Sicurezza, il «salto di specie» che la rende un pericolo per tutti

La destra trasforma l’insicurezza sociale in paura, consenso e repressione. La sinistra deve tornare a costruire protezione, diritti, welfare e cura collettiva.

Enza PlotinoApprofondimenti
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ANSA

Una merce tra le più ambite e scarse nel mercato: si vende e si compra, si invoca e si simula, si brandisce come arma politica più che si costruisce come diritto. La promessa di «sicurezza» è diventata la leva principale con cui i partiti di destra e il governo Meloni attraggono consensi, trasformando le ansie collettive in arma politica e in merce negoziabile sul mercato delle paure.

L’insicurezza sociale, economica e urbana è una condizione reale vissuta da molte persone, legata alla precarietà del lavoro, al degrado dei quartieri e alla paura della criminalità. Ma oggi è diventata lo spauracchio per alimentare razzismo, repressione, rigurgiti di postfascismo – il «post» sta a indicare le nuove forme di vecchie pulsioni autoritarie – e ha rafforzato la sensazione che il mondo non sia più un luogo affidabile.

La sinistra, in affanno, si trova ad assistere, incapace, a questo palese utilizzo spregiudicato e manipolatorio di uno stato d’ansia collettivo e non riesce ad articolare una risposta coerente e comprensibile alla richiesta sempre più spaventata di protezione che proviene dalla società.

In un contesto in cui nulla è più stabile, nulla è più garantito, in cui il lavoro è precario, le relazioni sono fragili e le istituzioni sono distanti, le persone vengono orientate a percepirsi sole di fronte a minacce che non comprendono fino in fondo, ma che sentono come incombenti: il migrante, il vicino diverso, il quartiere degradato.

Muri, confini, ordine, polizia, tolleranza zero verso i migranti: poche parole con cui la destra ha saputo «conquistare» un piano emotivo sul quale funziona la propaganda fatta di gesti simbolici e azioni fintamente risolutive, ma palesemente repressive.

Perché, se dovessimo farci una domanda semplice e diretta – «Ci sentiamo sicuri?» –, l’ultima risposta che ci verrebbe in mente riguarderebbe forse l’immigrato che incontriamo la sera sotto casa, oppure l’insicurezza per strada, le telecamere o l’ordine pubblico.

Alla voce «sicurezza», cioè «sentirsi al sicuro», verrebbero in mente un lavoro dignitoso, una sanità pubblica funzionante, un welfare veramente di sostegno e progetti efficaci e visibili per proteggere tutti noi dalla crisi climatica.

Eppure oggi, quando parliamo di sicurezza o del suo contrario, lo facciamo attribuendole un significato parziale e ambiguo, tutto concentrato – paradossalmente, a causa dell’uso spregiudicato e strumentale che se ne fa nel dibattito pubblico – sulla protezione delle persone e dei beni.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità, nel progetto Parole per il cambiamento, suggerisce che «in un periodo attraversato da guerre, precarietà, disuguaglianze e cambiamenti climatici, forse la domanda più urgente non è come aumentare il controllo, ma come costruire una società in cui tutte e tutti possano vivere insieme con maggiore serenità e dignità».

Dunque, quando utilizziamo la parola «sicurezza», a cosa pensiamo davvero? Proveremo a rispondere facendoci aiutare proprio dalle Parole per il cambiamento.

È un fatto innegabile che il cambio di significato abbia giovato all’introduzione in Italia di politiche repressive e securitarie da parte del governo Meloni, utilizzate per puntare il dito e perseguitare particolari gruppi sociali – giovani e immigrati – e avviare politiche che non rispondono a pericoli concreti, ma congetturano azioni pericolose, giustificando così l’estensione dei reati.

Enfatizzare l’ordine pubblico a scapito delle libertà individuali e delle garanzie democratiche è diventato lo strumento per dare alla parola sicurezza la sola interpretazione securitaria.

Per citare alcuni di questi provvedimenti, c’è il decreto «anti-rave», che ha reso il raduno musicale un’aggravante del reato di invasione di terreni; il decreto Caivano, che ha stigmatizzato giovani e periferie estendendo, tra le altre cose, il daspo urbano ai minori; il decreto Sicurezza del 2025, che introduce nuovi reati e aggravanti destinati a punire soprattutto i poveri e chi dissente.

Tutti provvedimenti che hanno cercato di convincerci che sia sicurezza prevedere il carcere per lavoratori e lavoratrici che, scioperando per i propri diritti, bloccano la strada con un corteo; per attivisti e attiviste per l’ambiente che accendono i riflettori sulla crisi climatica usando vernice lavabile contro palazzi istituzionali; oppure per persone detenute nelle carceri e migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri che ricorrono alla resistenza passiva per chiedere migliori condizioni di vita.

Nelle nostre teste oggi la sicurezza non è più una protezione sociale, ma è diventata il motivo per condannare fino a sette anni chi occupa una casa o la detiene senza titolo, oppure per rinchiudere in istituti a custodia attenuata minori fino a tre anni, perché le madri potrebbero tornare a delinquere.

È un «salto di specie». Un cambio di paradigma che cancella il valore del «sentirsi al sicuro», alimenta la percezione di doversi proteggere dall’esterno e dall’estraneo e introduce la repressione come unica risposta.

Anche i minori, ormai considerati adulti dall’età di 14 anni da questa destra «patria e famiglia», diventano punibili.

«Ma di quale sicurezza parlano questi provvedimenti?», si chiede il progetto Parole per il cambiamento.

L’intento di questa destra è abbastanza chiaro: pianificare l’aumento della paura verso i poveri, i rom e i migranti; criminalizzare chi chiede risposte a problemi sociali e ambientali; in ultima analisi, scoraggiare il dissenso di chi vive quotidianamente contraddizioni, penalizzazioni e difficoltà dovute alle disuguaglianze crescenti.

È proprio l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, secondo il ForumDD, il principale fattore di insicurezza, e la risposta a questo sentimento rappresenta un nodo politico centrale.

La mancanza di garanzie di protezione sociale ci rende tutti più insicuri. Sono tutte quelle garanzie che ci permettono di vivere in modo dignitoso anche se non possiamo lavorare, se non guadagniamo abbastanza o se non siamo abbastanza ricchi. La protezione sociale ci difende dalla malattia, dagli infortuni e dalla mancanza di denaro durante la vecchiaia.

Il diffuso senso di insicurezza si è oggi aggravato con l’ingresso di elementi nuovi: le guerre e la corsa al riarmo, che stanno ridefinendo il significato di sicurezza della popolazione europea; la minaccia della crisi climatica, con il negazionismo governativo che spinge a rallentare la transizione ecologica; l’allarme sulla sicurezza energetica, che minaccia di portare alle stelle il prezzo dell’energia.

Che fare? Smontare passo dopo passo il racconto tossico e le risposte governative repressive, per ricominciare a rimuovere l’insicurezza affrontandone le cause.

Con il suo linguaggio pervaso di complessità, diritti e inclusione, la sinistra fatica a farsi ascoltare in una società che chiede protezione, non riflessione, contro una vulnerabilità diffusa che rigetta l’accoglienza e sembra chiedere più ordine.

Eppure la sua missione politica è sempre stata, storicamente, quella di costruire una società più giusta e più equa, fondata su una solidarietà tra simili e su istituzioni capaci di redistribuire risorse e opportunità.

Ecco perché è necessario e urgente riappropriarsi del tema sicurezza come cura collettiva e come protezione dai rischi sanitari, economici e ambientali che minacciano i più deboli.

Una sicurezza che non si fonda sul controllo dell’altro, ma sulla costruzione di legami, sulla rigenerazione degli spazi urbani, sull’educazione, sulla prossimità e sulla presenza dello Stato dove oggi ci sono soltanto algoritmi e telecamere.

Facile, no?

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