Salvare la Rai per salvare la democrazia
Dalla Vigilanza bloccata alla crisi del servizio pubblico: senza pluralismo, cultura e identità la Rai rischia di diventare irrilevante.

ANSA
Spiace dirlo, ma di RAI si parla troppo poco. Va bene che siamo travolti dalle grandi questioni globali, che la paralisi dello Stretto di Hormuz sia prioritaria, che dall'incontro fra Trump e Xi Jinping potrebbero dipendere i destini del mondo, che la crisi economica morda e che mille altre questioni siano imprescindibili in un momento così drammatico, ma se il campo progressista non vuole partire con il piede sbagliato del servizio pubblico se ne deve occupare.
Deve occuparsi, innanzitutto, della Commissione di Vigilanza, bloccata da un anno e mezzo per il rifiuto dell'opposizione di piegarsi all'imposizione della maggioranza circa il nome di Simona Agnes, dirigente di prim'ordine ma le cui modalità di scelta non rispecchiano le esigenze di pluralismo richieste per un ruolo così delicato. Una simile vergogna, dal vago sapore ricattatorio, non può passare inosservata. Se la legislatura si concludesse senza aver risolto questo problema sarebbe gravissimo: oggi la Vigilanza RAI e domani? Se le opposizioni un domani si rifiutassero di accettare un' altra imposizione della maggioranza - di qualunque maggioranza, attenzione - qualcuno potrebbe bloccare il Parlamento e a quel punto, andando avanti di questo passo, non sarebbe rimasto nessuno a protestare.
Occhio a non sottovalutare un argomento del genere: in troppi lo reputano secondario, come se si potesse relegare la libertà d'informazione a bene superfluo, alle questioni da affrontare in tempi di pace. Occhio, perché di un'informazione degna di questo nome, non scandalistica e attenta a raccontare la società nelle sue molteplici sfaccettature, se ne avverte il bisogno soprattutto in una stagione segnata dalle guerre e dalla ferocia dilagante. Non a caso, la prima vittima di ogni conflitto è la verità e la seconda è la libertà d'espressione, in nome della necessità di serrare i ranghi e far prevalere la propaganda. Peccato che questa sia l'anticamera della dittatura e che l'Occidente stia smarrendo i presunti "valori" di cui si riempie continuamente la bocca.
Analizzando i dati concreti, l'Italia è sprofondata dal quarantanovesimo al cinquantaseiesimo posto nella classifica di Reporter Sans Frontières sulla libertà d'informazione: ci è andata quasi bene, se si considera che siamo il paese con il maggior numero di croniste e cronisti sotto scorta per le minacce più disparate. Alle nostre latitudini, infatti, si finisce sotto scorta perché si è minacciati dalla criminalità organizzata ma anche dai fascisti (è il caso, ad esempio, del collega di Repubblica Paolo Berizzi) e negli ultimi quattro anni la situazione è precipitata. E allora, caro centrosinistra, urge un cambio di passo. Non si può continuare ad avere una classe dirigente convinta che occuparsi di televisione significhi andare in televisione, non resistendo mai al segreto fascino della lucina rossa. È vero che non si può prescindere dalla presenza mediatica, ma anch'essa dev'essere gestita con saggezza: non è detto che si debba andare ovunque e non è detto che si debba accettare qualunque interlocutore. Non per paura o per rifiuto del confronto ma per rispetto di se stessi, della propria comunità e del concetto stesso di giornalismo.
Venendo ad alcune proposte concrete, la prima, indispensabile, riguarda un aspetto apparentemente secondario ma invece importantissimo. La prima serata deve tornare a essere tale: non può essersi trasformata, come ha detto con la consueta verve Luciana Littizzetto, in "prima nottata". I programmi del servizio pubblico non possono cominciare dopo le 21,10, per rispetto di chi l'indomani deve andare a scuola o al lavoro e ha il diritto di guardare la televisione senza perdere preziose ore di sonno.
Quanto alla Vigilanza, dev'essere approvata una norma che preveda una progressiva decurtazione di stipendio per chiunque impedisca il regolare funzionamento delle istituzioni. Va bene, difatti, un'occupazione simbolica, vanno bene anche iniziative di lotta più corpose, purché pacifiche, va bene tutto, ma la paralisi di una commissione per più di un anno è un'indecenza che dev'essere impedita, e non c'è modo migliore che toccare determinati soggetti nel portafoglio, così da indurli a tornare a lavorare: se non nell'interesse nostro, almeno nel loro.
Poi passiamo agli aspetti tecnici. Restituire autorevolezza e credibilità al servizio pubblico significa per prima cosa abbandonare il modello dei generi e tornare alle reti: non alla "lottizzazione" del '75, che pure, al netto dei suoi difetti, ebbe il merito di aprire l'azienda a un vero pluralismo, ma al ritorno all'identità dei singoli canali. Se oggi ci sintonizziamo su una delle tre reti principali della RAI, facciamo fatica a distinguerle l'una dall'altra: ebbene, Raitre deve tornare il tempio della cultura, dell'inchiesta e dell'approfondimento giornalistico, Raidue dev'essere dedicata ai giovani, alla sperimentazione e agli eventi sportivi (quest'ultima è l'unica caratteristica che le è rimasta) e a Raiuno dev'essere affidato il ruolo istituzionale, a patto che non sia paludato e garantisca anche un po' di scapigliatura, perché di sepolcri imbiancati non sappiamo cosa farcene, né su un versante né sull'altro. Quanto a Rai Sport, deve funzionare a pieno regime, con esclusive e trasmissioni ad hoc in occasione dei grandi eventi e non solo. Deve raccontare le storie e le vicende dei campioni, i loro quartieri, le loro passioni e il romanzo popolare che da sempre si intreccia con tornei che coinvolgono emotivamente milioni di persone.
Quando ci si occupa di cultura, invece, non si possono tralasciare le iniziative che rendono l'Italia un paese in affanno ma tuttora vitale: il Salone del libro di Torino, i festival del cinema sparsi in giro per il mondo, la Fiera della piccola e media editoria a Roma (Più libri, più liberi) e ancora i festival economici, il Festival dei Due mondi di Spoleto e un'altra miriade di appuntamenti sparsi in giro per la Penisola che devono essere seguiti e restituiti nella loro bellezza e complessità, senza tralasciare festival letterari come Mantova e Pordenone che in settembre danno avvio alla stagione delle pubblicazioni editoriali. Non può mancare, poi, uno spazio dedicato ai più piccoli. Quando ero bambino io, c'erano Solletico e la Melevisione di Bruno Tognolini. Oggi non bastano i canali tematici dedicati ai cartoni animati: è bene che ci siano ma dev'esserci anche altro. Il servizio pubblico, infatti, non può essere la brutta copia di Mediaset, con un palinsesto pensato per soddisfare i gusti della famosa "casalinga di Voghera". La progressiva mediasettizzazione della RAI è uno dei mali atavici dell'azienda, e non è cominciata certo con il governo Meloni: si è aggravata negli ultimi anni, d'accordo, ma l'inversione di rotta, impressa a inizio secolo dal berlusconismo arrembante, non è avvenuta neanche nei periodi precedenti.
Quanto alla vendita di una serie di sedi storiche, da Palazzo Labia a Venezia al Teatro delle Vittorie a Roma, l'impressione che se ne ricava è atroce: non si può rilanciare un'azienda smantellandone i luoghi simbolo. Compiere un atto del genere non è uno sguardo al futuro; rischia, piuttosto, di configurarsi come il de profundis della RAI, seguendo l'esempio dei partiti cardine della Prima Repubblica che, sul finire del Novecento, vendettero le sedi in cui si erano riuniti per mezzo secolo con i risultati che sono sotto gli occhi di chiunque.
Nel 2027, oltre alle elezioni, ci sarà l'appuntamento con il rinnovo della concessione RAI: lì si capirà cosa siamo e cosa vogliamo diventare come Paese. Il partito dei privatizzatori è sempre all'opera, più dannoso che mai, al pari dei gattopardi che vorrebbero lasciare tutto così com'è, a condizione di continuare a ottenere uno strapuntino in questo o quel programma. Peccato che gli ascolti parlino chiaro, al pari della disaffezione delle nuove generazioni: andando avanti di questo passo, fra dieci anni, la televisione sarà al massimo un soprammobile e in viale Mazzini (tristemente chiusa per la presenza di amianto) non sarà rimasto nemmeno il Cavallo. Un paese senza un servizio pubblico degno di questo nome, però, non è una democrazia: per questo lo possiamo e lo dobbiamo salvare, innanzitutto occupandocene e poi, una volta al governo, pensando non solo a chi debba sedersi su questa o quella poltrona ma soprattutto a cosa debba fare per restituire dignità a un bene indispensabile per il nostro stare insieme.
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