Il vero problema non è troppa sinistra, ma troppo poco cambiamento

Dagli Stati Uniti all’Italia, il problema dei progressisti non è la «troppa sinistra», ma l’incapacità di proporre un cambiamento concreto e credibile.

L'aula del Senato

ANSA

Dagli Stati Uniti all’Italia, il problema dei progressisti non è la «troppa sinistra», ma l’incapacità di proporre un cambiamento concreto e credibile.

L'intervista di Yascha Mounk pubblicata da Repubblica pone una domanda legittima: come possono le forze democratiche tornare a vincere in una fase di polarizzazione e ascesa dei populismi? La sua risposta, però, contiene un errore di fondo che merita una discussione pubblica, perché non riguarda soltanto gli Stati Uniti ma attraversa, con intensità forse ancora maggiore, il centrosinistra europeo e italiano.

Mounk sostiene che i democratici debbano evitare candidature percepite come troppo radicali e puntare su figure moderate nei collegi decisivi. È un ragionamento che contiene elementi veri. Il sistema elettorale americano premia chi vince in pochi Stati e in pochi distretti, spesso ridisegnati a vantaggio repubblicano. Le primarie, per loro natura, mobilitano una minoranza organizzata, non la maggioranza dell'elettorato.

E i sondaggi che Mounk cita mostrano uno scarto reale, tra il tre e il cinque per cento, tra il potenziale di voto di un candidato progressista e quello di un moderato in un collegio conteso. Chi ignorasse questi dati farebbe un cattivo servizio alla causa che intende difendere.

Ma questi dati, per quanto veri, rispondono a una domanda diversa da quella che davvero conta. Ci dicono come si vince un singolo collegio in una singola tornata elettorale. Non ci dicono perché, in prospettiva più lunga, il campo progressista abbia perso la capacità di attrazione popolare che un tempo lo caratterizzava. E quando la domanda giusta non viene posta, anche la risposta più tecnicamente accurata diventa fuorviante.

I candidati progressisti che oggi emergono nelle primarie democratiche non sono l'origine di una crisi. Sono la conseguenza di una crisi già esistente, che li ha resi possibili perché lo spazio politico che occupano era rimasto vuoto. Se milioni di elettori, in particolare giovani, si riconoscono in queste candidature, non è perché l'America si sia spostata a sinistra sul piano ideologico.

È perché una parte crescente della popolazione vive condizioni materiali che rendono insufficiente la semplice amministrazione dell'esistente: salari che non tengono il passo del costo della vita, un mercato immobiliare che ha reso la casa quasi inaccessibile per chi entra oggi nel mondo del lavoro, un sistema sanitario e universitario che scarica sui singoli costi che altrove sono collettivizzati, una concentrazione della ricchezza senza precedenti recenti.

Dire che il problema del Partito Democratico è "troppa sinistra" significa scambiare l'effetto per la causa. Il problema è un altro: per troppo tempo il campo progressista, negli Stati Uniti come in Europa, ha smesso di offrire una risposta credibile a queste condizioni, lasciando che fosse qualcun altro, a volte un socialista democratico, a volte un populista di destra, a raccogliere una domanda di cambiamento rimasta insoddisfatta.

Questo non significa che ogni proposta della sinistra più radicale sia automaticamente giusta. Mounk ha ragione quando segnala che alcune uscite comunicative rischiano di allontanare più elettori di quanti ne mobilitino, specialmente tra quella working class che i progressisti dicono di voler rappresentare ma che spesso li percepisce come culturalmente distanti. Su questo punto specifico l'analisi di Mounk è corretta.

Ma la distinzione tra un linguaggio che allontana e un contenuto che attrae è precisamente ciò che la sua diagnosi non riesce a cogliere, perché riduce tutto a un unico asse: moderati contro radicali. È qui il limite più profondo dell'analisi di Mounk. Egli continua a leggere la competizione politica lungo l'asse che ha dominato il Novecento: moderazione contro radicalismo. Ma l'asse che oggi attraversa realmente le democrazie occidentali è un altro: quello tra chi promette cambiamento e chi viene percepito come custode dello status quo.

La destra populista ha compreso questa dinamica con un anticipo che dovrebbe preoccupare chiunque si occupi di strategia progressista. Anche quando le sue soluzioni sono discutibili o irrealizzabili, riesce quasi sempre a presentarsi come la forza che vuole rompere con un ordine ingiusto o inefficace. Il centrosinistra, al contrario, viene sempre più spesso percepito, non necessariamente perché lo sia nei fatti, ma perché comunica in questo modo, come il difensore di un ordine che non funziona più per una parte crescente della popolazione.

Questo spiega perché la strategia della moderazione, ripetuta ciclicamente in Occidente almeno dagli anni Novanta, abbia prodotto risultati opposti a quelli promessi. Le forze progressiste che hanno spostato il proprio baricentro verso il centro, attenuando il conflitto sociale e adottando linguaggi sempre più tecnocratici, non hanno guadagnato in stabilità di consenso. Lo hanno perso, in modo lento ma costante, nei segmenti sociali che un tempo costituivano il loro radicamento più solido.

Osservare questo dibattito dall'Italia permette di vedere con particolare nitidezza dinamiche che negli Stati Uniti restano più sfumate. Il campo che chiamiamo, con etichette diverse, "centrosinistra" o "campo largo" parla in larga misura a un elettorato che si restringe e invecchia, mentre la classe dirigente che lo rappresenta, pur definendosi progressista nel linguaggio, è tra le più conservatrici che si possano immaginare non sul piano ideologico, ma su quello, ancora più determinante, del rinnovamento delle persone e delle proposte. Sono spesso gli stessi dirigenti, le stesse facce, gli stessi equilibri interni che si riproducono da una legislatura all'altra.

Un campo politico che si autodefinisce progressista rischia così di risultare, nella propria organizzazione interna, più conservatore delle forze che pretende di combattere. E quando un partito conserva soprattutto se stesso, perde la credibilità agli occhi di chi cerca segnali di cambiamento reale, non promesse rinviate a data da destinarsi.

Non si tratta di immaginare un ritorno alle categorie della sinistra novecentesca. Le distinzioni che per decenni hanno separato socialisti, comunisti, socialdemocratici e cattolici democratici appartengono oggi soprattutto alla memoria storica, non all'esperienza delle nuove generazioni, che cercano risposte diverse a problemi diversi: un reddito stabile, l'accesso a un'abitazione sostenibile, un sistema educativo che non si traduca in debiti pluriennali, una transizione ecologica che non venga scaricata sui più fragili.

Per questo la contrapposizione che periodicamente si ripropone nel campo progressista italiano tra un'anima moderata e un'anima più riformista rischia di essere, più che una discussione politica reale, un conflitto tra gruppi dirigenti per posizioni di potere interno. Le forze che rappresentano un riformismo autenticamente di sinistra, ambientalmente responsabile e orientato a maggiore giustizia sociale non hanno bisogno di un fronte contrapposto alla componente più moderata dello stesso campo. Hanno bisogno di dialogare con essa attorno a una proposta comune, evitando che la competizione tattica interna diventi essa stessa un ostacolo alla credibilità del progetto.

Le grandi vittorie delle forze progressiste, in America come in Europa, non sono quasi mai nate dalla prevalenza di un'anima sull'altra all'interno dello stesso campo. Sono nate dalla capacità di tenere insieme sensibilità diverse dentro un progetto credibile e trasformativo. Franklin Delano Roosevelt non vinse quattro elezioni presidenziali perché il New Deal fosse ideologicamente moderato o radicale. Vinse perché convinse una maggioranza di americani che la politica fosse ancora capace di cambiare concretamente le loro condizioni di vita.

Ciò che quelle stagioni riformatrici hanno in comune non è una collocazione precisa sull'asse moderati-radicali, ma la capacità di rappresentare una speranza concreta, non soltanto una gestione più competente dell'esistente. È esattamente questo elemento che oggi manca a gran parte del campo progressista occidentale, e la cui assenza nessun equilibrio tattico tra correnti interne potrà mai compensare.

Si potrebbe obiettare che insistere sul cambiamento rischi di consegnare argomenti alla destra che grida al pericolo estremista. È un'obiezione che merita risposta diretta. È vero che alcuni linguaggi identitari producono un costo elettorale reale, misurabile nei dati che Mounk cita. Ma è altrettanto vero che il costo della prudenza permanente, protratta per decenni, non è stato inferiore. È stato solo più lento a manifestarsi.

Quando un partito rinuncia sistematicamente a proposte ambiziose per timore di apparire divisivo, non conquista automaticamente l'elettorato moderato che teme di perdere. Rischia di perdere, gradualmente, l'elettorato che cercava un motivo per continuare a partecipare. È un processo meno visibile di una sconfitta improvvisa, ma nel tempo altrettanto corrosivo: si traduce in astensione crescente, soprattutto tra i giovani, che non passano alla destra per convinzione ma smettono di considerare la politica uno strumento utile alla propria vita, la stessa platea che le destre populiste riescono a intercettare meglio di chiunque altro.

Il compito delle forze democratiche non consiste nel restringere il proprio spazio di cambiamento per rassicurare un centro che, va detto, non ha comunque premiato con generosità chi ha scelto questa strada negli ultimi decenni. Consiste nel costruire un cambiamento sufficientemente credibile da convincere una maggioranza reale della società, non soltanto la parte già politicamente motivata.

Significa parlare al lavoro senza nostalgia per un mondo produttivo che non esiste più, ma senza subalternità verso un'impresa difesa a prescindere dai suoi comportamenti. Significa costruire una transizione ecologica percepita come opportunità distribuita con equità, non come costo scaricato sui redditi più bassi. Significa affrontare abitazione, salari, sanità e istruzione come facce della stessa condizione materiale che rende incerta la vita di intere generazioni, con un linguaggio che non richieda anni di militanza per essere compreso.

Nessuna di queste indicazioni implica l'abbandono della responsabilità di governo che Mounk giustamente richiama. Costruire coalizioni ampie resta necessario: nessuna forza politica vince parlando solo ai propri elettori più convinti. Ma costruire una coalizione ampia non equivale a restringere l'ambizione del proprio progetto. Equivale a renderlo comprensibile per un numero maggiore di persone, senza svuotarlo del suo contenuto trasformativo.

I giovani che oggi si allontanano dalla partecipazione politica non lo fanno per attrazione verso ideologie estreme. Lo fanno perché faticano a vedere, nelle forze che dovrebbero rappresentare le loro istanze, uno strumento capace di incidere sulla loro vita quotidiana: salari che non permettono autonomia, precarietà normalizzata, un accesso alla casa sempre più simile a un privilegio, debiti legati all'istruzione, una prospettiva pensionistica più incerta di quella delle generazioni precedenti.

Di fronte a questo quadro, evocare la moderazione come valore politico autosufficiente rischia di apparire non prudente, ma insufficiente. Il compito che attende le forze progressiste occidentali non è scegliere tra un'ala moderata da premiare e un'ala radicale da contenere. È costruire una sintesi politica capace di tenere insieme crescita economica, giustizia sociale, innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e partecipazione democratica, restituendo a intere generazioni un motivo per considerare la politica ancora rilevante per la propria vita.

Le elezioni non si vincono occupando il centro geometrico dello schieramento politico, come suggerisce Mounk. Si vincono quando una forza politica riesce a occupare il centro delle preoccupazioni reali e delle speranze concrete delle persone. È in questo spazio, tra la preoccupazione per il presente e la speranza per il futuro, che si giocherà l'esito della contesa tra i democratici americani e i repubblicani, tra il centrosinistra europeo e le destre populiste, tra il campo progressista italiano e un elettorato giovane che aspetta ancora di essere convinto, non semplicemente rassicurato, che il cambiamento sia possibile.

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