Bruce Springsteen. Ed è proprio a Long Branch che quel mondo ha trovato una casa permanente, a pochi isolati dal cottage in cui, nel 1974, il rocker compose Born to Run, il pezzo che lo consacrò al cospetto di tutto il mondo occidentale. Il Bruce Springsteen Center for American Music ha aperto al pubblico il 13 giugno 2026, nel campus della Monmouth University sotto la direzione di Eileen Chapman, la direzione esecutiva di Bob Santelli e la curatela di Melissa Kozlowski.

Il nome del Boss − così lo hanno soprannominato i suoi amici di una vita − campeggia sulla facciata dell’edificio. Progettato dallo studio newyorkese Cookfox Architects, costato 50 milioni di dollari e finanziato attraverso contributi privati, il Center occupa una superficie di circa 2.800 metri quadrati che comprendono gallerie espositive, spazi per la ricerca, depositi archivistici, installazioni interattive e un teatro da 241 posti per concerti, simposi ed altre attività culturali.

La struttura sembra raccontare il New Jersey ancora prima che vi si acceda. Il percorso d’ingresso ricorda una passerella sul lungomare; la facciata è rivestita di acciaio destinato a ossidarsi; all’interno, grandi colonne e travi di legno evocano insieme il paesaggio costiero e l’America postindustriale cantata da Springsteen. È un’architettura sospesa fra oceano e fabbrica, fra il richiamo luminoso della boardwalk e la ruggine dei luoghi di lavoro.

Come ha spiegato in una recente intervista rilasciata a Geoff Bennett, quando gli fu prospettata l’idea di uno spazio interamente dedicato alla sua carriera Springsteen ha suggerito che il racconto venisse allargato: la sua musica avrebbe dovuto essere inquadrata come uno degli anelli di una catena. In maniera coerente, la parte museale del Center si sviluppa al pian terreno raccontando tutta la musica americana: dagli spiritual alle forme contemporanee, passando per gospel, blues, jazz, country, rock, musica latina, tradizioni native e hip-hop. Il secondo piano è dedicato maggiormente al musicista del New Jersey, alla sua formazione, al lavoro di autore, alle registrazioni, ai concerti e alla storia collettiva della E-Street Band. Gli archivi, accessibili dai ricercatori su appuntamento, raccolgono quasi 48 mila materiali provenienti da 47 Paesi, tra fotografie, manifesti, dischi, testimonianze orali, abiti, manoscritti e memorabilia dei tour.

L’apertura del Center è stata preceduta da un ciclo di concerti che ha trasformato il campus universitario in una mappa vivente della musica statunitense. Il programma ha incluso una serata dedicata alla Jersey Shore, un evento sulla musica dei popoli nativi e le due notti di «Music America: The Songs That Shaped Us». Sul palco si sono alternati, tra gli altri, Rosanne Cash, Kenny Chesney, Shemekia Copeland, Dropkick Murphys, Keb’ Mo’, Trombone Shorty, Jackson Browne, Gary Clark Jr., Dion, Jon Bon Jovi, Nils Lofgren, Darlene Love, Public Enemy, Mavis Staples, Stevie Van Zandt e lo stesso Springsteen. I Disciples of Soul hanno svolto il ruolo di house band.

Nella stessa logica, la mostra temporanea inaugurale ancora in essere, Chimes of Freedom: Protest, Patriotism, and the Power of Song, attraversa 250 anni di storia, da «Yankee Doodle» fino alle forme contemporanee della canzone civile, per esplorare il rapporto fra musica e vita pubblica: protesta, patriottismo, guerra, lutto collettivo, diritti civili, ambientalismo, migrazioni e giustizia sociale.

L’intero progetto esprime un evidente significato politico che Springsteen ha svoluto sintetizzare con la formula del patriottismo critico: amare una nazione non significa idealizzarla o assolverla, ma osservarla con lucidità, misurarne i fallimenti (la distanza fra la realtà e l’american dream) e spingerla a progredire migliorandosi. Il patriota, nella sua visione, custodisce dentro di sé il Paese possibile: l’America promessa dalla Costituzione e non ancora realizzata. In breve, l’America della speranza e dei sogni.

Sogni molto spesso traditi sì, ma pur sempre necessari. Perché ci rendono migliori, ci connettono, ci permettono di costruire, passo dopo passo, una società più giusta e più inclusiva. Sogni che, come recita il brano («Land of Hope and Dreams») che ha dato il titolo all’ultimo tour, viaggiano trasportati per mezzo di un treno − il simbolo per eccellenza del movimento operaio americano − su cui tutti hanno diritto di salire. Bianchi o neri non importa, cantava Woody Guthrie, tutti devono essere trattati come esseri umani. Santi e peccatori, perdenti e vincitori, puttane e bari, anime perse, cuori infranti, folli e re, ladri e care anime dei defunti, aggiunge Springsteen. Un treno su cui i sogni non verranno ostacolati e la fede sarà ricompensata. Un treno per cui non c’è bisogno del biglietto, come cantava anche Curtis Mayfield nell’iconico brano «People Get Ready» composto nel 1965 (l’anno della svolta elettrica di Bob Dylan) per celebrare la «March on Washington for Jobs and Freedom».

Il treno, dunque, come metafora di una comunità che si riconosce nel sommo valore della giustizia sociale a cui non si può rinunciare se si vogliono rendere effettive la libertà e la democrazia. Valore che va innanzi tutto sognato e poi anche coltivato. Non individualmente, bensì in maniera collettiva: nelle strade, nelle piazze, porta a porta, «shoulder to shoulder, heart to heart» (spalla a spalla, cuore a cuore).

Ha scritto Alessandro Portelli − americanista e probabilmente uno dei più importanti studiosi del rocker del New Jersey al mondo − che «Bruce Springsteen non è Woody Guthrie, non è Bob Dylan, non è Hank Williams, non è neanche Elvis Presley. È qualcosa di più complicato di tutti e quattro: è quello che porta le domande di Hank Williams, gli orizzonti di Woody Guthrie, la poetica di Bob Dylan dentro il mondo di Elvis». Si tratta di una sintesi assai efficace che riassume una produzione artistica di oltre cinquant’anni. L’America springsteeniana non è mai stata una cartolina, ma un luogo di promesse e tradimenti, opportunità e abbandono, lavoro e disoccupazione, appartenenza ed esclusione. Tutto ed il suo contrario. «The River», «Youngstown», «Born in the U.S.A.», «American Skin (41 Shots)», «The Ghost of Tom Joad», la recente «Streets of Minneapolis» e tante altre canzoni si interrogano sugli Stati Uniti prendendo sul serio i valori che la Costituzione proclama. Perché, come ha ribadito nell’intervista prima citata, Springsteen è convinto che la cultura produca conseguenze agendo sui cuori e sulle menti, così modificando lentamente sensibilità e immaginari. E, proprio per questo, svolga una funzione politica contribuendo a dare forma alla nazione. Non sappiamo se abbia letto Gramsci, ma di certo pensa e agisce da “intellettuale organico” della working class da cui la sua famiglia proviene.

Fuori, l’acciaio della facciata del Center cambierà colore con il tempo. Dentro, chitarre, fotografie e fogli manoscritti continueranno a raccontare l’America tutta: quella reale e quella promessa, quella che celebra la libertà e quella che deve ancora conquistarla. Una nazione imperfetta e contraddittoria, osservata con l’amore severo del patriota critico. Sempre sul punto di partire, con il motore acceso e una canzone alla radio. Con il pessimismo della ragione unito all’ottimismo del rock ‘n roll, alla ricerca del «soul dell’avvenire».

Foto di copertina di Giuseppe Leotta

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