Se il vento dell'algoritmo travolge il lavoro: la sfida che la nostra comunità non può perdere

Dario GinefraApprofondimenti
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ANSA

Il caso dei 37 licenziamenti alla Investcloud di Marghera non è una notizia tra le tante. È un segnale d'allarme che colpisce al cuore la nostra identità. Uomini e donne ad alto profilo, laureati e professionisti, messi alla porta perché un software, oggi, è considerato "più efficiente" della loro intelligenza. È la conferma che la rivoluzione tecnologica non è più un orizzonte lontano, ma una realtà che morde il presente.

Per anni, come sinistra, abbiamo creduto e raccontato che lo studio, la competenza e l'alta specializzazione sarebbero stati il rifugio sicuro contro le intemperie del mercato. "Studiate e sarete garantiti", dicevamo alle nuove generazioni. Oggi dobbiamo avere il coraggio di ammettere che quello scudo si è incrinato. Se l’intelligenza artificiale può sostituire il lavoro intellettuale con la stessa facilità con cui la meccanica ha sostituito il lavoro fisico, allora è l'intera nostra concezione del valore del lavoro che va ripensata.

Non possiamo cedere alla tentazione del luddismo. Sappiamo bene che tentare di bloccare l’innovazione sarebbe come voler fermare il vento con le mani. Il progresso non si ferma, ma il nostro compito storico non è mai stato quello di frenare la storia, bensì quello di guidarla verso la giustizia sociale.

Quello che ci sconcerta è l'incapacità delle classi dirigenti, italiane ed europee, di guardare in faccia questa realtà. Vediamo una politica che si limita a inseguire l'emergenza, incapace di predisporre le condizioni per governare il processo. Si approvano regolamenti tecnici, ma manca una visione politica su come redistribuire i benefici di questa enorme produttività che le macchine generano.

Se il lavoro umano viene meno, chi detiene la ricchezza prodotta dagli algoritmi? È accettabile che il progresso tecnologico si traduca solo in un aumento dei profitti per pochi colossi d'oltreoceano e in una perdita di dignità per i nostri lavoratori? Per noi, la risposta è un "no" risoluto.

La Sinistra deve tornare a essere la promotrice di un cambiamento radicale nelle regole del gioco. Se la tecnologia riduce il bisogno di tempo-lavoro, allora quel tempo deve tornare alla persona.

La riduzione dell'orario a parità di salario non è più un vezzo ideologico, ma una necessità economica per evitare che l'efficienza dell'IA si trasformi in esclusione sociale di massa.

I nostri ammortizzatori sociali sono figli del secolo scorso. Serve un welfare che protegga l'individuo nella transizione, che garantisca il reddito e il diritto a una formazione permanente. La conoscenza deve diventare un bene comune, non un'arma di obsolescenza.

Non possiamo lasciare che siano algoritmi opachi a decidere la vita delle persone. La politica deve riappropriarsi del potere di indirizzo, garantendo che l'IA sia al servizio dell'uomo e non viceversa.

Siamo di fronte a un bivio. Possiamo restare a guardare mentre la precarietà risale la scala sociale fino a colpire i livelli più alti, o possiamo tornare a fare quello che la nostra comunità ha sempre fatto nei momenti di crisi: dare una forma umana al futuro.

Il vento soffia forte, ma noi abbiamo il compito di costruire vele capaci di portare tutta la società verso un porto più sicuro e giusto. È tempo di tornare a governare il progresso, prima che sia il progresso a governare — e cancellare — noi.