Spagna, la regolarizzazione smentisce la linea di Meloni
Oltre un milione di domande, più lavoro e più entrate fiscali: il modello Sánchez mostra i limiti di CPR, rimpatri e centri in Albania.

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Il 30 giugno si è chiusa in Spagna la finestra per la regolarizzazione straordinaria voluta dal governo Sánchez: 1.174.978 domande presentate, più del doppio delle 500mila stimate all’inizio. È la settima regolarizzazione della storia spagnola dal 1986: tre furono varate dal governo conservatore di Aznar.
Proprio in queste ore, però, la misura è finita nel mirino di 22 Paesi europei guidati da Meloni e Frederiksen, che la indicano come possibile «fattore di attrazione» dietro la crisi di Ceuta. Sánchez ha respinto l’accusa: la regolarizzazione riguarda solo chi era già in Spagna prima del 1° gennaio 2026, non concede cittadinanza né voto né libertà di movimento oltre un visto turistico, e i ragazzi arrivati a Ceuta non l’hanno mai citata come motivo della fuga.
«Quando condanniamo una persona all’invisibilità, rendiamo il nostro Paese peggiore. Ci perdiamo tutti», ha detto presentando la misura, aggiungendo che senza immigrazione la Spagna perderebbe il 19% del suo Pil nel 2050 e il 22% nel 2075.
I dati
Il 67% delle domande viene dall’America Latina. Il resto si divide tra Africa (22,9%, con il Marocco al 13,3-13,4%, seconda nazionalità dopo la Colombia) e Asia (8,3%). I latinoamericani, per accordi storici, potranno accedere alla cittadinanza dopo appena due anni di residenza legale.
I risultati sono già misurabili: al 2 luglio, 609.737 domande erano già state istruite. A maggio la Spagna aveva registrato un record storico di 3,36 milioni di lavoratori stranieri iscritti alla previdenza sociale. Il governo stima un beneficio fiscale netto tra 3.300 e 4.000 euro l’anno per persona regolarizzata.
Secondo Funcas, l’ingresso di forza lavoro straniera spiega il 47% (4,2 punti) della crescita cumulata del Pil spagnolo dal 2022 a oggi, che nel 2025 è cresciuto del 2,8% (dato definitivo INE), il doppio della media dell’Eurozona (1,4%), dopo il 3,2% del 2024; dal 2020, un quarto dei nuovi posti di lavoro creati nell’Unione europea è nato in Spagna.
L’Italia non può presentarsi né come modello alternativo né come Paese estraneo a questa pratica: la più grande regolarizzazione della sua storia, oltre 634mila persone, la varò il governo Berlusconi nel 2002. Il precedente più recente, l’«Emersione di rapporti di lavoro» (art. 103 del Decreto Rilancio, 2020, governo Conte II, promossa dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova), aveva lo stesso obiettivo, ma una gestione molto meno efficace rispetto alla Spagna, che sia nel 2005 sia nel 2026 ha accompagnato la regolarizzazione con investimenti paralleli su sanità, edilizia sociale e personale.
L’Italia affidò invece la procedura alle Prefetture senza rafforzarle a sufficienza. Il risultato: le associazioni (ActionAid, Asgi, Oxfam, Cild e altre) hanno promosso una class action, la prima mai accolta in Italia in materia di immigrazione, e il Consiglio di Stato ha condannato il Ministero dell’Interno con due sentenze definitive (n. 7704/2024 e n. 1596/2025) per «grave e sistematica inefficienza».
Il muro contro la realtà: l’Europa ha bisogno di questi lavoratori
Mentre 22 leader europei firmano lettere contro chi regolarizza, il 63% delle piccole e medie imprese europee dichiara di non trovare i profili di cui ha bisogno, e la Commissione ha individuato 42 professioni in carenza strutturale in tutti gli Stati membri. È la negazione di questa realtà, più che l’immigrazione in sé, il vero problema politico.
In Italia il Decreto Flussi non è una regolarizzazione: disciplina l’ingresso di nuovi lavoratori tramite quote, non riguarda chi è già presente irregolarmente. È lo strumento che l’Italia dice di preferire, ma funziona molto peggio: nel 2025, delle 181.450 persone previste nelle quote, solo il 7,9% si è tradotto in un permesso effettivo.
Il problema è tutt’altro che superato: solo a luglio di quest’anno le imprese italiane cercavano oltre 568mila lavoratori senza trovarne quasi la metà (Unioncamere). Si nega la regolarizzazione in nome del rigore, ma non funziona nemmeno la via legale alternativa.
C’è anche un paradosso quasi comico: parte della preoccupazione italiana sembra presupporre che i regolarizzati spagnoli possano spostarsi in Italia. Ma i dati dicono l’esatto contrario: nel 2025 la Spagna è diventata la prima destinazione in assoluto di chi lascia l’Italia, superando la Germania.
L’assurdità dei centri di rimpatrio che non rimpatriano
L’alternativa che si dichiara di preferire alla regolarizzazione è l’espulsione di chi non ha titolo per restare. I Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) italiani mostrano quanto sia illusoria: nel 2023 solo il 10% degli stranieri con ordine di espulsione è stato effettivamente rimpatriato, e nel periodo 2011-2023 la quota non ha mai superato il 32%.
Il quadro complessivo conferma il fallimento: tra il 2023 e il 2025 la Spagna ha eseguito 17.805 rimpatri, contro i 12.535 dell’Italia — il 29,6% in meno — nonostante gli arrivi irregolari italiani siano stati il doppio di quelli spagnoli nello stesso periodo (Eurostat, citato da Il Fatto Quotidiano, 1° agosto 2026). La linea dura non produce più rimpatri: ne produce meno.
Undici centri, appena 764 posti usati nel 2023, costi elevati e un rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione (2026) che li definisce «istituzioni totali», il concetto di Erving Goffman, qui ripreso evocando la battaglia di Basaglia contro i manicomi.
Migliaia di persone restano trattenute per mesi senza far nulla, in un sistema la cui unica risposta è repressione ed esclusione, mentre nel frattempo l’Italia ha tagliato le risorse per l’integrazione di chi è già arrivato: la legge di bilancio 2023 ha ridotto i fondi per l’accoglienza di 250 milioni (2023), 600 milioni (2024) e 750 milioni (2025), e il Decreto Cutro ha colpito in particolare i corsi di lingua italiana. È lo spreco anche umano più evidente del sistema migratorio italiano, l’esatto opposto di ciò che la Spagna prova a fare.
Il governo Meloni propone al Consiglio europeo di martedì 4 agosto l’espansione del «modello Albania» a livello continentale: nuovi hub per il rimpatrio, soprattutto in Africa, finanziati con fondi comunitari. Il modello originale è già un fallimento conclamato e costoso: 120 milioni di euro l’anno, 600 milioni complessivi fino al 2028, per strutture costate da sole 3 e 20 milioni di euro (Shëngjin e Gjadër) e rimaste quasi vuote — a fronte di una capacità promessa di 36mila migranti l’anno, ne sono transitati appena 527 fino ad aprile 2026.
Giorgia Meloni conta sul nuovo regolamento rimpatri Ue, approvato dal Parlamento ma non ancora in vigore, per superare i blocchi normativi che ne hanno, a suo dire, bloccato il funzionamento. Ma i giudici si sono basati su principi di diritto fondamentale, non su vuoti procedurali: difficile superarli. E la stessa Albania non rinnoverà l’accordo oltre il 2030.
Insomma, un modello che non funziona, giuridicamente fragile e costosissimo, non diventa esportabile solo perché lo si moltiplica per ventisette Stati.
Perché la regolarizzazione fatta bene migliora la sicurezza
In Italia si stimano oggi circa 200mila lavoratori agricoli irregolari, quasi un terzo della forza lavoro del settore, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto. Il tasso di irregolarità nel lavoro domestico arriva al 51,8%. Una parte consistente di questa irregolarità non nasce dalla volontà di aggirare le regole, ma da una macchina pubblica lenta e farraginosa: permessi che scadono prima di essere rinnovati, pratiche che si trascinano per anni, un percorso che sfianca chi lo attraversa onestamente.
Il caso di Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire dissanguato nel 2024 perché irregolare e invisibile al sistema, resta l’esempio più tragico: lo sfruttamento si nutre proprio di questa illegalità, spesso prodotta dallo Stato stesso, che non ha interesse a prevenirla perché ne trae vantaggio politicamente. Ma le persone senza documenti non scompaiono se lo Stato si rifiuta di regolarizzarle: restano, lavorano, ma sono ricattabili. È esattamente ciò che la Spagna vuole risolvere.
Nelle prime settimane la macchina amministrativa ha faticato: code, ritardi nei numeri di previdenza sociale, rallentamenti consolari. Questa fase si è normalizzata, ma restano nodi aperti: il possibile effetto moltiplicatore dei ricongiungimenti familiari, segnalato dai vertici della Polizia nazionale; e la distribuzione territoriale dei costi, con le entrate contributive nelle casse centrali e i costi per scuole e alloggi sulle comunità autonome, sempre più spesso governate dai popolari in alleanza con Vox, una polarizzazione politica che rende difficile la collaborazione con l’esecutivo centrale. Difficoltà serie di gestione, che vanno affrontate ma non inficiano il principio.
Nessuna misura di regolarizzazione è perfetta. Ma la scelta di fondo, riconoscere entro un periodo di tempo limitato chi lavora già, invece di lasciarlo nell’ombra o rinchiuderlo in un centro che non rimpatria quasi nessuno, produce meno irregolarità, meno sfruttamento, più entrate fiscali e risponde a un bisogno di manodopera che l’intera Unione europea certifica come strutturale. La teoria del «richiamo», che la lettera dei 22 continua a ignorare, non regge ai fatti: riguarda persone già radicate da anni, non chi arriva oggi. L’alternativa «zero immigrazione» suggerita dalla lettera e dal modello Albania non è «più sicurezza»: è più persone senza tutele, più spazio per lo sfruttamento, più centri costosi e inefficaci, meno crescita economica, legittima la narrativa fallace della destra estrema e offre occasioni di ricatto all’autocrate di turno.
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