Soldati nelle Piazze, Vuoti nello Stato
Quasi 7.000 militari impiegati nell’ordine pubblico: una scelta costosa che indebolisce la difesa e rinvia la riforma della sicurezza urbana.

ANSA
L'impiego permanente di quasi 7.000 soldati per le strade italiane, in una fase storica in cui le Forze Armate faticano a trovare i numeri per garantire la difesa nazionale, non è solo un'anomalia organizzativa. È il sintomo più evidente dell'incapacità della politica di governare la complessità, preferendo il palliativo immediato a una visione strategica di lungo periodo. Il mantenimento dell'Operazione "Strade Sicure" certifica l'impasse di un apparato statale che ragiona a compartimenti stagni, incapace di aggiornare le proprie leggi e di costruire un ecosistema della sicurezza moderno ed efficiente. Ecco l'analisi di questo cortocircuito sistemico e la via per superarlo.
Il Cortocircuito Geopolitico e Militare
Per decenni, l'Italia ha cullato l'illusione post-Guerra Fredda che i conflitti simmetrici in Europa fossero finiti. Su questa base, la Legge Di Paola del 2012 aveva progettato uno strumento militare ridotto (150.000 unità), concepito quasi esclusivamente per missioni di peacekeeping all'estero. L'invasione dell'Ucraina ha frantumato questa certezza, riportando la deterrenza e la difesa del territorio al centro della missione costituzionale delle Forze Armate. Di fronte a questa nuova realtà, i numeri previsti dalla riforma sono diventati non solo insufficienti, ma pericolosi, tanto da costringere a congelare i tagli e a ipotizzare una riserva ausiliaria.
In questo quadro, distogliere una quota significativa della forza operativa dell'Esercito — stimabile nell'ordine dell'8% secondo elaborazioni basate sulle relazioni della Corte dei Conti e sui dati di organico resi pubblici dallo Stato Maggiore della Difesa — per compiti di sorveglianza urbana è un controsenso strategico. Implica sprecare risorse addestrative preziose (skills fade), logorare il personale in mansioni statiche e indebolire la credibilità militare del Paese agli occhi degli alleati NATO, proprio mentre ci si impegna ad aumentare la spesa per la Difesa verso il 2% del PIL.
Nota: La stima dell'8% è ricavata incrociando i dati di organico dell'Esercito Italiano (circa 90.000 effettivi nel 2023-2024, fonte SME) con le circa 7.000 unità impegnate in Strade Sicure, al netto dei turni di rotazione. Le relazioni annuali della Corte dei Conti sulla spesa per la Difesa (da ultimo, delibera n. 7/2024) segnalano il costo dell'operazione come voce strutturale del bilancio ordinario, senza corrispettivo incremento delle capacità operative.
Va peraltro considerato che questa non è una specificità italiana. La Francia, dopo gli attentati del 2015, ha stabilizzato l'operazione Sentinelle con circa 10.000 soldati dispiegati permanentemente su suolo nazionale. Eppure, anche Parigi sta oggi ridiscutendo l'efficacia del modello: la Commission de la Défense Nationale et des Forces Armées ha sollevato in sede parlamentare il problema del degradamento delle competenze operative dei reparti impiegati in funzioni statiche, nonché dell'insostenibilità del dispositivo in caso di crisi internazionale simultanea. Il dato francese non smentisce la critica al modello italiano: al contrario, la rafforza, dimostrando che anche democrazie dotate di un mercato privato della sicurezza maturo e di corpi di polizia più numerosi non riescono a uscire dalla trappola della militarizzazione dell'ordine pubblico urbano senza una riforma strutturale del sistema.
L'Illusione Contabile e il "Teatro della Sicurezza"
Perché, se strategicamente dannosa, la misura resiste? La risposta risiede in una logica contabile distorta e nel cosiddetto "teatro della sicurezza". Lo Stato non ragiona come un'unica azienda. Per il Ministero dell'Interno, i militari sono manodopera a costo marginale apparentemente bassissimo (poche decine di euro al giorno di indennità operativa, a carico del bilancio della Difesa), utile per tappare le falle create da decenni di blocco del turnover nelle Forze di Polizia. Ma questa è una contabilità ingannevole.
Un'analisi del costo pieno rivela la distorsione. Il costo annuo di un militare impiegato in Strade Sicure — comprensivo di stipendio base (circa 20.000-25.000 euro lordi per un soldato semplice), indennità operative, logistica, rotazione dei reparti e, soprattutto, il costo opportunità dell'addestramento perduto — è stimabile tra i 50.000 e i 70.000 euro per unità. Il Contratto Collettivo Nazionale del settore Vigilanza Privata prevede invece per una guardia giurata di primo livello un costo aziendale annuo compreso tra i 28.000 e i 38.000 euro, inclusivo di oneri previdenziali, con mansioni di presidio statico sostanzialmente equivalenti. La differenza non è marginale: applicando questo delta alle 7.000 unità di Strade Sicure, il maggior costo strutturale per l'erario ammonta a diverse centinaia di milioni di euro all'anno, sottratti alla capacità operativa dello strumento militare.
Nota metodologica: Le stime di costo sono elaborate sulla base dei contratti collettivi pubblici (CCNL Comparto Difesa e Sicurezza; CCNL Vigilanza Privata 2020-2023), delle tabelle stipendiali del Ministero della Difesa e delle elaborazioni del CeSPI e dell'Istituto Affari Internazionali sulle voci di spesa della Difesa italiana. I dati lordi di bilancio della Difesa sono reperibili nelle leggi di bilancio annuali e nelle audizioni parlamentari del Capo di SMD.
A questo si somma il ricatto politico: la mimetica e il mezzo blindato nelle piazze offrono una visibilità immediata. Nessun decisore politico vuole assumersi il rischio elettorale di ritirare l'Esercito, preferendo assecondare la "sicurezza percepita" anziché investire in quella reale. C'è tuttavia una variabile ulteriore, raramente nominata nel dibattito pubblico: la dimensione migratoria. Strade Sicure nasce, storicamente, in connessione con la gestione dell'ordine pubblico in aree urbane ad alta concentrazione di migranti e in prossimità di strutture di accoglienza. È questa componente — il presidio visibile nei quartieri percepiti come "a rischio" — che rende il ritiro dell'Esercito politicamente costoso in modo del tutto sproporzionato rispetto alla sua reale efficacia antiterrorismo. Tacere questa dimensione significa non capire perché la riforma non si fa.
L'Incapacità di Riformare il Sistema Civile
L'Esercito è diventato la "toppa" per coprire le voragini di un sistema civile bloccato da leggi obsolete, tradendo peraltro lo spirito della Legge 121 del 1981 che aveva brillantemente smilitarizzato la Polizia di Stato per affidare l'ordine pubblico a corpi civili. Oggi, invece di evolvere, il sistema si scontra con ostacoli normativi, istituzionali e corporativi che nessuna legislatura ha avuto il coraggio di affrontare organicamente.
Il blocco della Sicurezza Sussidiaria (Il settore privato)
In Inghilterra o in Francia, la sicurezza statica delle infrastrutture è ampiamente appaltata a operatori privati accreditati. In Italia, lo sviluppo di questo settore — che porterebbe gettito fiscale, occupazione strutturale e liberazione di risorse statali — è ostacolato da un Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931, più volte rattoppato (da ultimo con il D.Lgs. 153/2009) ma mai riformato nella sua architettura di fondo. La legge vincola le Guardie Giurate alla sola "tutela del patrimonio", impedendo di impiegarle — con adeguati standard addestrativi e regole d'ingaggio definite per legge — per la protezione antiterrorismo di obiettivi sensibili quali ambasciate, stazioni ferroviarie e aeroporti minori.
Per comprendere perché questo vincolo sia così difficile da rimuovere, occorre risalire alle sue origini. Il TULPS del 1931 è un prodotto del regime fascista, e la figura della guardia giurata che esso istituisce nasce già monca per ragioni squisitamente ideologiche. Il fascismo aveva un problema: non poteva vietare l'esistenza di personale privato armato — troppo utile per la sorveglianza industriale e patrimoniale — ma non poteva nemmeno tollerare che soggetti privi di divisa militare o di camicia nera svolgessero funzioni riconducibili alla pubblica sicurezza. La soluzione fu una distinzione artificiale, e deliberatamente limitativa, tra "tutela delle cose" e "tutela delle persone": le guardie giurate potevano proteggere beni e proprietà, non esseri umani. Proteggere le persone restava monopolio esclusivo dello Stato — ovvero, nella logica del regime, del suo apparato di controllo.
Questa distinzione, nata da una diffidenza politica verso il pluralismo armato che è propria dei regimi autoritari, sopravvive intatta nella Repubblica. Le sue conseguenze pratiche, novant'anni dopo, sono grottesche: centinaia di agenti di Polizia di Stato e Carabinieri sono impiegati in scorte a politici, magistrati, imprenditori e personaggi pubblici esposti a rischi specifici, sottraendo risorse preziose all'attività investigativa e operativa. Nel frattempo, un imprenditore minacciato, un personaggio pubblico esposto, un ambasciatore in visita privata non possono semplicemente assumere e pagare le proprie guardie del corpo qualificate: devono richiedere allo Stato una protezione che lo Stato eroga con criteri burocratici, tempi lunghi e spesso in modo inadeguato rispetto al profilo di rischio reale. Il paradosso è compiuto: uno Stato che non riesce a proteggere tutto e tutti finisce per non proteggere nessuno nel modo giusto, perché si rifiuta di ammettere che altri possano farlo meglio in determinati contesti.
Il vero ostacolo alla riforma, tuttavia, non è solo testuale. È corporativo e politico: i sindacati dei corpi di polizia statale resistono a qualsiasi ampliamento delle competenze del privato, temendo una dequalificazione del monopolio statale della sicurezza. Il Ministero dell'Interno, dal canto suo, non ha mai voluto cedere quote di controllo su un settore che ritiene strategico. Finché questa resistenza non verrà affrontata esplicitamente, qualunque riforma del TULPS sarà destinata a produrre aggiustamenti marginali, e l'eredità del 1931 continuerà a condizionare l'architettura della sicurezza italiana nel 2026.
Il Limbo della Polizia Locale
Abbiamo un "esercito civile" di circa 60.000 agenti di Polizia Locale — dato che le fonti ministeriali (Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza) collocano in un range tra 58.000 e 63.000 unità a seconda dell'anno e della metodologia di rilevazione — che quotidianamente affronta la criminalità di strada. Eppure la Legge Quadro n. 65 del 1986, nella sua impostazione fondamentale, li inquadra ancora come dipendenti degli enti locali, privandoli delle tutele del Comparto Sicurezza, limitando i loro poteri al turno di lavoro e ai confini municipali, e negando loro l'accesso pieno alle banche dati nazionali (SDI).
Va detto, a onor del vero, che il quadro non è completamente immobile: alcune regioni — in particolare la Lombardia e l'Emilia-Romagna — hanno legiferato in modo significativo, ampliando le competenze delle polizie locali regionali, migliorando l'interoperabilità con le forze statali e introducendo standard formativi più elevati. Questo dimostra che la riforma è tecnicamente possibile; dimostra altresì che, in assenza di una legge quadro nazionale rinnovata, si produce una frammentazione territoriale che amplifica le disuguaglianze di sicurezza tra aree urbane ricche e comuni minori. Riformare questo comparto a livello nazionale significa dare ai sindaci il vero strumento per la sicurezza urbana di prossimità, ma richiede risorse economiche strutturali e il superamento delle gelosie istituzionali tra Stato e Comuni.
La Tecnologia come Variabile Trascurata
Un'analisi aggiornata del problema non può ignorare la dimensione tecnologica. Parte significativa del presidio fisico oggi garantito dai soldati di Strade Sicure potrebbe essere sostituita — o fortemente integrata — da infrastrutture di sorveglianza intelligente: sistemi di videosorveglianza con analisi predittiva basata su intelligenza artificiale, riconoscimento di pattern comportamentali anomali, sensori perimetrali e centrali operative integrate a livello provinciale.
Non si tratta di una prospettiva fantascientifica: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha già finanziato progetti pilota di "città sicure" in diverse aree metropolitane italiane, e la Commissione Europea ha stanziato risorse specifiche per la modernizzazione tecnologica delle infrastrutture di sicurezza pubblica nell'ambito del programma ISF (Internal Security Fund). L'investimento in tecnologia presenta vantaggi strutturali rispetto al presidio umano: è scalabile, non degrada le competenze operative militari, non richiede rotazioni di personale e, una volta ammortizzato, ha costi di gestione significativamente inferiori.
Naturalmente, la tecnologia non può sostituire integralmente la presenza umana, specie in contesti ad alta densità di pubblico e in scenari di minaccia terroristica attiva. Ma può ridurre drasticamente il numero di unità fisicamente necessarie, liberando personale militare per funzioni che solo i militari possono svolgere. L'assenza di questa variabile dal dibattito politico italiano segnala quanto la discussione sulla sicurezza resti ancorata a paradigmi novecenteschi, privilegiando la visibilità del soldato — che è comunicazione politica, non sicurezza operativa — rispetto all'efficacia del sistema.
Dalla Gestione Monopolistica alla Governance Integrata
Uscire dall'impasse richiede di smettere di rincorrere l'emergenza e ridisegnare l'architettura della sicurezza nazionale. Il Prefetto e il Questore non devono più limitarsi a disporre truppe statali, ma devono diventare i registi di una governance a più livelli, coordinata all'interno del Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica.
Occorre però essere espliciti su un punto che le proposte di riforma tendono sistematicamente a eludere: chi garantisce la sicurezza degli obiettivi sensibili durante il periodo di transizione? La risposta onesta è che nessuna riforma può essere "a costo zero" di sicurezza nel breve periodo. È necessaria una road map in tre fasi.
Fase 1 (0-18 mesi): Riqualificazione parallela
Prima di ritirare qualunque presidio militare, occorre avviare simultaneamente: la selezione e la formazione accelerata di guardie giurate specializzate in protezione antiterrorismo secondo standard definiti dal Ministero dell'Interno; il rafforzamento del personale delle Forze di Polizia nelle aree oggi coperte da Strade Sicure attraverso lo sblocco parziale del turnover; l'implementazione di sistemi tecnologici di sorveglianza sugli obiettivi a minore complessità operativa. Solo al termine di questa fase, e sulla base di una valutazione del rischio aggiornata, si può procedere alla prima riduzione del contingente militare.
Fase 2 (18-36 mesi): Sostituzione graduale per categorie di obiettivo
La sostituzione deve avvenire per categorie omogenee di obiettivo, non per aree geografiche. Gli obiettivi a rischio statico e bassa complessità (sedi consolari minori, uffici amministrativi, stazioni ferroviarie di media frequentazione) transitano al presidio privato qualificato o tecnologico. Gli obiettivi ad alta complessità (ambasciate di paesi a rischio, nodi infrastrutturali critici, luoghi di culto in aree di allerta) mantengono temporaneamente il presidio statale, con affiancamento crescente del privato.
Fase 3 (36+ mesi): Il nuovo ecosistema
A regime, l'architettura della sicurezza si articola su cinque livelli complementari:
- Mediazione e Prevenzione (Non armata): Steward, addetti al controllo e street tutor per disinnescare i conflitti sociali a bassa intensità.
- Presidio Statico Sussidiario: Guardie giurate altamente qualificate per sostituire l'Esercito nella vigilanza di obiettivi sensibili, con un mercato del lavoro sano e regolamentato.
- Sicurezza Urbana e Decoro: Una Polizia Locale riformata, tutelata ed equipaggiata per presidiare i quartieri in tempo reale con accesso alle banche dati nazionali.
- Indagini e Ordine Pubblico: Polizia di Stato e Carabinieri, liberati dalle incombenze di basso livello, concentrati sulla grande criminalità, sul terrorismo e sulle indagini complesse.
- Deterrenza e Difesa: Le Forze Armate restituite al loro ruolo costituzionale, addestrate per affrontare le sfide di un mondo geopoliticamente instabile.
Conclusione
Mantenere Strade Sicure nella sua forma attuale significa rifiutarsi di compiere questo salto di civiltà giuridica e organizzativa. È una scelta che ha un costo reale: in termini di prontezza operativa delle Forze Armate, di spesa pubblica inefficiente, di mercato del lavoro privato compresso, di gap tecnologico accumulato e — paradossalmente — di sicurezza reale dei cittadini.
C'è però una dimensione ulteriore, che il dibattito tecnico-contabile tende a trascurare: quella della dignità professionale e del mandato costituzionale. L'articolo 52 della Costituzione stabilisce che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino e che le Forze Armate si conformano allo spirito democratico della Repubblica. L'articolo 87 attribuisce al Presidente della Repubblica il comando delle Forze Armate. Non è un dettaglio: la Costituzione disegna le Forze Armate come strumento di difesa nazionale e presidio della sovranità, non come ausilio dell'ordine pubblico ordinario.
Impiegare in modo stabile un soldato addestrato per operare in contesti di conflitto ad alta intensità — con tutto il percorso formativo, fisico e psicologico che questo comporta — a sorvegliare l'ingresso di un ufficio postale o a presidiare un angolo di piazza è, prima ancora che uno spreco di risorse, un atto di mortificazione professionale. È chiedere a un chirurgo di fare il portantino: non perché il portantino sia meno degno, ma perché quella non è la funzione per cui è stato formato, e tenerlo lì significa impedirgli di fare ciò che sa fare.
Vi è infine una questione di cultura politica che non può essere elusa. L'abitudine a vedere militari armati nelle stazioni, nei mercati, fuori dalle chiese produce — lentamente, impercettibilmente — una normalizzazione della presenza militare nella vita civile che è sbagliata sia politicamente che culturalmente. Sbagliata politicamente perché confonde i ruoli dello strumento militare e di quello civile della sicurezza, indebolendo entrambi. Sbagliata culturalmente perché abitua i cittadini a identificare la sicurezza con la mimetica e il fucile d'assalto, invece che con la prevenzione, la prossimità, la competenza investigativa. In una democrazia matura, la sicurezza urbana ha il volto del poliziotto di quartiere che conosce i nomi delle persone, non del soldato che presidia uno spazio senza conoscerne gli abitanti. Confondere i due modelli non è solo inefficiente: è una scelta di civiltà sbagliata.
La questione, in ultima analisi, non è se i soldati debbano stare nelle piazze o nelle caserme. È se l'Italia voglia continuare a gestire la sicurezza come un monopolio burocratico da difendere o come un ecosistema da progettare. La differenza non è ideologica: è la differenza tra uno Stato che rincorre le emergenze e uno Stato che le previene.
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