Salute LGBTQIA+: l’esclusione dalla prevenzione è una scelta politica
Screening, salute mentale e accesso alla PrEP: le disuguaglianze sanitarie mostrano perché diritti civili e sociali non possono essere separati.

ANSA
Il governo di centro-destra, intriso di quella cultura reazionaria che strumentalizza corpi, identità e diritti per spaccare il Paese, ha tradito uno dei suoi più importanti compiti istituzionali: garantire la salute e il benessere di tutta la popolazione attraverso la presa in carico di chi il sistema lascia indietro, anziché indicarlo come minaccia per raccogliere consenso politico.
Scegliere di soffiare sul fuoco dell'ostilità ideologica, lasciando sistematicamente ai margini della programmazione sanitaria italiana i bisogni fondamentali delle persone LGBTQIA+, rappresenta il “caso-scuola” che spiega come i diritti civili e i diritti sociali non possano, in alcun modo, essere scissi né considerati separabili.
Inoltre, è proprio attraverso lo strumento della programmazione sanitaria che è possibile misurare la differenza reale tra un progetto politico che strumentalizza le minoranze marginalizzate, e uno che le riconosce per ciò che sono, ovvero parti eguali ed integranti della collettività. Il principio di equità e solidarietà è quello che le forze progressiste rivendicano da sempre quando si parla di salute pubblica ed è la cifra che caratterizza la proposta politica delle forze progressiste per rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale.
Non è retorica, è la Costituzione. L'articolo 32 definisce la salute come «fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività»: l'unico diritto, in tutto il testo costituzionale, qualificato esplicitamente con l'aggettivo «fondamentale». In questo perimetro, la prevenzione rappresenta un Livello Essenziale di Assistenza (LEA), ovvero una prestazione sanitaria che lo Stato ha l'obbligo giuridico inderogabile di garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalla propria individualità ed espressione della propria personalità e dalla regione in cui si risiede.
C'è poi un argomento economico che riguarda da vicino ogni singolo cittadino e che dovrebbe convincere anche chi guarda esclusivamente ai conti pubblici: la sanità si regge sui contributi di chi lavora e paga le tasse, ed è con i nostri soldi che il sistema viene finanziato. Ogni euro investito oggi in prevenzione — uno screening precoce, un percorso di salute mentale e affiancamento attivato in tempo, una diagnosi di HIV evitata grazie alla PrEP — è un euro risparmiato domani, moltiplicato, in terapie complesse, assistenza cronica, farmaci ad alto costo e ricoveri ospedalieri evitabili. Garantire la prevenzione non è una concessione etica o ideologica: è l'uso più razionale, efficiente e responsabile del denaro pubblico.
È a partire da questa cornice che diventa ancora più stridente l’assenza, all’interno del Piano della Prevenzione 2026-31, di un riferimento esplicito alla popolazione LGBTQIA+ come gruppo esposto a specifiche e documentate disuguaglianze di salute. Non compare in nessuno dei sette macro-obiettivi, né in alcuno dei quattordici programmi attuativi. È la ripetizione di uno schema che dichiara l'equità in apertura per poi costruire una programmazione che rende invisibili alcune fasce di popolazione.
Lo stress di essere minoranza e la prova dei numeri
Eppure, per comprendere la gravità delle disuguaglianze sanitarie che colpiscono la comunità LGBTQIA+ è sufficiente leggere i dati epidemiologici.
Il punto di partenza è il modello del minority stress, elaborato nel 2003 dallo psicologo Ilan Meyer: vivere sommersi da un'esposizione cronica a pregiudizi, discriminazioni, transfobia e omobilesbofobia genera un carico di stress aggiuntivo che si traduce in problemi di salute reali, clinici e misurabili. A questo si affianca la teoria dello stigma di Gregory Herek (1990), che mostra come serva una risposta pubblica su più fronti: leggi e regolamenti chiari per lo stigma strutturale; formazione per i medici e sanzioni contro i comportamenti discriminatori; servizi di prossimità e supporto psicologico sul territorio per sostenere chi soffre.
I numeri mostrano, infatti, un quadro che non può più essere ignorato:
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Salute mentale: Secondo la sintesi europea del progetto Health4LGBTI (che analizza 57 studi in 27 Paesi), persone lesbiche, gay e bisessuali rischiano da 2 a 3 volte in più di soffrire di disagio psicologico persistente rispetto alla popolazione generale. Secondo l'indagine britannica Trans Mental Health Study l'84% delle persone transgender ha pensato al suicidio almeno una volta nella vita. Per la popolazione intersex, un'ampia ricerca australiana condotta da Jones rileva un tasso di tentato suicidio del 19%, a fronte del 3% della popolazione generale. In Italia, le Linee di indirizzo dell'Istituto Superiore di Sanità del 2023 confermano quest'emergenza, ma restano semplici raccomandazioni non vincolanti per le ASL.
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Percorsi di affermazione: Una revisione scientifica pubblicata su Lancet Diabetes & Endocrinology demolisce la narrazione ostile contro la medicina di genere, dimostrando l'efficacia dei percorsi per i minori. I dati della coorte olandese della Vrije Universiteit di Amsterdam mostrano che, tra gli adolescenti seguiti, la quota di chi manifestava sofferenza psicologica grave è crollata dal 30% al 7% a un anno dall'intervento chirurgico. Inoltre, i sintomi depressivi (misurati con la scala Beck) sono diminuiti nettamente già con il blocco della pubertà, e nei controlli a lungo termine non è emerso alcun caso di rimpianto. L'accesso a questi percorsi non è un capriccio, ma un intervento sanitario salvavita.
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Prevenzione e screening: Il report 2024 della European Cancer Organisation mostra come la prevenzione oncologica sia ancora un miraggio per la comunità: solo il 10% delle donne e persone AFAB della comunità LGBTQIA+ ha fatto una mammografia nell'ultimo anno (contro il 36% della popolazione generale) e appena il 27% si è sottoposto a uno screening cervicale (contro il 36%). In Italia, le raccomandazioni AIOM del 2023 denunciano che il 71% delle persone transgender non ha mai partecipato a uno screening oncologico e il 32% ha subito discriminazioni dirette da parte del personale sanitario.
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L'ostacolo burocratico: Quel 71% di screening mancati rivela un cortocircuito surreale: quando una persona ottiene la rettifica anagrafica, smette di ricevere gli inviti automatici dall’ASL per la prevenzione oncologica, perché i software si basano sul sesso registrato all'anagrafe e non sull'anatomia reale delle persone. Il problema risiede nella rigidità delle infrastrutture digitali aziendali e regionali. Un software di chiamata attiva non aggiornato si trasforma così in una barriera burocratica che nega la diagnosi precoce a molte persone che costituzionalmente ne hanno diritto.
Il divario territoriale e le tutele mancate
Sulle infezioni sessualmente trasmissibili, i dati 2024 dell'Istituto Superiore di Sanità contano 2.379 nuove diagnosi di HIV in Italia. Gli uomini che hanno un’attività sessuale con uomini (MSM) rappresentano il 41,6% dei casi: un dato che conferma come la comunità rimanga fortemente esposta all'epidemia, anche se i contagi per via eterosessuale nel loro complesso (uomini e donne) costituiscono la maggioranza con il 46,0%.
Sul fronte della prevenzione, la PrEP (profilassi pre-esposizione) è rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale dal 2023 e ha visto un forte aumento degli utenti, saliti a 16.220 (+51,6% rispetto ai 10.697 dell'anno precedente). Tuttavia, l'accesso dipende ancora dal codice postale: se in Emilia-Romagna la crescita è stata del +54,7% e in Friuli-Venezia Giulia del +65,4%, in Puglia i dati sono rimasti fermi e in Campania si registra un risicato +10%, con la distribuzione concentrata quasi solo in pochissimi ospedali dei capoluoghi. Un diritto riconosciuto a livello nazionale ma privo di servizi sul territorio si trasforma nell'ennesima disuguaglianza geografica.
A questo quadro si somma un profondo paradosso normativo. Negli anni la Corte Costituzionale ha fatto importanti passi avanti per l'autodeterminazione delle persone trans: con le storiche sentenze 221/2015 e 143/2024 ha chiarito che l'intervento chirurgico non è obbligatorio per ottenere la rettifica anagrafica, abolendo anche l'autorizzazione del giudice per i trattamenti medici quando la rettifica è già stata concessa. Eppure, queste decisioni non sono mai state tradotte in una politica sanitaria strutturata e continuativa, lasciando la salute della comunità affidata a piani temporanei e privi di fondi dedicati.
Nel frattempo, secondo la Società Italiana di Andrologia, il 10% dei giovani LGBTQIA+ italiani dichiara di essere stato vittima delle cosiddette "terapie riparative": pratiche pseudoscientifiche e psicologicamente violente volte a sopprimere l'orientamento sessuale o l'identità di genere. Mentre Paesi europei come Malta (nel 2016) e la Francia (nel 2022) le hanno messe fuorilegge, l'Italia non ha ancora una sola norma per punire chi le pratica.
La finestra dei Piani Regionali della Prevenzione: un’occasione da non perdere.
La stesura dei Piani Regionali della Prevenzione offre un'opportunità irripetibile. Ogni Regione deve redigere un profilo di salute ed equità del proprio territorio, dove potrebbe essere introdotto, verosimilmente, un asse dedicato alla salute LGBTQIA+. Gli obiettivi su cui varrebbe la pena puntare sono: la formazione obbligatoria del personale sanitario, la raccolta volontaria dei dati SOGIESC (Sexual Orientation, Gender Identity, Gender Expression, and Sex Characteristics), l'adeguamento dei software ASL sugli screening in base all’anatomia delle persone, il potenziamento dei servizi di salute mentale per i giovani dai 14 ai 25 anni, una governance territoriale stabile sul modello emiliano-romagnolo e il sostegno al divieto delle terapie riparative.
Le risorse finanziarie per il PNP — 200 milioni ordinari più 50 milioni integrativi — esistono già: manca solo la volontà politica di destinarne una quota per il raggiungimento di questi obiettivi.
Oltre la logica dell'emergenza
Liquidare la salute della comunità LGBTQIA+ come una «deriva woke» o come un capitolo di rivendicazione identitaria è l'inganno perfetto di una destra reazionaria, ma è anche il limite strutturale del liberalismo dei diritti civili. Il punto non sono i simboli o la rappresentanza, ma le condizioni concrete di esistenza. Dietro la crociata reazionaria contro il «politicamente corretto» non ci sono battaglie culturali astratte: c'è lo smantellamento dello Stato sociale, la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale e il definanziamento della prevenzione.
Ci sono lavoratori e cittadini esclusi dagli screening oncologici per l'obsolescenza dei software aziendali, adolescenti lasciati soli senza supporto psicologico pubblico, barriere territoriali che trasformano la prevenzione dell'HIV in un privilegio a seconda della Regione in cui si vive.
La tutela delle minoranze marginalizzate non è un capitolo di «inclusione» formale da concedere, è lotta di classe, redistribuzione della ricchezza e piena attuazione dell'Articolo 32 della Costituzione. L'assenza di un riferimento esplicito alla salute della comunità LGBTQIA+ nella programmazione della Sanità Pubblica stabilisce, di fatto, quali corpi sono meritevoli di tutela pubblica e quali possono essere abbandonati alle dinamiche del mercato o al caso.
Non è una neutrale risposta all'ideologia, ma una precisa scelta politica. Ricostruire un'agenda di sinistra significa riconnettere i diritti sociali ai diritti civili e imporre la salute universale come diritto non negoziabile.
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