Perché il progetto di rilancio economico europeo ci chiede un discorso più ambizioso sul welfare
Tra vincoli di bilancio, pensioni integrative e rilancio europeo, la sinistra deve ripensare il welfare per non consegnarlo al mercato e al trickle down comune.

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Ci sono parole che ricorrono quasi immancabilmente in ogni consesso di persone che, senza troppi distinguo, continuino a riconoscersi “di sinistra”: lavoro, redistribuzione, welfare, Stato sociale. Le si sente pronunciare al tavolo di un bar, in una cena tra amici, ai margini di una manifestazione, in una riunione politica più o meno organizzata. E quasi sempre compaiono secondo una liturgia abbastanza riconoscibile: bisognerebbe tornare a parlare di welfare; la sinistra dovrebbe rimettere lo Stato sociale al centro; non ci sarebbero più idee, non ci sarebbe più sinistra.
Non si tratta solo di discorsi nostalgici o persino di “chiacchiere da bar”. Questi temi intercettano un bisogno sociale profondo e diffuso del Paese, che travalica i confini politici della “sinistra”: secondo un recente report di Legacoop, il 61% degli italiani ritiene necessaria una riforma del sistema di welfare, una riforma che dovrebbe puntare “in alto”, con solo una parte minoritaria (15% degli italiani) disposta ad accettare tagli e riduzioni generalizzati.
Eppure, a ben vedere, il problema non è che la sinistra non parli di welfare. Di welfare si parla molto. Le proposte non mancano: salario minimo, assegni parentali, congedo paritario, rafforzamento della sanità pubblica, previdenza complementare, welfare aziendale, misure di contrasto alla povertà, investimenti nel capitale umano. Numerose anche le iniziative: se ne è discusso al Festival dell’Economia di Trento; vi si è concentrato il Rapporto 2025 del think tank “Welfare, Italia”; sarà al centro della prossima edizione del Festival dell’Economia di Torino.
Tra bisogno di welfare e risposte contingenti
Come si spiega, allora, questo divario? Come si spiega la distanza tra proposte effettive e percezione diffusa? Una possibile risposta risiede nell’orizzonte temporale limitato delle attuali iniziative. Nel contesto del welfare italiano, segnato da crescita debole, debito pubblico elevato, conseguente vincolo di bilancio e rapido invecchiamento della popolazione, l’attuale dibattito sembra soprattutto orientato a interventi in grado di contenere la spesa o a fungere essi stessi da mezzo per effetti economici positivi. Così, attirano particolare attenzione i progetti di investimento sul capitale umano, relativamente meno onerosi e potenzialmente produttivi di ricadute positive, o il partenariato pubblico-privato, che consente di distribuire parte dei costi sulle imprese, alleggerendo il bilancio pubblico in cambio di maggiore flessibilità e incentivi fiscali.
Un simile approccio è comprensibile. Tiene conto di vincoli reali e risponde a bisogni concreti: d’altronde, i cittadini italiani hanno bisogno ora, subito, e non possiamo spendere soldi che non abbiamo, tanto meno possiamo chiederli a prestito, pagando poi un conto ancora più salato. Insomma, questa “logica dell’oggi” è necessaria. Tuttavia, questo stesso approccio rischia di soffrire di un limite politico: una discussione interamente assorbita dall’urgenza può perdere forza sul piano ideale. Se l’orizzonte resta quello del breve periodo, e se l’obiettivo diventa soltanto “tappare i buchi” del sistema con le risorse disponibili, diventa difficile elaborare un disegno complessivo nel quale una parte della società possa riconoscersi.
Questo rischio è tanto più rilevante perché sembra che la destra stia cercando di occupare proprio questo spazio ideologico. La recente proposta di un “welfare di investimento” mostra bene questa tendenza: ciò che, nel campo progressista, viene spesso giustificato come risposta contingente alla scarsità di risorse viene qui trasformato in paradigma strutturale. L’idea strisciante non è più che la ricchezza prodotta debba essere redistribuita attraverso il welfare, ma che il welfare sia legittimo solo nella misura in cui si dimostri esso stesso produttivo. È qui che sembra collocarsi il rischio maggiore: nel perdere la battaglia delle idee sul significato stesso dello Stato sociale.
Il rilancio economico europeo: opportunità e rischi per lo Stato sociale
Per uscire dalla sola “logica dell’oggi” può essere utile allargare lo sguardo dalla dimensione nazionale a quella europea. Così facendo, ci si accorge che non è soltanto l’Italia ad avere un problema di sostenibilità del welfare. Anche gli altri Stati membri, sebbene con intensità e forme diverse, devono confrontarsi con l’aumento della spesa sociale, l’invecchiamento della popolazione, la bassa crescita e la necessità di finanziare sistemi di protezione sempre più complessi.
Il problema economico sembra, in particolare, collocarsi al cuore del sistema. Se l’economia cresce, il welfare diventa più sostenibile, perché aumentano le risorse disponibili per finanziare la spesa corrente. Se invece l’economia ristagna, il welfare rischia di apparire come una voce di spesa sempre più pesante, capace a sua volta di comprimere gli investimenti e di rendere più difficile il rilancio economico.
Non a caso, molte delle iniziative politiche e legislative europee, a partire, tra gli altri, dal rapporto chiave firmato da Enrico Letta, si stanno concentrando proprio sulla competitività. Ne emerge una visione incentrata su due pilastri economici principali: l’integrazione tra le economie europee e la semplificazione regolatoria, entrambe volte a sfruttare appieno le possibilità di efficienza del sistema. In realtà, il progetto di rilancio europeo avrebbe, secondo Letta, anche un ulteriore e fondamentale pilastro: la coesione sociale (una genuine social dimension). La stessa crescita economica si porrebbe, anzi, quale presupposto per supportare, tra le altre cose, la sostenibilità dello Stato sociale, e quindi del modello europeo di sviluppo.
Questa direttrice sociale rischia però di passare in secondo piano, principalmente per due ragioni. La prima è politica: l’asse principale del progetto appare oggi soprattutto economico e le forze che attualmente lo sostengono a livello europeo si collocano prevalentemente a destra; non a caso, le prime manifestazioni del nuovo corso si sono avute nella recente ondata di riforme Omnibus concentrate sulla “semplificazione”, quando quest’ultima non si traduce in vera e propria deregulation. La seconda è istituzionale: l’Unione europea non ha competenze significative in materia di welfare, se non deboli forme di coordinamento delle politiche nazionali. Le competenze rilevanti restano, dunque, agli Stati membri; questo significa che l’Europa non è in grado di perseguire la politica sociale con la stessa incisività con cui porta avanti la politica economica.
Nel medio-lungo periodo, gli scenari possibili sembrano ridursi a due: il successo del rilancio economico, con il ritorno della crescita, oppure il protrarsi della stagnazione. In entrambi i casi, però, una parte della funzione sociale del welfare rischia di indebolirsi. Senza crescita, il welfare diventa meno sostenibile e può essere progressivamente ridimensionato; con la crescita, se non accompagnata da una riforma redistributiva incisiva, la ricchezza prodotta rischia di concentrarsi nelle mani di pochi. La storia recente ha mostrato che il trickle down non funziona: senza interventi pubblici adeguati, la ricchezza non raggiunge spontaneamente gli strati più fragili della società. L’esito sarebbe dunque comunque insoddisfacente: un Paese più povero o un Paese più ricco, ma in entrambi i casi più diseguale.
Dinnanzi a questa prospettiva, è alla sinistra che si impone di pensare un nuovo e ambizioso sistema di welfare e, assieme ad esso, un nuovo modello di crescita. Alla sinistra si pone, cioè, una sfida simile, pur in un contesto molto diverso, a quella che la ricostruzione del Paese presentava ad Antonio Pesenti. Questi, scrivendo su questa rivista nel 1944, contrapponeva alla «tesi reazionaria», che invocava il sacrificio dei diritti delle masse in nome della promessa di un benessere futuro, la «tesi progressiva», secondo cui era necessario fare tutto ciò di cui vi è bisogno per crescere, ma fare anche tutto il necessario, su ogni singolo tema, perché questa crescita non venga pagata dai più e non vada a vantaggio dei pochi. Ecco, il problema dinnanzi a cui ci troviamo è quello di riformulare oggi, in uno scenario profondamente diverso, la nostra «tesi progressiva».
Un esempio: la trasformazione del sistema pensionistico e i rischi del discorso pubblico attuale
Questi discorsi, che possono sembrare vaghi, persino lontani, sembrano trovare riscontro nelle immediate proposte di politica economica e sociale. Si pensi, ad esempio, alla promozione delle pensioni integrative.
Le pensioni rappresentano il principale costo economico del sistema e, spesso in maniera assorbente, dominano il discorso sullo Stato sociale. Per questo, sta avendo sempre più successo, a livello europeo e nazionale, l’idea di passare da un sistema quasi esclusivamente pay-as-you-go, dove le pensioni sono finanziate dalla spesa pubblica corrente, a un modello simile a quello olandese, fondato in via determinante anche sugli investimenti dei fondi pensione, come modo per sollevare buona parte del peso delle pensioni dalle casse statali. Infatti, non sarebbe lo Stato a pagare ogni anno le pensioni attingendo al proprio bilancio: a farlo sarebbero i frutti dei risparmi degli italiani. Nelle attuali iniziative a livello europeo, però, questa trasformazione consente di perseguire anche un secondo obiettivo: è anche lo strumento per convertire il risparmio sostanzialmente immobilizzato nei depositi bancari in investimenti produttivi nell’economia europea, in particolare nelle imprese “innovative”. La riforma delle pensioni costituisce, cioè, un asse portante del nuovo progetto di integrazione dei mercati finanziari europei, la Savings and Investments Union (“SIU”).
Potenziare le pensioni integrative sembra, dunque, consentire di prendere “due piccioni con una fava”, perseguendo contemporaneamente gli obiettivi di minore spesa sociale e di utilità economica. Tale approccio costituisce, a ben vedere, un perfetto modello di “welfare di investimento”, dove le principali preoccupazioni economiche “dell’oggi” vengono elette a fondamento del sistema di “domani”.
Proprio in quest’attitudine appaiono, però, insite alcune possibili degenerazioni del sistema.
La prima è la strumentalizzazione a fini economico-finanziari, quale emerge nelle diffuse proposte di destinare quote percentuali degli investimenti dei fondi pensione all’economia europea e, in particolare, alle imprese innovative. Oggi, infatti, i fondi pensione più grandi, in mercati come l’Olanda o la Svezia, investono quote molto rilevanti in economie estere. Non lo fanno per assenza di “amor patrio”, ma perché si tratta di economie con maggiori tassi di crescita e con rendimenti superiori, a parità di rischio, per gli investitori: cioè per i lavoratori e i cittadini, futuri pensionati. Costringere i fondi a investire in Europa sulla base di una spinta politica può voler dire non solo abbassare il reddito dei futuri pensionati, ma anche aumentare il rischio che questi perdano i propri risparmi. Questo è ancora più vero per gli investimenti in innovazione, in particolare nel venture capital: si tratta di investimenti particolarmente rischiosi che, anche nei Paesi più sviluppati su questo fronte, si attestano su percentuali assai ridotte del totale delle risorse gestite dai fondi pensione, nell’ordine dello 0,03%, secondo stime riportate in un recente report della BCE.
La seconda deformazione è la strumentalizzazione politica. Non si tratta di un rischio astratto: dopo la crisi finanziaria, diversi Paesi dell’Europa centro-orientale sono intervenuti sui sistemi pensionistici per esigenze di finanza pubblica, trasferendo allo Stato una quota rilevante degli attivi dei fondi pensione aperti. Ora si pensi al caso di un governo che abbia bisogno di finanziare un programma di tagli fiscali a favore del settore privato e sia disposto a farlo toccando i soldi degli italiani. Ecco, allora, che la sinistra dovrebbe porsi seriamente questo problema, sino all’idea, forse ardita, di costituzionalizzare una parte del futuro sistema di previdenza complementare, per sottrarlo alle scelte politiche contingenti.
Rispetto alle tendenze dominanti nel dibattito, la sinistra sembra avere, dunque, l’incarico di compiere una vera e propria “rivoluzione copernicana”, incentrando il sistema previdenziale, anche integrativo, sulla sicurezza sociale dei cittadini nel lungo periodo. Questo ci chiedono, d’altronde, i lavoratori e i giovani d’oggi: poter guardare al futuro senza lo spettro della precarietà economica, dopo una vita di lavoro. Questo sembra tradursi, a sua volta, in due obiettivi principali. Da un lato, redditi futuri sufficienti per una vita dignitosa, ottenibili solo attraverso la promozione di fondi abbastanza grandi ed efficienti da garantire rendimenti adeguati. Dall’altro, la sicurezza che i risparmi siano al sicuro, che i fondi non falliscano e che i frutti di quella vita di lavoro non vadano persi. A tal fine, si tratta di costruire una governance realmente in grado di consentire la corretta gestione dei rischi, a partire dal potenziamento della Covip, l’attuale Autorità di vigilanza sui fondi pensione, che ha risorse assai più limitate rispetto a Consob e Banca d’Italia.
In uno scenario di questo tipo, le esigenze di natura economica non verrebbero sminuite, ma anzi promosse, pur venendo ricondotte al ruolo strumentale che dovrebbero occupare. Così, da un lato, appare evidente che l’alleggerimento della finanza pubblica è direttamente connesso alla partecipazione e all’efficienza dei fondi pensione: d’altronde, quanto più elevati sono i redditi integrativi garantiti e quanto più numerosi i beneficiari, tanto minore può essere la pressione sul pilastro pubblico. Dagli stessi fattori dipende il contributo dei fondi pensione all’economia reale e non dall’imposizione politica di quote di investimento. Come visto, non è lo 0,03% a bilancio a finanziare l’innovazione, ma la massa gestita: quanto più grandi sono i fondi, tanto maggiore la ricchezza gestita e investita nell’economia italiana ed europea. Non solo: tanto più si svilupperà l’economia europea, anche grazie al maggiore flusso di investimenti, tanto più redditizio e sicuro sarà investirvi, tanto maggiore sarà in futuro la percentuale investita dai medesimi fondi pensione.
Una nuova “battaglia delle idee” sullo Stato sociale e perché la sinistra deve vincerla
L’attuale discorso sul welfare sembra, dunque, doversi snodare secondo due piani paralleli, ma complementari. Vi è, sicuramente e anzitutto, la battaglia dell’oggi: quella sulle proposte concretamente realizzabili nel breve periodo, dentro vincoli di bilancio e di sostenibilità economica che non possono essere ignorati senza perdere serietà e credibilità davanti agli elettori. Accanto a questa dimensione immediata, vi è poi un secondo piano, che riguarda la “battaglia delle idee”. Vi è il rischio che la destra, a livello nazionale ed europeo, riesca a trasformare le attuali difficoltà economiche e la necessità di promuovere la competitività dell’economia in un progetto di lungo periodo, nel quale il welfare viene progressivamente subordinato alla capacità del mercato di assorbirne o giustificarne i costi.
Le prospettive di rilancio economico europeo pongono dunque la sinistra dinanzi a un’opportunità e, insieme, a una necessità. Da un lato, aprono la possibilità di immaginare un sistema di welfare meno schiacciato sull’emergenza e parzialmente liberato dai vincoli che oggi ne condizionano ogni scelta. Dall’altro, impongono la responsabilità politica di definire un modello di crescita, sì sostenibile economicamente nel lungo periodo, ma capace di perseguire in modo primario finalità di giustizia sociale.
Si tratta, quindi, innanzitutto, di un imperativo di ripensamento ideologico: se la sinistra non comincia ora ad affrontare questi temi in modo sistematico, se non prova a pensare il welfare del futuro, rischia di lasciare nuovamente campo all’illusione del trickle down, all’idea che lo sviluppo economico sia di per sé sufficiente a rispondere anche ai problemi sociali, finendo per condannarci a una società sempre più diseguale. I bisogni che oggi cerchiamo, pur entro limiti stringenti, di soddisfare – quelli dei lavoratori, di chi un lavoro non ce l’ha, dei giovani che chiedono protezione, opportunità e futuro – rischierebbero domani di essere irrimediabilmente compromessi.
Al tempo stesso, questa è anche una necessità politica più concreta e immediata. È questo, infatti, il compito che gli elettori sembrano chiedere alla sinistra sullo Stato sociale: indicare una traiettoria riconoscibile, composta da misure immediate, obiettivi intermedi e un disegno di lungo periodo. Solo mostrando con chiarezza questa direzione, e indicando gli strumenti necessari per realizzarla, sarà possibile colmare il divario che oggi separa gli sforzi continui delle forze politiche dalla percezione diffusa dell’elettorato.
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