Se Berlinguer incontrasse ChatGPT: la questione morale nell’era degli algoritmi

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il vero nodo democratico non è se le macchine penseranno al posto nostro, ma chi governa il potere che esse concentrano.

Antonella MelitoBattaglia delle IdeePOLITICA
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Archivio Rinascita

Quarantadue anni fa moriva Enrico Berlinguer. Oggi, nell’epoca in cui un algoritmo può scrivere un articolo, influenzare un’elezione, selezionare un lavoratore o orientare il consumo di milioni di persone, la domanda non è cosa avrebbe pensato dell’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: quale nuova “questione morale” avrebbe visto emergere dietro il potere degli algoritmi?

Non avrebbe guardato all’intelligenza artificiale con paura. E nemmeno con quell’entusiasmo acritico che spesso accompagna ogni rivoluzione tecnologica. Berlinguer sapeva che il progresso non è mai neutrale. La tecnologia può emancipare o subordinare, liberare o concentrare potere. Tutto dipende da chi la governa e da quali interessi la orientano.

La sua prima domanda sarebbe stata probabilmente la stessa che attraversò tutta la sua vita politica: a chi serve? Nell’epoca degli algoritmi che decidono cosa leggiamo, cosa compriamo, cosa vediamo e perfino come interpretiamo il mondo, Berlinguer avrebbe colto immediatamente il nodo democratico della questione. Perché il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. Il problema è il potere che essa concentra.

Oggi poche piattaforme globali possiedono una quantità di dati, conoscenze e capacità di influenza superiore a quella di molti Stati. Le decisioni che riguardano il lavoro, l’informazione, la salute e la formazione delle opinioni vengono sempre più spesso affidate a sistemi opachi, governati da logiche economiche che non rispondono direttamente ai cittadini.

È qui che la sua celebre “questione morale” tornerebbe con forza. Negli anni Ottanta Berlinguer denunciava la degenerazione della politica quando il potere smetteva di essere servizio e diventava occupazione delle istituzioni. Oggi forse denuncerebbe il rischio di una democrazia nella quale il potere si sposta silenziosamente dagli spazi pubblici ai codici informatici, dagli eletti agli algoritmi, dalle istituzioni democratiche ai grandi monopolisti della conoscenza digitale.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo. L’intelligenza artificiale pone una questione etica che nessuna innovazione precedente aveva sollevato con tale intensità: possiamo delegare alle macchine decisioni che riguardano la vita delle persone senza interrogarci sui valori che le guidano?

Un algoritmo può essere efficiente, ma non giusto. Può essere rapido, ma non equo. Può massimizzare un risultato economico ignorando la dignità umana. E soprattutto non può assumersi alcuna responsabilità morale. Berlinguer avrebbe probabilmente insistito proprio su questo punto: la responsabilità non è automatizzabile. La politica può utilizzare l’intelligenza artificiale. Non può esserne sostituita. Perché governare significa scegliere tra interessi diversi, bilanciare diritti, assumersi il peso delle conseguenze. È un compito che richiede coscienza, non soltanto calcolo.

La sua attenzione si sarebbe concentrata anche sul lavoro. L’intelligenza artificiale promette aumenti straordinari di produttività e ricchezza, ma pone interrogativi enormi sulla distribuzione dei benefici che essa produce. Chi guadagnerà davvero dalla rivoluzione algoritmica? Chi proteggerà i lavoratori sostituiti dall’automazione? Chi garantirà che la tecnologia riduca le disuguaglianze invece di ampliarle?

Berlinguer non avrebbe lasciato queste domande al mercato. Avrebbe chiesto una politica capace di governare il cambiamento, di investire nell’istruzione, di garantire nuovi diritti e di impedire che l’innovazione diventasse privilegio per pochi.

Ma soprattutto avrebbe richiamato un concetto quasi scomparso dal dibattito contemporaneo: il limite. In un tempo che celebra la velocità, la crescita infinita e l’innovazione permanente, Berlinguer ricorderebbe che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente accettabile o socialmente desiderabile. La politica, nella sua visione, non aveva il compito di inseguire il cambiamento, ma di orientarlo verso il bene comune. E forse il punto decisivo del suo pensiero, su questo tema, era già stato espresso da lui stesso.

Alla vigilia del 1984, l’anno evocato dalla celebre distopia di Orwell, Berlinguer rifletté anche sulle altre grandi profezie letterarie del Novecento, tra cui “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley. Se Orwell immaginava una società dominata dalla sorveglianza e dalla repressione, Huxley descriveva invece un controllo più sottile, esercitato attraverso il benessere materiale, il consumo di massa e il condizionamento culturale. I processi di emancipazione allora in corso — che plasmavano la società e la politica in cui viveva Berlinguer, dall’avanzata dei diritti civili alla crescente diffusione dell’istruzione e della conoscenza — indicavano una direzione in parte diversa dalle grandi distopie letterarie del ‘900: le nuove tecnologie, compreso il computer, non erano necessariamente strumenti di dominio; il loro impatto dipendeva dalla capacità della democrazia di governarle e orientarle verso il progresso umano. Eppure proprio nel “mondo nuovo” descritto da Huxley Berlinguer individuava una realistica descrizione del rischio di distorsione del tumultuoso progresso tecnologico, apparentemente sempre più in grado di liberare l’uomo dal lavoro e dalla fatica eppure, in fondo, capace di assoggettarlo a un controllo edonistico e funzionalistico che lo depriva del libero arbitrio e della capacità di autodeterminazione.

È qui che probabilmente avrebbe individuato la vera questione morale del XXI secolo. Non se le macchine diventeranno più intelligenti degli esseri umani, ma se gli esseri umani resteranno abbastanza liberi da governarle senza esserne governati.

Nel XXI secolo il potere non risiede più soltanto nei governi, nei partiti o nei grandi gruppi industriali. Risiede nei dati, negli algoritmi e nelle infrastrutture digitali che organizzano la vita quotidiana di miliardi di persone. Berlinguer avrebbe probabilmente compreso che la nuova frontiera della democrazia passa anche dalla capacità dei cittadini di controllare questi nuovi centri di potere.

Per questo la sua eredità non appartiene alla nostalgia. Appartiene al futuro. Perché il progresso tecnologico, da solo, non garantisce una società più giusta. Senza una coscienza democratica capace di orientarlo, può persino trasformarsi nel più sofisticato strumento di conformismo mai conosciuto.

Perché la domanda che attraversò tutta la sua esperienza politica resta immutata: chi governa davvero e nell’interesse di chi? Nell’era dell’intelligenza artificiale, forse è proprio questa la nuova questione morale.

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