Sicurezza sul lavoro, l'emergenza dimenticata

infortuni e malattie professionali restano a livelli allarmanti. Con IA algoritmi e automazione serve aggiornare la prevenzione ed investire in controlli e formazione.

Marco CorsettiIl Punto
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ANSA

Da qualche anno si tende a vedere delle emergenze presunte o reali in questo paese e non solo. Si tratti della questione dei flussi migratori, o dei sovversivi dei centri sociali o delle influenze straniere, in tutti i sensi, sulla cultura italiana, spesso dimenticandosi delle vere emergenze, una di queste è senz'altro la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Non basta ricordare ed essere presenti alle commemorazioni per l'ottantesimo anniversario della strage di Marcinelle e usare belle parole sul fatto che la dignità dei lavoratori e la sicurezza sul lavoro siano valori fondamentali per le azioni dei governi, come ha fatto Giorgia Meloni proprio in quell'occasione, se non si agisce per arginare un vera e propria emergenza, quella sì, dei morti e degli infortuni negli ambienti lavorativi più variegati.

La sicurezza sul lavoro non può essere considerata una voce secondaria, tanto da parte delle imprese quanto dello Stato quando si tratta di investire. È, prima di tutto, una questione di dignità della persona e di responsabilità sociale. I dati dimostrano chel'Italia è ancora lontana da una situazione accettabile.

Secondo i dati provvisori dell'INAIL aggiornati al 30 giugno 2026, nei primi sei mesi dell'anno sono state presentate 213.985 denunce di infortunio in occasione di lavoro, con un aumento del 4,7% rispetto alle 204.364 dello stesso periodo del 2025. Rapportando gli infortuni agli occupati, l'incidenza è passata da 845 a 880 denunce ogni 100.000 lavoratori, con un aumento del 4,1% in un solo anno. Nel confronto con il 2019, tuttavia, l'incidenza resta inferiore: 880 contro 977 denunce ogni 100.000 occupati.

Il dato che colpisce maggiormente è quello delle vittime. Nei primi sei mesi del 2026 sono state 342 le denunce di infortunio mortale avvenuto in occasione di lavoro, 15 in meno rispetto alle 357 del primo semestre 2025, pari a una diminuzione del 4,2%. A queste si aggiungono 128 morti in itinere, cioè durante il tragitto casa-lavoro, anch'esse in diminuzione rispetto alle 138 dell'anno precedente. Considerando anche gli studenti, le denunce complessive con esito mortale arrivano a 482.

Il calo delle vittime deve certamente essere considerato positivamente, ma sarebbe un errore trasformarlo in una conclusione troppo ottimistica. Gli stessi dati INAIL sono provvisori e l'Istituto avverte che i numeri degli infortuni mortali possono essere influenzati da eventi occasionali e dai tempi di definizione delle pratiche. Per questo motivo, un solo semestre non è sufficiente per stabilire una vera inversione di tendenza. Inoltre, mentre diminuiscono gli eventi mortali, aumentano gli infortuni complessivi. È una contraddizione solo apparente: la sicurezza di un sistema produttivo non può essere misurata esclusivamente contando i morti.

Particolarmente significativo è il dato relativo alle malattie professionali: nel primo semestre 2026 le denunce sono state 59.480, 8.494 in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con un incremento del 16,7%. Il fenomeno dimostra che la sicurezza non riguarda soltanto il rischio immediato di cadute, schiacciamenti, incendi o incidenti con macchinari, ma anche l'esposizione prolungata a fattori che possono compromettere la salute nel tempo.

Anche l'analisi dei settori deve far riflettere. Gli infortuni in occasione di lavoro sono aumentati, tra gli altri comparti, nella sanità e assistenza sociale (+5,3%), nel trasporto e magazzinaggio (+4,8%), nel commercio (+3,8%), nei servizi di supporto alle imprese (+2,8%), nella ristorazione e ospitalità (+2,7%), nelle costruzioni (+2,6%) e nel manifatturiero (+1,6%).

Le costruzioni rimangono inoltre un settore particolarmente delicato sul fronte degli eventi mortali: le denunce di morte in occasione di lavoro sono passate da 53 a 59 nel confronto tra i primi semestri 2025 e 2026. Anche il trasporto e magazzinaggio mantiene un numero elevato, con 47 denunce mortali in entrambi i periodi.

Questi dati indicano che la sicurezza deve essere affrontata attraverso una strategia molto più ampia della semplice formazione obbligatoria. Servono investimenti strutturali.

Occorre innanzitutto finanziare maggiormente la sostituzione dei macchinari obsoleti, l'adozione di sistemi di protezione più moderni, l'automazione delle operazioni maggiormente pericolose e l'utilizzo di tecnologie capaci di prevenire gli incidenti. Ma la tecnologia, da sola, non basta: deve essere accompagnata da una migliore organizzazione del lavoro, da tempi adeguati, da manutenzione programmata e da una valutazione dei rischi realmente aggiornata.

Un secondo pilastro deve essere la formazione. Non una formazione fatta soltanto di corsi e firme su registri, ma un addestramento concreto, periodico e collegato alle mansioni effettivamente svolte. Particolare attenzione deve essere rivolta ai lavoratori giovani, ai nuovi assunti, ai lavoratori stranieri e a chi opera in settori caratterizzati da elevata precarietà o frequente ricambio del personale.

Anche il sistema dei controlli deve essere potenziato. Nel 2025 l'Ispettorato Nazionale del Lavoro ha effettuato 51.928 ispezioni in materia di salute e sicurezza, in aumento rispetto alle 49.969 del 2024. È un segnale importante, ma la prevenzione richiede controlli capillari, tempestivi e soprattutto orientati verso le realtà maggiormente esposte al rischio.

La vigilanza dovrebbe quindi utilizzare sempre più le banche dati disponibili per individuare preventivamente le imprese e i settori a maggiore rischio. Lo stesso INL ha indicato l'importanza di basare gli interventi sull'analisi del rischio e sull'intelligence territoriale, utilizzando le informazioni disponibili presso INL, INPS, INAIL e altri soggetti istituzionali.

Parallelamente, bisogna rendere più semplice e accessibile per le imprese, soprattutto per le piccole e medie aziende, l'investimento in sicurezza. Nel 2026 l'INAIL ha messo a disposizione 600 milioni di euro attraverso il Bando ISI per finanziare progetti finalizzati al miglioramento della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Dal 2010, attraverso le diverse edizioni del bando, sono stati messi a disposizione oltre 4,7 miliardi di euro.

Si tratta di risorse importanti, ma la questione è se siano sufficienti rispetto alla dimensione del problema. La risposta, considerando l'aumento degli infortuni e soprattutto delle malattie professionali, dovrebbe essere quella di rafforzare progressivamente gli investimenti pubblici nella prevenzione, semplificando contemporaneamente l'accesso ai finanziamenti per le imprese che dimostrano concretamente di migliorare le proprie condizioni di sicurezza.

È significativo, in questo senso, che nel luglio 2026 INAIL e ABI abbiano sottoscritto un protocollo per facilitare l'accesso delle imprese ai finanziamenti destinati agli investimenti in sicurezza e nelle tecnologie innovative per la prevenzione.

La direzione dovrebbe essere chiara: premiare economicamente le imprese che investono realmente in sicurezza, ma allo stesso tempo rendere molto più costoso, sul piano economico e organizzativo, ignorare i rischi conosciuti.

La sicurezza, però, non può essere affidata soltanto alle aziende. È necessaria una responsabilità condivisa tra Stato, Regioni, INAIL, Ispettorato del lavoro, ASL, imprese e organizzazioni sindacali. Occorre costruire una vera politica nazionale della prevenzione, con obiettivi misurabili: meno infortuni, meno morti, meno malattie professionali, più formazione, più controlli e più investimenti.

Un ragionamento che nel contesto della Sicurezza nei luoghi di lavoro non può prescindere da alcune considerazioni a 360° sulla legge ordinaria in materia, dopo 18 anni da quando è stata varata.

La legge 81/2008 ha rappresentato una svolta nella tutela della salute dei lavoratori. Oggi, però, il mondo del lavoro è cambiato profondamente: intelligenza artificiale, algoritmi, robotica, automazione e nuove forme di organizzazione impongono di ripensare la prevenzione.

Indubbiamente quella norma tutt’ora in vigore ha rappresentato un passaggio fondamentale. Ha riordinato una materia complessa, mettendo al centro la prevenzione e responsabilizzando le imprese sull'organizzazione della sicurezza. La valutazione dei rischi, la formazione dei lavoratori, il ruolo degli RLS, degli RSPP e del medico competente hanno contribuito a costruire una cultura della prevenzione che prima era molto più frammentata.

Il principio fondamentale è semplice: non bisogna aspettare l'incidente per intervenire, bisogna cercare di impedirlo prima che accada. È una conquista che non deve essere messa in discussione.

Ma proprio perché quella legge ha introdotto una cultura moderna della prevenzione, oggi dobbiamo avere il coraggio di aggiornarla alla trasformazione del lavoro.

Nel 2008 l'intelligenza artificiale non organizzava i turni dei lavoratori. Gli algoritmi non assegnavano automaticamente consegne e obiettivi. La robotica collaborativa era ancora lontana dalla diffusione attuale. Lo smart-working era marginale. La produzione industriale interconnessa era agli inizi.

Oggi tutto questo è realtà. E aldilà di quello che di positivo può portare un certo tipo di sviluppo avanzato sul piano industriale e tecnologico, ogni innovazione porta con sé anche nuovi rischi.

Una macchina collegata alla rete può essere esposta a un attacco informatico. Un algoritmo può determinare ritmi di lavoro insostenibili. Un sistema di controllo digitale può trasformarsi in una forma di pressione continua sul lavoratore. L'automazione può ridurre alcuni rischi fisici e contemporaneamente aumentare isolamento, stress e perdita di autonomia.

La tecnologia, dunque, non è né buona né cattiva in sé. Dipende da come viene progettata, da come viene utilizzata e, soprattutto, da chi ne governa le conseguenze. Questa è probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni. Per decenni abbiamo pensato alla sicurezza soprattutto in relazione a macchinari, impianti, sostanze pericolose, dispositivi di protezione individuale.

Dobbiamo continuare a farlo. Ma dobbiamo aggiungere una nuova dimensione: la sicurezza dell'organizzazione digitale del lavoro. Se un algoritmo stabilisce il ritmo di una prestazione, assegna gli incarichi, misura la produttività o valuta il lavoratore, deve essere considerato anche sotto il profilo della salute e della sicurezza.

Non basta sapere se il software funziona. Dobbiamo chiederci: come cambia quel software il lavoro delle persone? Quali pressioni produce? Quali rischi introduce? Quale margine di autonomia lascia al lavoratore?

La valutazione dei rischi del futuro dovrà comprendere anche queste domande. La sicurezza del lavoro del XXI secolo deve necessariamente affrontare anche i rischi psicosociali. Stress, burnout, iperconnessione, reperibilità permanente, isolamento, aumento dei ritmi, precarietà e pressione esercitata attraverso sistemi digitali possono avere conseguenze importanti sulla salute.

La separazione tra salute fisica e salute mentale è ormai sempre meno sostenibile. Un lavoratore che non viene colpito da una macchina, ma che viene sottoposto per anni a ritmi insostenibili, non è per questo necessariamente un lavoratore sicuro. La prevenzione deve occuparsi della persona nella sua interezza.

Diventa quindi fondamentale un tema rilevante per tutto quello che riguarda la professionalità e la preparazione di un lavoratore, soprattutto nell’era del Lavoro 4.0.: la formazione. Troppo spesso la sicurezza viene vissuta come un insieme di adempimenti da assolvere. La formazione deve essere concreta, aggiornata e collegata al lavoro reale.

Se introduciamo robot collaborativi, intelligenza artificiale, nuovi sistemi di automazione o macchinari interconnessi, dobbiamo formare le persone sui rischi specifici che quelle tecnologie comportano.

E la formazione deve diventare permanente, partendo proprio dalle scadenze per i corsi di aggiornamento per la sicurezza nei luoghi di lavoro, che non possono più avere una cadenza quinquennale, nelle forme più disparate, ma devono essere tutti quanti uniformati con scadenza biennale.

L'innovazione cambia rapidamente: non possiamo pretendere che competenze acquisite anni prima siano sufficienti per affrontare tecnologie che nel frattempo sono completamente cambiate.

La tecnologia può inoltre diventare uno straordinario strumento di prevenzione. Sensori, sistemi intelligenti, analisi dei dati e intelligenza artificiale possono aiutare a individuare condizioni pericolose prima che si trasformino in incidenti.

È possibile analizzare i cosiddetti near miss, gli incidenti mancati, individuare anomalie e prevedere situazioni di rischio. Ma bisogna stabilire un principio molto chiaro: i dati devono servire prima di tutto a proteggere il lavoratore, non a controllarlo. La tecnologia utilizzata per la sicurezza non deve diventare uno strumento di sorveglianza permanente. Per questo non basta chiedersi se la legge 81/2008 sia ancora valida.

La domanda giusta è un'altra: come possiamo portare i suoi principi fondamentali dentro il lavoro del futuro? Servono almeno alcune scelte precise. Partendo dall’aggiornamento del quadro normativo introducendo esplicitamente i rischi legati a intelligenza artificiale, algoritmi, robotica, automazione e sistemi digitali.

A questo si dovrebbero collegare alcuni interventi dove Stato e Regioni si dovrebbero impegnare affinché la legge diventi efficace:

  • rafforzamento della valutazione dei rischi psicosociali
  • prevedere una valutazione preventiva dell'impatto sulla sicurezza quando vengono introdotte nuove tecnologie
  • rafforzamento della formazione e dell’aggiornamento professionale
  • maggiori responsabilità nella gestione della sicurezza e strumenti di prevenzione agli RLS.
  • rafforzare gli organici e la capacità di ASL e Ispettorato del Lavoro
  • sostenere economicamente, tramite incentivi e sgravi fiscali su IRPEF e IRAP, le imprese che investono realmente in sicurezza e innovazione
  • combattere il lavoro irregolare e il dumping contrattuale, perché dove il lavoro è più precario e meno tutelato spesso anche la sicurezza diventa più fragile.

Dobbiamo infine superare un equivoco culturale.

La sicurezza non è un costo che l'impresa deve sostenere per rispettare la legge.

La sicurezza è un investimento.

Un'impresa che riduce gli incidenti, migliora l'organizzazione del lavoro, forma i propri dipendenti e utilizza responsabilmente la tecnologia è un'impresa più efficiente, più moderna e più competitiva.

Ma soprattutto è un'impresa che riconosce il valore del lavoro.

Ed è proprio questo il punto da cui ripartire.

Non possiamo accettare che alle macchine venga garantita maggiore sicurezza di quella garantita alle persone che le utilizzano. Non possiamo avere fabbriche intelligenti e lavoratori lasciati soli.

La sfida è costruire un lavoro tecnologicamente avanzato, ma anche più umano, più sicuro e più giusto.

La legge 81/2008 ci ha insegnato che la sicurezza deve essere parte integrante dell'organizzazione del lavoro.

Ora dobbiamo fare il passo successivo: portare quel principio nell'era dell'intelligenza artificiale, della robotica e del lavoro digitale.

Un atto simbolico, ma dal valore fondamentale, può essere rappresentato dall’introduzione del diritto alla Sicurezza sul luogo di lavoro, in maniera chiara e precisa, nei principali articoli della Costituzione Italiana che sono legati all’argomento, a cominciare dall’art.4(collegandola al diritto al lavoro), l’art.32(collegandola al diritto alla salute) e all’art. 35(collegandola alla tutela del lavoro in tutte le sue forme, dando modo di rafforzare l’azione della politica e delle istituzioni di intervenire sulla legge ordinaria e sugli atti politici e finanziari in maniera periodica come detto finora.

Perché una società davvero moderna non si misura soltanto da quanto produce.

Si misura anche da quante persone riesce a far tornare a casa, sane e salve, alla fine della loro giornata di lavoro. Dietro ogni numero c'è una persona: un lavoratore che torna a casa con una lesione, con una malattia, con una disabilità o, nei casi peggiori, una famiglia che non vedrà più tornare a casa il proprio caro.

Per questo la sicurezza sul lavoro non può essere considerata un costo da contenere quando i bilanci sono difficili. È un investimento sul capitale umano, sulla qualità del lavoro e sul futuro del Paese. Ogni euro destinato alla prevenzione deve essere visto non come una spesa improduttiva, ma come una scelta economica, sociale e morale indispensabile.

L'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente ridurre le statistiche rispetto all'anno precedente. L'obiettivo deve essere molto più ambizioso: fare in modo che ogni lavoratore possa uscire di casa per andare al lavoro con la certezza di poter tornare dalla propria famiglia. Per raggiungere questo risultato servono più prevenzione, più controlli, più formazione e, soprattutto, più investimenti concreti nella sicurezza dei luoghi di lavoro.

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