Scienza e democrazia: una frattura da ricomporre
Tra innovazione accelerata e fragilità civile, il nodo strategico di ricerca, università e politica per uno sviluppo equo e consapevole

ANSA
La scienza nasce nella società e dalla società trae la propria legittimazione. È il risultato di un lungo processo di formazione, di trasmissione del sapere e di sviluppo della capacità critica degli individui. Eppure, nel caso italiano essa appare spesso separata dal senso comune e, soprattutto, dalle scelte strategiche della politica. Bastano pochi indicatori per capirlo: la scarsa percentuale di scienziati sulla popolazione, la bassa spesa per istruzione, ricerca e sviluppo, la debole domanda di innovazione delle imprese. Sono segnali che rivelano quanto poco peso venga riconosciuto a scuola, università e ricerca — i settori che definiscono la relazione tra società e scienza.
Questa frattura non è nuova. Tuttavia oggi assume una rilevanza senza precedenti, perché si colloca dentro una contraddizione strutturale del nostro tempo: da un lato un’accelerazione tecnologica straordinaria; dall’altro un arretramento, o quantomeno una fragilizzazione, dei diritti, della coesione sociale e della qualità della democrazia.
Le trasformazioni in atto — dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dalle tecnologie quantistiche alle neuroscienze — stanno modificando in profondità le basi materiali e cognitive della società. Tuttavia, il progresso tecnologico non coincide automaticamente con il progresso civile.
Le agenzie della conoscenza sono proprio per questo chiamate a svolgere un ruolo essenziale di mediazione dei saperi, della ricerca e delle loro ricadute nella società. E la politica, che della società dovrebbe orientare le finalizzazioni, promuovere e favorire al meglio questa mediazione.
Sono in gioco funzioni fondamentali di una società evoluta. Una società dotata di buona ricerca e di buona formazione superiore non dispone soltanto di più brevetti o di maggiore competitività economica: ha più strumenti per distinguere tra fatti e opinioni, per valutare rischi e opportunità, per interpretare i cambiamenti economici, demografici, ambientali e sanitari. Produrre capacità collettive di comprensione della realtà.
In questo senso scienza, ricerca e università rappresentano una vera e propria infrastruttura civile, non soltanto produttiva. Esse sono inoltre essenziali per lo sviluppo di alcune competenze cognitive fondamentali: la qualità del giudizio, l’abitudine al confronto critico, il rispetto delle prove, la capacità di decidere in condizioni di incertezza. Tutte qualità di base per lo sviluppo di una democrazia matura. E antidoti primari contro lo scatenarsi di conflitti irresolubili e delle guerre.
Scienza, ricerca e università possono inoltre alimentare coesione e mobilità sociale. Quando sono accessibili, diffuse sul territorio, adeguatamente finanziate e aperte ai talenti indipendentemente dall’origine sociale, contribuiscono a ridurre la riproduzione delle disuguaglianze. Offrono a persone e territori possibilità concrete di emancipazione.
Non sono solo luoghi in cui si produce sapere: sono anche luoghi dove una società decide se vuole essere più chiusa o più aperta. Svolgono infine una funzione etica e culturale strettamente legata al metodo scientifico: insegnano che il sapere è sempre rivedibile, che il dissenso argomentato è legittimo, che l’autorità non basta senza prova. In questo senso costituiscono anche una scuola permanente di democrazia.
È proprio questo insieme di funzioni che spesso sembra mancare nelle considerazioni della politica quando affronta il rapporto con il sistema della conoscenza.
Il dibattito pubblico e quello politico sembrano infatti concentrarsi soprattutto su questioni procedurali — concorsi, reclutamento, valutazione — temi certamente importanti, ma che rischiano di far perdere di vista la questione più ampia e più rilevante: il ruolo strategico della conoscenza per il futuro della società.
D’altra parte, il fatto che a straordinarie innovazioni tecnologiche possa corrispondere un arretramento civile e dei diritti — come sta accadendo nel mondo contemporaneo — non rappresenta una contraddizione apparente, ma una possibilità storica reale. Il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso morale, civile o politico. Una società può diventare più potente senza diventare più giusta.
Può aumentare le proprie capacità di calcolo, di connessione, di cura e di controllo, e tuttavia utilizzare queste capacità in modi ambivalenti: per emancipare oppure per sorvegliare; per includere oppure per escludere; per allargare i diritti oppure per concentrarli. Questo accade per varie ragioni.
La prima è che la tecnologia accelera mentre le istituzioni democratiche deliberano lentamente. La democrazia richiede tempi diversi: quelli della partecipazione, dell’ascolto, della negoziazione, del compromesso, della costruzione del consenso. Quando la velocità dell’innovazione supera la capacità politica di governarla, crescono disorientamento, paura e reazioni difensive.
La seconda ragione è che le innovazioni, se non adeguatamente governate, tendono a distribuire benefici e costi in modo diseguale. Le conseguenze in parte già le conosciamo: se ampie parti della popolazione percepiscono che il progresso arricchisce pochi, precarizza molti e indebolisce i legami sociali, possono crescere sfiducia, pulsioni autoritarie, chiusure identitarie e ostilità verso il pluralismo e i diritti.
Una terza ragione riguarda la distinzione tra conoscenza e informazione. Viviamo in società iperconnesse, ma questo non significa necessariamente vivere in società più consapevoli. La scienza produce conoscenza verificabile; l’informazione, invece, non coincide sempre con la realtà. L’ecosistema mediatico contemporaneo può premiare emozione, conflitto e appartenenza, producendo distorsioni profonde della percezione del reale.
Infine, i diritti non avanzano per inerzia. Hanno bisogno di istituzioni solide, di cultura pubblica, di mediazioni sociali, di educazione civica e di corpi intermedi. Senza questi presìdi, anche società ricche e tecnologicamente avanzate possono conoscere arretramenti significativi sul terreno dei diritti.
La questione centrale diventa quindi comprendere come scienza, ricerca e alta formazione possano essere collegate a un progetto ampio di sviluppo civile. Una politica illuminata che intenda promuovere riforme nell’alveo di principi ispiratori di inclusione, uguaglianza e innovazione eticamente compatibile dovrebbe farsi carico responsabilmente di tale questione e metterla al centro del proprio progetto di trasformazione della società.
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