Sanders, democrazia e disuguaglianze: la stessa battaglia
In Contro l’oligarchia, Sanders lega questione sociale e democratica: una sfida alla sinistra europea per redistribuire ricchezza e potere.

ANSA
C’è una ragione per cui Contro l’oligarchia, l’ultimo libro di Bernie Sanders, dovrebbe essere letto con attenzione anche da questa parte dell’Atlantico. Non perché l’America di Trump possa essere meccanicamente sovrapposta all’Italia o all’Europa. E neppure perché Sanders offra una ricetta immediatamente trasferibile qui da noi. Ma perché pone con grande semplicità una questione che la sinistra europea continua troppo spesso ad ignorare: chi detiene oggi il potere? La risposta di Sanders è netta. Negli Stati Uniti si è consolidata un’oligarchia nella quale un numero ristrettissimo di persone dispone di una quota enorme della ricchezza e, attraverso questa, di un potere crescente sulla politica, sull’informazione, sulla tecnologia e sulla formazione dell’opinione pubblica. Non solo negli Stati Uniti, potremmo dire. In modo trasversale Est e Ovest non sono mai stati così vicini e alleati come oggi, a cominciare da questo aspetto, con buona pace dei nostalgici sovietici di casa nostra. Non siamo dunque più soltanto di fronte alla disuguaglianza economica. Siamo di fronte alla trasformazione della disuguaglianza economica in potere politico.
Credo sia questo uno dei passaggi più interessanti del libro. Sanders, nel suo approccio, tiene insieme ciò che dalla fine del secolo scorso, per troppo tempo, la sinistra ha separato: questione democratica e questione sociale. Se la ricchezza si concentra, si concentra anche il potere, “elementare, Watson”. E quando il potere economico diventa capace di condizionare governi, campagne elettorali, media e piattaforme digitali, la democrazia continua formalmente a funzionare ma diventa progressivamente più povera, più fragile, più distante dalla vita reale delle persone. Tendenzialmente più inutile. Per questo non si è più credibili nel sostenere (senza fatti, senza ricette e senza prospettive) che difendiamo la democrazia. Quale? Quella che ci ha portato fino a queste condizioni?
Trump, in questa lettura, non è un corpo estraneo piovuto improvvisamente sulla democrazia americana. È anche il prodotto di questa lunga trasformazione che, sì, certo, ha investito prima di tutti la sinistra europea e mondiale. Erano gli anni ottanta e Margaret Thatcher faceva risuonare il comandamento del mondo iperliberista: «non esiste la società, esistono gli individui». Così come Giorgia Meloni, nel nostro piccolo, non può essere additata come la causa di tutti i mali attuali ma, eventualmente, il frutto di decenni di crescita delle disuguaglianze, indebolimento del lavoro organizzato, impoverimento dei ceti popolari, privatizzazione dei servizi e perdita di fiducia nelle istituzioni. Messe in atto da molti governi, più o meno aggressivamente. È stata l’aggressività delle proposte la vera differenza tra destra e sinistra per troppo tempo; non le proposte in sé.
Certo qualcuno sosterrà che senza alcune di quelle scelte ci sarebbe stata la terza guerra mondiale in Europa, ecc. ecc. ecc. Credo si possa dire oggi che è stato solo un rimandare dal punto di vista del calendario ma, eccoci qui. E credo si possa affermare — con il dovuto distacco — che le democrazie europee in questi anni di errori su errori hanno costruito il terreno sul quale la destra radicale ha potuto organizzare paura e risentimento. E costruire egemonia, facilitata dalla tecnologia sempre più invasiva delle nostre vite.
È qui che il ragionamento di Sanders parla direttamente all’Europa. Da noi la destra ha capito una cosa prima di molta parte della sinistra: i bisogni sociali e poi la rabbia sociale non scompaiono se la politica decide di non rappresentarla. Trova semplicemente qualcun altro disposto a organizzarla. E allora il problema diventa contro chi quella rabbia viene indirizzata. La destra indica il migrante, il povero, le minoranze, chi è percepito come diverso. L’obiettivo di fondo diventa rassicurare con i “bei tempi che furono” anche se non ci sono mai stati. Costruisce sicurezza contro qualcuno, identità contro qualcuno, comunità contro qualcuno perché “vuole cambiare tutto”. Trasforma un conflitto verticale — tra chi concentra ricchezza e potere e chi ne possiede sempre meno — in una guerra orizzontale tra persone che spesso vivono le stesse insicurezze.
Possiamo finirla di stupirci di fronte a questa banale lettura che anche Sanders ci offre? Una sinistra degna di questo nome dovrebbe porsi come alternativa radicale senza sconti e mediazioni a tutto ciò. Dovrebbe incarnare quel sentimento contrario, scovarlo, organizzarlo e indicare una via esattamente contraria. Come? Dovrebbe ad esempio non avere paura del conflitto sociale e raccontare (perché è così) il mondo attuale per quello che già è: ancora più classista di quello che abbiamo lasciato nel ’900. Dire chi paga e chi guadagna, senza sconti. Parlare di salari, casa, sanità, scuola pubblica, precarietà, pensioni, diritto al tempo, della transizione ecologica. E contemporaneamente difendere senza esitazioni libertà, giustizia sociale, accoglienza e pluralismo. Con forza e credibilità. Contrapporre diritti sociali e diritti civili è una delle trappole nelle quali la sinistra europea è caduta inseguendo culturalmente la destra.
Sanders dice un’altra cosa importante: non basta essere contro Trump. Tradotto nel nostro linguaggio, non basta essere contro Meloni o le diverse destre nazionaliste europee. L’antifascismo e la difesa della democrazia sono indispensabili, ma diventano politicamente più forti se riescono a rispondere anche a una domanda molto concreta: quale società abbiamo in testa? Per quale prospettiva stiamo lavorando? Qui sta probabilmente il limite maggiore del campo progressista europeo. Abbiamo imparato a difendere ciò che rischiamo di perdere molto più di quanto siamo capaci di raccontare ciò che vogliamo conquistare. Difendiamo l’Europa senza dire abbastanza quale Europa. Quella che riarma 27 paesi membri indistintamente, mentre pone vincoli mortali al welfare universale e alle politiche legate alla giustizia ambientale? O quella che teorizza una difesa comune europea senza porsi minimamente il problema della politica estera comune? A chi dovrebbe rispondere un esercito europeo oggi? Ai 27 stati rappresentati nel Consiglio europeo così com’è organizzato oggi?
Difendiamo la democrazia senza interrogarci fino in fondo sulle condizioni materiali che consentono alle persone di parteciparvi. Difendiamo i diritti senza riuscire a immaginare e costruire il soggetto collettivo capace di renderli effettivi. Sanders usa una parola che da noi per molti anni è sembrata quasi impronunciabile: socialismo. Ma non lo fa per nostalgia. Non propone il ritorno a un Novecento che non tornerà mai più. Parla piuttosto della necessità di rimettere sotto controllo democratico l’economia, redistribuire ricchezza e potere, rafforzare il lavoro organizzato, rendere universali alcuni diritti fondamentali e sottrarre parti crescenti della vita alla logica esclusiva del profitto.
E qui, credo si possa oggi avviare una sincera autocritica senza scandali: possiamo tornare al tempo in cui ci è stato raccontato che erano finite le ideologie? Possiamo dirci oggi che ha significato solo che ne era finita una: l’idea socialista e redistributiva con buona pace di oltre due secoli di storia? Le altre ideologie non solo sono vive e vegete ma nel frattempo si sono pure rafforzate. Io qui trovo forse la provocazione più utile del libro per la sinistra italiana ed europea. Tornare a discutere non soltanto di alleanze elettorali, leadership e formule di governo, ma del capitalismo aggressivo e di ciò che noi vogliamo fare per superarlo. Non per addomesticarlo bonariamente. Della sua capacità di produrre insieme enormi ricchezze e altrettanto enormi solitudini. Della concentrazione proprietaria, delle piattaforme digitali, della finanziarizzazione, del lavoro povero. E quindi tornare a porre la domanda che viene prima delle coalizioni o dei leader: quali interessi vogliamo rappresentare?
Non si può rappresentare tutto e tutti. Possiamo decidere di farlo pur sapendo che i primi che ci si scaglieranno contro con violenza e ira saranno proprio i padroni di oggi e i loro cani da guardia? Possiamo fare questa scelta chiedendo alla classe politica di superare la sindrome sensazionalistica e gossippara che ha ormai investito totalmente l’informazione mainstream che ha distrutto la politica come Silvio Berlusconi ha insegnato per oltre vent’anni?
C’è un ultimo elemento, forse il più importante. Sanders non pensa che tutto questo possa essere affidato soltanto ai partiti o alle istituzioni. La sua parola chiave è organizzazione. Sindacati, movimenti, associazioni, comunità, giovani, lavoratrici e lavoratori, pensionati. La democrazia, scrive, non è uno sport per spettatori. Anche questo è un passaggio semplice, ma contiene una possibile agenda per la sinistra del nostro tempo. Credo si sia dimostrato ampiamente anche in Italia con la straordinaria vittoria del referendum sulla giustizia.
Perché la vera alternativa all’oligarchia non è semplicemente un governo diverso. È lavorare per costruire una diversa distribuzione del potere nella società. È operare per un cambiamento reale nei rapporti di forza. Significa ad esempio ricostruire luoghi nei quali le persone possano incontrarsi; significa tutelare e difendere quegli spazi che già ci sono e resistono alla logica di mercato; significa riconoscere interessi comuni, organizzarsi e tornare a pensare che cambiare le cose sia possibile. E qui il richiamo a Lenin non può che diventare naturale, direbbe la nostra Luciana Castellina.
La lezione che arriva dall’America di Sanders, allora, non è quella di copiare un modello. È molto più radicale: tornare a costruire almeno una parte del campo, preoccupandosi un po’ meno del campo avverso che comunque pare ben organizzato e con una solida rete internazionale. Non abbiamo bisogno di essere sempre contro qualcuno per ciò che è, ma insieme a molti, possiamo costruire un campo sulla base di ciò di cui abbiamo bisogno, o ancora più semplicemente che sogniamo o riteniamo giusto.
Assumendo una volta per tutte un pericolo di questo tempo che già intravediamo: quando il potere si concentra, la democrazia si riduce e le disuguaglianze crescono, il terreno è pronto per gli autoritarismi. E combatterli significa certamente difendere le istituzioni democratiche, ma significa soprattutto restituire potere a chi ne è stato progressivamente privato. In fondo è questo il messaggio più semplice di Contro l’oligarchia: la battaglia contro le destre e quella contro le disuguaglianze non sono due battaglie diverse. Sono la stessa battaglia. Sta a noi decidere da che parte stare e come.
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