Sentenza Regeni, Tajani rassicura al-Sisi: la verità può aspettare
Tre 007 egiziani condannati per il sequestro di Giulio. Ma mentre i genitori chiedono al Governo di interrompere rapporti con Il Cairo, il primo messaggio di Tajani è per rassicurare Al-Sisi: «Condannate tre persone, l'Egitto non c'entra»

ANSA
A dieci anni dal rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni la sentenza di ieri riaccende la speranza di arrivare ad una piena verità. I giudici della prima Corte d’Assise di Roma hanno condannato a 10 anni tre dei quattro imputati, riconoscendoli responsabili del sequestro del ricercatore italiano ma non dell’omicidio. Ad assistere alla pronuncia della sentenza il “popolo giallo” che in questi anni ha accompagnato i genitori di Giulio, presenti in aula con la sorella Irene, nella richiesta di giustizia. Una sentenza che rimarca le responsabilità dell’Egitto nella vicenda: sia per il rapimento di Giulio, sia per la mancata collaborazione nelle indagini.
Una responsabilità, quella egiziana, che dovrebbe spingere il governo a interrompere i rapporti con il Cairo o, almeno, ad «esigere collaborazione e farsi consegnare i responsabili» come ha auspicato il leader di Avs, Nicola Fratoianni, al termine dell’udienza. Nulla di tutto ciò. Il primo a commentare la sentenza è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che, invece di pretendere risposte dall’Egitto, si è lanciato in una quantomeno inopportuna difesa di Al-Sisi: «è una sentenza di primo grado - ha sottolineato il titolare della Farnesina - c’è stata una condanna, ma non è stato condannato l’Egitto, sono stati condannati tre persone. Vedremo cosa accadrà nei prossimi gradi».
Il rispetto dei gradi di giudizio è un pilastro della giustizia italiana. Ma non può diventare l’alibi per sottrarsi alle responsabilità politiche. Nel giorno della condanna dei tre 007 egiziani, le parole di Tajani rivelano ben più del suo garantismo. Segnano una gerarchia precisa: prima l’amicizia con al-Sisi, poi la richiesta di verità per Giulio Regeni. Mentre i suoi genitori chiedono di interrompere i rapporti con l’Egitto, il governo si preoccupa di rassicurare il Cairo. Dopo dieci anni, la vicinanza alla famiglia si misura nella volontà di esigere risposte e collaborazione, anche a costo di compromettere rapporti e interessi. Senza questa disponibilità, la solidarietà resta una formula di rito: a parole al fianco dei Regeni, nei fatti attenti a non disturbare al-Sisi.
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