Siamo sicuri che i dati ISTAT sull'occupazione siano tutti positivi?

ANSA
I dati Istat del quarto trimestre 2025 appena usciti saranno – quasi certamente – strombazzati dal governo come la conferma dei successi della sua politica economica. È vero: il tasso di disoccupazione scende al 6,1%. Tuttavia, un’analisi più attenta restituisce un quadro molto più complesso e preoccupante, almeno per tre motivi principali.
Il primo riguarda la dinamica tra occupati e inattivi. Nel IV trimestre 2025 gli occupati aumentano di 37 mila unità ma nello stesso periodo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni crescono di 61 mila. In altre parole, più persone smettono di cercare lavoro di quante ne trovino effettivamente, finendo per essere conteggiate come “inattive” anziché come disoccupate. La diminuzione della disoccupazione riflette dunque più scoraggiamento e abbandono che una ripresa: se il numero di inattivi cresce più di quello degli occupati, la “discesa” della disoccupazione a tutto corrisponde fuorché alla creazione reale di opportunità lavorative stabili e significative.
Il fenomeno è particolarmente evidente – lo confermano ancora i dati Istat, ed è il secondo problema – tra giovani e lavoratori precari. Qui è lo stesso tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni a diminuire di 1,3 punti, con un crollo fino a 2 punti tra i 15 e i 24. È chiaro, quindi, che la cosiddetta "ripresa occupazionale" è asimmetrica, premiando chi gode già di maggiore stabilità lavorativa.
In parallelo, ed è il terzo dato critico, cresce anche la quota di lavoro part-time, ormai al 28,9% delle posizioni totali, a indicare un problema gigantesco di qualità dell’occupazione. Basta guardarsi intorno, o in casa propria. Moltissimi giovani, precari e lavoratori a termine accettano contratti ridotti o flessibili non per scelta, ma per necessità, alimentando la precarietà strutturale del mercato del lavoro. Dunque, siamo sicuri che ci sia da esultare?