Sinistra e lavoratori, per riconquistarli non basta cambiare slogan
Due studi americani indagano il divario tra élite progressiste e working class. La risposta passa da bisogni materiali, valori e rappresentanza.

ANSA
Joan C. Williams e Jared Abbott, ricercatori statunitensi, hanno di recente pubblicato il rapporto conclusivo di due articolate ricerche i cui risultati appaiono molto interessanti.
Il primo, uscito nel luglio scorso, si intitola The Left’s Coalition Crisis: Understanding the Massive Divide Between Working Class and College Educated Voters, and How to Bridge It. Il secondo, di settembre, è invece intitolato The Working-Class Win-O-Meter: Dialing Up to Victory.
Il primo ricostruisce la distanza fra sinistra liberal e working class nelle priorità, nei valori e nel linguaggio; il secondo verifica quali caratteristiche dei candidati e delle proposte politiche possono ridurla.
Pur non risultando automaticamente “trasferibili” dagli Stati Uniti all’Italia e senza offrire una «ricetta» definitiva, pongono tre domande a mio avviso decisive anche per la sinistra italiana: qual è oggi la composizione della working class? Che cosa chiede alla politica? Perché una parte della sinistra non riesce più a parlarle senza apparirle estranea?
La prima ricerca
Con la prima indagine, i ricercatori provano a misurare la distanza che separa gli elettori working class privi di laurea dai liberal laureati. Analizzano priorità, valori, linguaggi e orientamenti politici, chiedendosi se sia possibile costruire una coalizione tra gruppi sociali che guardano la società da prospettive ormai molto diverse.
Per comprendere la ricerca bisogna però aver chiaro che Williams e Abbott non usano la locuzione working class come sinonimo di tutti i lavoratori dipendenti, né la definiscono in senso marxiano sulla base della posizione occupata nel processo produttivo. Costruiscono invece una categoria empirica fondata principalmente sul titolo di studio e sul reddito familiare: americani privi di laurea collocati nella fascia centrale della distribuzione del reddito, il cosiddetto middle 50%, corrispondente approssimativamente a nuclei con entrate annue comprese tra 40.000 e 100.000 dollari. Non si tratta quindi dei gruppi più poveri, ma di famiglie di status intermedio che normalmente riescono a mantenersi e, al tempo stesso, vivono una condizione di precarietà e temono che in futuro la situazione possa peggiorare.
Altrettanto selettiva è la definizione di liberal college graduates. La categoria comprende gli intervistati che possiedono almeno una laurea, dichiarano di votare per il Partito Democratico o di essere politicamente orientati verso di esso e appartengono al quarto più ricco della distribuzione del reddito familiare.
La ricerca non confronta quindi tutti i non laureati con tutti i laureati. Contrappone due segmenti distanti: da una parte i non laureati di reddito intermedio; dall’altra i laureati benestanti appartenenti al campo democratico. Questi ultimi rappresentano la classe professionale medio-alta che occupa posizioni influenti nei media, nelle università, nelle fondazioni, nelle organizzazioni non profit, nelle campagne elettorali e nella produzione dell’agenda progressista.
Il primo dato che emerge dall’analisi è disarmante nella sua semplicità. Per gli elettori working class intervistati, dieci delle dodici principali priorità sono economiche: costo dei beni essenziali, Social Security e Medicare, affitti, farmaci, salari, occupazione, crescita etc. La difesa della democrazia, che fra i liberal laureati è la seconda priorità, precipita al diciannovesimo posto.
Insomma, la gerarchia delle urgenze è abbastanza diversa.
D’altronde, è difficile convincere qualcuno che teme di non poter pagare l’affitto, vede il proprio lavoro diventare più precario o pensa che i suoi figli vivranno addirittura peggio che il problema principale del Paese sia la tenuta delle istituzioni.
La stessa distanza compare sui temi della sicurezza. Rispetto ai liberal laureati, gli elettori working class attribuiscono maggiore importanza al controllo del confine, alla riduzione della criminalità e alla presenza della polizia.
I cinque temi sui quali i liberal laureati risultano almeno venti punti più progressisti della working class sono la difesa della democrazia, i diritti LGBTQ+, l’immigrazione, il clima e l’aborto. Il divario medio raggiunge circa 40 punti sulla democrazia, 32 sui diritti LGBTQ+ e sull’immigrazione, 29 sul clima e 26 sull’aborto. Gli autori interpretano questa distanza come l’effetto di una bolla di classe: in ambienti socialmente omogenei alcune posizioni sono tanto condivise da apparire ovvie, benché fuori da quei contesti non lo siano affatto.
Il rischio evidenziato è che quando un ambiente sociale presenta livelli di consenso quasi unanimi, certe opinioni finiscono per apparire naturali e universali. Di conseguenza, chi non le condivide viene considerato “moralmente difettoso” e ciò porta alla politics of scorn, la politica del disprezzo. La destra utilizza questo atteggiamento per alimentare una narrazione molto efficace secondo cui le élite controllano le istituzioni e l’economia e guardano dall’alto in basso chi non possiede una laurea. La componente liberal finirebbe così per rafforzare il populismo della destra anche quando propone politiche economiche potenzialmente favorevoli ai lavoratori.
La parte forse più sorprendente della ricerca arriva però quando si prova a cambiare il modo in cui le politiche vengono presentate. Gli autori hanno sperimentato ciò che chiamano class-competent reframing: ovverosia porre le stesse questioni collegandole a valori più presenti nell’esperienza della working class quali lavoro, responsabilità, famiglia, comunità, sicurezza. Gli effetti sono notevoli: il sostegno al processo di democratizzazione della polizia passa dal 53% all’82%; quello all’implementazione dell’assistenza all’infanzia dal 55% all’83%; quello relativo alla previsione di una procedura che consenta di ottenere la cittadinanza per i lavoratori immigrati dal 48% al 70%; quello alle politiche climatiche dal 59% al 76%.
Gli esperimenti mostrano che il linguaggio può modificare il livello del consenso, ma non dimostrano che la distanza sia dovuta soltanto ad esso. Il class-competent reframing funziona quando collega una proposta a esperienze e valori riconoscibili - lavoro, responsabilità, famiglia, comunità e sicurezza; resta però decisivo quali interessi la politica sceglie di rappresentare e quali costi distribuisce. Il punto, dunque, non è trovare parole più efficaci per la stessa offerta politica, ma verificare se contenuto e cornice esprimano davvero lo stesso punto di vista sociale.
Il meccanismo emerge con chiarezza in quattro ambiti. Sul clima, «salvare il pianeta» può apparire astratto, mentre collegare la transizione energetica a bollette più basse, nuovi posti di lavoro industriali e protezione dei lavoratori la riconduce alla vita quotidiana. Sull’immigrazione, una proposta di cittadinanza universale per gli irregolari incontra forti resistenze, mentre un percorso destinato a chi lavora, paga le tasse e rispetta le regole viene accolto più favorevolmente. Sulla sicurezza, «meno polizia» produce un significato diverso da «quartieri più sicuri e agenti responsabili dei propri comportamenti». Sull’infanzia, sostituire «servizi sovvenzionati» con «servizi accessibili» aumenta il sostegno di 28 punti.
E l’autoritarismo di Trump? Il rapporto registra oltre il 90% di consenso dei liberal laureati verso la necessità di difendere la democrazia, mentre tra la working class il sostegno rimane poco sopra il 50%. La riformulazione più efficace collega il comportamento autoritario di Trump alla vita materiale: quando il Presidente ignora le regole, aumentano i prezzi, il lavoro diventa meno sicuro e le famiglie fanno più fatica. In questa versione il consenso della working class sale al 58%, un incremento apprezzabile ma comunque insufficiente a colmare il divario con i liberal laureati.
Sulla base di questi dati, la ricerca individua cinque grandi orientamenti che distinguono, in media, la cultura working-class da quella dei liberal laureati.
Primo. La lealtà verso famiglia, comunità e paese, contrapposta al cosmopolitismo delle élite. I lavoratori dipendono maggiormente dalle reti familiari e locali per prestazioni che i ceti abbienti possono acquistare sul mercato. L’identità nazionale rappresenta inoltre una delle poche appartenenze dotate di prestigio accessibili a chi non possiede titoli elevati.
Secondo. Il valore attribuito all’autodisciplina e alla responsabilità personale. Nei lavori manuali, di servizio o impiegatizi di routine, essere puntuali, rispettare le regole e controllare le emozioni costituisce una condizione della sopravvivenza occupazionale. L’autorealizzazione individuale, centrale nella cultura professionale, può apparire un privilegio lontano.
Terzo. Il peso della tradizione e delle istituzioni che conferiscono onore sociale indipendentemente dalla posizione economica: famiglia, religione, esercito, comunità locale.
Quarto. La sicurezza fisica. I liberal laureati vivono più spesso in quartieri protetti e possono trattare la sicurezza come un dato acquisito, mentre da molti componenti della working class è percepita come un dato nient’affatto scontato.
Quinto. La diffidenza verso esperti e autorità professionali. Non è necessariamente un rifiuto della conoscenza, ma può rappresentare la reazione di chi sperimenta quotidianamente decisioni assunte da persone titolate che esercitano potere sulla propria vita senza conoscerne le condizioni concrete.
La seconda ricerca
Il secondo rapporto compie un passo ulteriore. Oltre 40.000 adulti partecipano a confronti ripetuti fra profili artificiali di candidati democratici e repubblicani, costruiti variando casualmente biografia, priorità, tono, valori e posizioni.
Si tratta di un candidate-choice conjoint experiment: la randomizzazione consente di stimare l’effetto marginale attribuibile a ciascuna caratteristica, isolandolo dalle altre all’interno dell’esperimento. I risultati misurano quindi preferenze espresse fra profili ipotetici, non l’esito prevedibile di una competizione elettorale reale.
Nel campione analitico figurano oltre 14.500 intervistati appartenenti alla working class e più di 8.000 appartenenti al gruppo medio-alto di confronto. Questa volta, però, i “confini” della working class vengono ampliati rispetto alla precedente ricerca: niente laurea e reddito familiare fra circa 30.000 e 150.000 dollari.
Da questi confronti deriva il Win-O-Meter, articolato in sei «manopole». Fra gli elettori working class, mettere in primo piano l’economia aumenta il consenso stimato di circa 2,8 punti; adottare posizioni culturali e climatiche “risonanti”, cioè coerenti per contenuto e giustificazione con i valori attribuiti a quella classe, di circa 2,9 punti; dichiarare di volerle dare priorità, di 1,9 punti; presentare una provenienza professionale non elitaria, di circa 1 punto; utilizzare una retorica populista, di 1,7 punti; usare un linguaggio coerente con i suoi valori, di circa 0,7 punti. Considerati insieme, questi effetti marginali portano gli autori a stimare un vantaggio complessivo di 10,9 punti rispetto a un profilo democratico modellato sulla campagna Harris del 2024.
Quel 10,9 va però interpretato con cautela. Rappresenta una stima costruita combinando effetti marginali ricavati da confronti fra profili ipotetici e non il risultato osservato di un candidato reale che abbia azionato simultaneamente le sei leve. Non incorpora inoltre fattori potenzialmente determinanti in una campagna reale, come il carisma, la copertura mediatica, la capacità di spesa e l’organizzazione sul territorio.
L’elemento forse più significativo è che, in questo esperimento, le posizioni progressiste formulate in modo “risonante” raccolgono il 47,6 per cento del voto working class, statisticamente indistinguibile dal 48,1 delle posizioni moderate; le posizioni progressiste non risonanti scendono al 45,1. Una parte della differenza non sembra quindi derivare dall’esprimere posizioni “troppo a sinistra”, ma dal tipo di policy adottata e dalla cornice con cui viene presentata.
Il tema dell’immigrazione mostra bene il meccanismo. Il primo rapporto rilevava che un percorso verso la cittadinanza guadagna consenso quando viene legato a lavoro, tasse e rispetto delle regole. Questa conclusione trova un risultato compatibile nella seconda ricerca: la formula «citizenship for all undocumented immigrants» perde 2,5 punti rispetto a una posizione moderata, mentre un percorso per chi ha lavorato e pagato le tasse perde 1,5 punti e la differenza non è statisticamente significativa. Conta il contenuto, ma conta anche la cornice morale dentro cui viene interpretato.
Gli esperimenti indicano tuttavia che una buona comunicazione non neutralizza le scelte di merito. Rispetto alle alternative considerate, ridurre o riallocare i fondi della polizia comporta una penalità di 5,7 punti; consentire a persone transgender di competere nello sport femminile, di 5,6 punti; vietare i fucili d’assalto, di 4 punti; abolire l’ICE, di 2 punti. Su aborto e clima, invece, il passaggio dalla posizione moderata a quella più progressista produce differenze sostanzialmente irrilevanti. Il framing pesa quindi in misura diversa a seconda del tema e, in alcuni casi, non compensa l’effetto della scelta sostanziale.
Interessante è anche quello che gli autori chiamano Mamdani effect. Quando un candidato socialmente progressista mette al centro l’economia, la “penalità” associata alle sue posizioni culturali si riduce da circa 2,9 a 1,7 punti. L’effetto è solo marginalmente significativo sul piano statistico, ma suggerisce che una piattaforma economica molto visibile può cambiare l’approccio con cui l’elettore interpreta il resto dell’offerta politica. Non cancella le differenze culturali, ma le colloca dentro una gerarchia diversa con l’effetto di attenuarne il potenziale effetto negativo in termini elettorali.
Conclusioni
I due rapporti presentano limiti metodologici che circoscrivono la portata delle conclusioni. La definizione di working class varia fra le due ricerche ed esclude segmenti sociali rilevanti; il secondo studio, inoltre, misura scelte fra candidati ipotetici e non comportamenti osservati in cabina elettorale. I risultati vanno quindi letti come indicazioni sui meccanismi che orientano il consenso, non come una previsione diretta del voto.
Entro questi confini mi pare emerga invero un risultato rilevante. La frattura fra elettorato working class e sinistra liberal non è in toto riducibile né al dato economico né a quello culturale, ma è il frutto dell’intreccio di tre fattori: insicurezza materiale, riconoscimento sociale e linguaggio politico. Risulta quindi decisivo comprendere l’esperienza sociale attraverso cui gli elettori interpretano ciò che viene loro proposto.
Sembrerebbe dunque potersi concludere che il voto working class non si lasci spiegare con una scala lineare destra-sinistra. I due rapporti descrivono un elettorato disponibile anche a politiche economiche ambiziose - qualcuno direbbe radicali -, ma che valuta le proposte attraverso categorie di classe: lavoro, reciprocità, sicurezza, appartenenza e rispetto.
Ne deriva che, per i ricercatori, la working class americana non è irrimediabilmente perduta e non chiede necessariamente una sinistra più moderata. Chiede una politica capace di partire dal suo mondo materiale e morale.
Per riconquistarla non basta quindi cambiare slogan. Occorre cambiare il punto di vista dal quale la sinistra interpreta la società, le persone che seleziona come candidati e i gruppi ai quali attribuisce potere. Gli elettori working class sono ancora contendibili, a patto che venga elaborata una politica nella quale possano riconoscere i propri interessi, i propri valori e la propria voce.
Ciò che descrivono i due studi è dunque una crisi di rappresentanza: la working class non appare in astratto ostile a politiche economiche ambiziose, ai sindacati o a molte riforme progressiste, ma diffida di una politica che stabilisce dall’esterno quali debbano essere le sue priorità.
Insomma, per tornare competitiva fra un certo segmento dei lavoratori, la sinistra deve costruire le proprie priorità insieme alla working class, tradurre le riforme in conseguenze materiali riconoscibili e selezionare rappresentanti capaci di condividere, non soltanto evocare, il loro mondo sociale. Non basta parlare dei lavoratori: occorre elaborare e praticare una politica con i lavoratori.
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