Sánchez, la forza del diritto contro la politica della paura

Il discorso di Sánchez all’ONU e l’incontro con Mamdani legano diritto internazionale, internazionalismo e risposte concrete alle paure sociali.

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Alla fine arriva l’applauso. Pedro Sánchez ha appena concluso il suo intervento davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e per qualche istante quella sala, abituata al linguaggio prudente della diplomazia, sembra restituire qualcosa della tensione ideale che ha attraversato il suo discorso. Non è l’applauso a stabilire se Sánchez abbia ragione. Ma l’immagine resta. Perché il presidente del governo spagnolo ha scelto di parlare all’ONU non soltanto delle crisi che attraversano il mondo, ma del principio sul quale dovrebbe reggersi la convivenza fra gli Stati.

«Salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere», dice all’inizio. E poco dopo pronuncia la frase che contiene forse l’intero discorso: l’umanità ha impiegato secoli per sostituire il diritto del più forte con la forza del diritto. La nostra generazione, sostiene, non può percorrere quella strada in senso contrario. È una frase semplice. Ma in questo momento storico possiede una forza particolare.

Il ritorno della forza

Sánchez descrive un ordine internazionale sottoposto a un tentativo «pianificato e coordinato» di demolizione. Individua tre forze: egoismo, ignoranza e crudeltà. Parla di guerre, civili massacrati, povertà, ambiente, disprezzo delle istituzioni internazionali. E soprattutto denuncia il progressivo ritorno dell’idea che la forza possa tornare a creare il diritto. Si può naturalmente discutere ciascuna delle posizioni assunte dal governo spagnolo. E sarebbe un errore trasformare il discorso di Sánchez in una specie di manifesto al quale aderire o non aderire. La questione che pone è più interessante. Che cosa accade quando gli Stati più potenti cominciano a considerare le regole un ostacolo? Quando il diritto internazionale vale soltanto finché coincide con i propri interessi? Quando la capacità economica o militare diventa essa stessa fonte di legittimità? È, in fondo, la stessa domanda sulla quale si fonda lo Stato di diritto: chi limita il potere?

Nelle democrazie abbiamo costruito costituzioni, parlamenti, magistrature, garanzie e diritti proprio perché il potere dello Stato non fosse assoluto. L’ordine internazionale nato dopo le tragedie del Novecento ha tentato, molto più imperfettamente, di applicare lo stesso principio ai rapporti fra gli Stati. Quelle regole sono state violate molte volte. Anche dalle potenze che sostenevano di difenderle. Ma c’è una differenza fondamentale tra un mondo nel quale una regola viene violata e uno nel quale si accetta che quella regola non debba più esistere. È quella differenza che Sánchez prova a difendere.

Riformare, non conservare

La parte più interessante del discorso è forse questa: Sánchez non propone di conservare semplicemente l’ordine internazionale esistente. Chiede di cambiarlo. Riformare il Consiglio di sicurezza dell’ONU, superare il diritto di veto dei membri permanenti, rafforzare la Corte penale internazionale, rilanciare disarmo e non proliferazione nucleare, dare alle istituzioni multilaterali strumenti più efficaci. E costruire regole internazionali anche per quei nuovi poteri che gli Stati da soli faticano ormai a controllare: le grandi piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale. Non dunque: difendiamo il vecchio mondo. Piuttosto: salviamo il principio sul quale era stato costruito, riformando le istituzioni che non riescono più a garantirlo.

Perché il mondo del 2026 non è quello del 1945. Sono emerse nuove potenze. È cambiato il peso dei continenti. La tecnologia ha prodotto concentrazioni di potere che oltrepassano gli Stati. Clima, migrazioni, sicurezza, economia ignorano sempre più spesso le frontiere. Il paradosso è evidente: proprio mentre i problemi diventano globali, una parte della politica propone come risposta il ritorno alla sovranità nazionale assoluta. Ma nessuna nazione europea, da sola, è abbastanza sovrana da governare quei fenomeni.

La paura

C’è un passaggio del discorso che porta la questione internazionale molto vicino alla vita quotidiana. Parlando della crisi migratoria a Ceuta, Sánchez riconosce la tentazione della scorciatoia: «cedere alla paura, trasformare il migrante in nemico». La Spagna, sostiene, deve invece affrontare il fenomeno mantenendo legalità e rispetto dei diritti umani. È un passaggio politicamente importante perché tocca uno dei problemi più difficili delle culture progressiste contemporanee. La paura esiste. Non sempre viene inventata dalla politica. Ci sono la paura del declassamento sociale, dell’immigrazione incontrollata, della perdita del lavoro, della guerra, di trasformazioni tecnologiche che cambiano rapidamente la vita delle persone. Dire semplicemente che quelle paure sono sbagliate non serve. E neppure basta denunciare chi le utilizza. La questione è se sia possibile costruire consenso senza trasformare la paura in un nemico da indicare.

L’incontro con Mamdani

Nelle stesse ore, a New York, Sánchez incontra il sindaco Zohran Mamdani. E il discorso cambia apparentemente terreno: salari, casa, servizi pubblici, diseguaglianze, concentrazione della ricchezza, tecnologia. Ma forse il terreno non cambia affatto. Sánchez parla di «un’economia per la maggioranza» e «una democrazia per la maggioranza». E aggiunge una considerazione interessante: i progressisti hanno dimenticato una delle loro caratteristiche fondamentali, l’internazionalismo, mentre l’estrema destra ha imparato a organizzarsi internazionalmente. I nazionalismi, insomma, hanno scoperto l’internazionalismo. Una parte del progressismo lo ha dimenticato.

Ma l’aspetto più interessante dell’incontro con Mamdani è un altro. Sánchez non propone soltanto di mettere in rete valori e dichiarazioni. Parla di politiche che producano risultati nella vita delle persone. Mamdani, nello stesso incontro, richiama salari, casa e servizi; Sánchez insiste sulla necessità di mostrare che un modello economico diverso possa dare risultati concreti. Forse è qui che il discorso sulla paura incontra quello sul consenso. Non si combatte la paura soltanto dicendo alle persone che non devono avere paura. Bisogna provare a ridurre le condizioni materiali dalle quali quella paura trae alimento. Un lavoro meglio pagato. Una casa accessibile. Una scuola che funziona. Una sanità che cura. La possibilità di pensare che i propri figli possano vivere meglio. Anche queste cose parlano alla pancia. Ma senza bisogno di costruire un nemico.

E l’Italia?

Resta una domanda che riguarda noi. L’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, una delle sue maggiori economie, un membro del G7, un grande paese mediterraneo. Ciò che accade politicamente in Italia non riguarda mai soltanto l’Italia. Le prossime elezioni saranno decise dagli italiani sui problemi italiani e nessuno può conoscerne oggi l’esito. Ma una domanda può essere posta: quale peso avrebbe negli equilibri europei un eventuale futuro cambiamento politico italiano? E, soprattutto, esiste anche in Italia lo spazio per una proposta progressista capace di non inseguire la politica della paura, senza per questo ignorare le paure reali?

È forse questo l’interrogativo più interessante lasciato dal discorso di Sánchez. Non sappiamo se il presidente spagnolo abbia trovato la risposta. Sarebbe prematuro trasformarlo nel leader di qualcosa che ancora non esiste. Ma all’ONU ha provato a ricostruire una tensione ideale che sembrava essersi affievolita: l’idea che la politica possa ancora scegliere tra forza e diritto, tra paura e speranza, tra la semplice amministrazione del presente e la costruzione di un futuro diverso. Poi è arrivato l’applauso. Forse soltanto un applauso. Ma, in quella sala e in quel momento, anche il segno che certe parole riescono ancora a farsi ascoltare. Non il diritto del più forte. La forza del diritto.

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