Salari, rendite e fisco: la sinistra riparta dal lavoro

La svalutazione del lavoro e la crescita delle rendite impongono una riforma fiscale progressiva per rilanciare lo stato sociale.

Gaetano LamannaIl Punto
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ANSA

L’avanzata del neoliberalismo in Italia ha coinciso con una crescente perdita di valore del lavoro. Se negli anni settanta del Novecento, grazie alle lotte operaie e al meccanismo della scala mobile, il Labor Share – l’indicatore che misura la quota del reddito nazionale in mano ai lavoratori dipendenti – aveva sfiorato il 70 per cento, a partire dagli anni ottanta, sono cambiati i rapporti di forza tra capitale e lavoro. Di fronte a un’inflazione galoppante, che i governi dell’epoca non riuscivano a domare, una parte importante della sinistra sindacale e politica decise, per arginare la corsa dei prezzi, di chiedere ai lavoratori dipendenti pubblici e privati di moderare le rivendicazioni salariali. Lo imponeva la “responsabilità nazionale”, si diceva allora, per contribuire al rilancio della “produttività” e della “competitività” del sistema paese. Di lì a poco ci sarebbe stata l’abolizione della scala mobile e l’inizio di una lunga stagione di pax salariale.

La percentuale del monte salari e contributi sul Pil è scivolata così al 60 per cento negli anni ottanta, al 50 negli anni novanta, fino al 40 di oggi. Se le buste paga sono più leggere di 30 anni fa e il reddito pro-capite italiano è inferiore del 7 per cento rispetto alla media europea e del 15 per cento rispetto all’area euro, significa dunque che, nello stesso periodo, imprese e altri comparti dell’economia hanno sottratto in maniera sistematica una quota rilevante di reddito al lavoro dipendente. Profitto e rendita hanno fatto la parte del leone. Negli anni ottanta i profitti delle imprese erano mediamente un decimo rispetto al costo del personale, oggi sono mediamente il 45 per cento e salgono vertiginosamente in alcuni settori (nella tecnologia digitale, nella farmaceutica e nell’energia, tocca il 250-300 per cento). Il dato più sconcertante, poi, è che la curva della tassazione delle imprese ha seguito un percorso inverso rispetto alla crescita dei profitti: dagli anni ottanta ad oggi le imposte sui redditi d’impresa sono scese mediamente dal 49 al 24 per cento.

La questione salariale è più drammatica di quanto non appaia a prima vista. Tra profitti e salari si è determinata una doppia divaricazione: una inerente ai rapporti di produzione, l’altra riguardante il rapporto d’imposta, nettamente sbilanciato a favore delle imprese, delle rendite e del lavoro autonomo. In questa divaricazione, le trasformazioni economiche – i processi di centralizzazione della produzione, l’espansione del settore terziario, le nuove tecnologie – hanno giocato certamente un ruolo rilevante. Le grandi imprese hanno concentrato gli sforzi sulle attività strategiche (core business) e hanno trasferito all’esterno una serie di funzioni poco qualificate: il centro chiamate (call center), l’assistenza (help desk), la pulizia, la vigilanza, la ristorazione, ecc. Nelle aziende che hanno puntato sull’innovazione tecnologica è aumentato il rapporto tra profitti e costi del personale, a discapito dei posti di lavoro e dei salari, e d’altro canto, una miriade di piccole e medie aziende riescono a stare sul mercato grazie a contratti pirata, assenze di tutele e salari di fame.

Dietro il record dell’occupazione in Italia, di cui la destra al potere va fiera, esiste un mondo di lavoratori poveri e sfruttati generato, in misura significativa, dai processi di esternalizzazione. Questa realtà, che ormai rappresenta un aspetto centrale del funzionamento del sistema economico, è stata scarsamente considerata, impedendo di valutare adeguatamente le differenze esistenti nel mercato del lavoro. Le disuguaglianze crescono anche perché il personale specializzato, grazie alla sua posizione di forza, mantiene i propri vantaggi e riesce ad accrescerli, mentre la manodopera meno qualificata, che non dispone di alcun potere, è condannata alla precarietà o all’esclusione dal mercato del lavoro.

Il calo della quota di reddito da lavoro rispetto al Pil va dunque di pari passo con i processi di accentramento in atto (fusioni e acquisizioni aziendali) nei settori industriali più importanti, non solo high tech. Ma l’impoverimento salariale colpisce soprattutto un variegato proletariato che si espande a macchia d’olio: rider, lavoratori della logistica e della distribuzione delle merci acquistate online, braccianti stagionali, addetti alla ristorazione, vigilantes, badanti. Sono tutte queste persone, milioni di nativi e di immigrati, che garantiscono il funzionamento della società in cui viviamo. Il quadro non sarebbe completo senza ricordare la massiccia presenza di lavoro servile o vicino alla schiavitù.

Nei processi di concentrazione monopolistica e di polarizzazione del mercato del lavoro, le Big Tech hanno giocato un ruolo di primo piano. Gli oligarchi del Web e, ora, dell’IA, forti del sostegno delle leadership politiche e di governo, non hanno esitato a calpestare le stesse regole del mercato e hanno fatto terra bruciata di un radicato tessuto economico-commerciale – negozi di prossimità, edicole, sportelli bancari, attività artigianali – considerato di ostacolo alla loro espansione. Hanno stravolto la vita di intere comunità e cancellano consolidate relazioni umane e sociali, senza pagare pegno: esentasse. I loro strabilianti guadagni non derivano tanto dalla produzione di merci quanto da una gigantesca compravendita di beni e servizi che avviene attraverso le piattaforme, la logistica, le reti di distribuzione.

I bassi salari riflettono dunque, direttamente, il declino industriale del nostro paese e il ritorno su vasta scala della rendita. Un ritorno propiziato dall’entrata sulla scena economica di grandi fondi d’investimento che puntano apertamente allo smembramento e alla totale privatizzazione dello stato sociale, a partire dal sistema pensionistico e dalla sanità. Emergono e si diffondono forme ibride di profitto e di rendita. Un fiume immenso di denaro viene risucchiato quotidianamente da capitalisti e rentier con la complicità del sistema creditizio, assumendo le sembianze dei mutui prima casa, degli affitti brevi, delle rate della macchina, dell’uso della carta di credito nei centri commerciali e nei supermercati, ecc. Società finanziarie invogliano a chiedere prestiti e intrappolano gli acquirenti in obblighi debitori, al limite dell’usura, che spesso finiscono con pignoramenti e con la rovina dei malcapitati. Il dato nuovo e preoccupante dell’attuale fase è che le politiche protezionistiche degli Stati Uniti, le guerre in corso, la crisi energetica e della catena degli approvvigionamenti, il calo conseguente del volume degli scambi commerciali, portino a una ricerca più marcata di investimenti in nuove e vecchie forme di rendita, accentuando le crisi industriali.

Ciò è tanto più vero nel bel Paese, dove la rendita ha una sua peculiarità storica e i rentier hanno avuto sempre un ruolo di rilievo nel blocco dominante. Non a caso abbiamo la rendita più forte e la meno tassata d’Europa. Il salto di qualità della rendita in Italia risale agli anni novanta, quando una parte dell’imprenditoria si persuade che i soldi conviene farli non più con l’attività industriale, bensì con la finanza e all’ombra dello Stato, tramite le “concessioni pubbliche” (autostrade, reti energetiche, telecomunicazioni, etere, licenze per la costruzione di interi quartieri residenziali, cave, stabilimenti balneari, ecc.), le “convenzioni” pubblico-privato per la gestione di beni e servizi, i grandi appalti. Gli affari non mancano, fanno la fortuna di numerose famiglie (Benetton, Berlusconi, Caltagirone, e altre) e, dunque, non c’è da stupirsi che l’ammontare annuo complessivo della rendita da tempo superi il monte salari e contributi.

Alla dimensione e al particolare peso della rendita hanno contribuito sia il trattamento fiscale di cui gode sia la frammentazione degli interessi sociali, scaturita da un ceto politico più attento a come spendere e distribuire mance (a fini elettoralistici) che a come reperire risorse per dare risposte ai bisogni sociali. Ogni settore della società, ogni categoria, ha la sua esenzione o il suo bonus. Se ne contano 624 per un costo che si aggira sui 150 miliardi all’anno. Contributi a pioggia, che finanziano i più svariati consumi privati. Soldi che transitano velocemente dalle tasche dei cittadini per andare a ingrossare rendite e profitti. Mance al posto di diritti. Le scarse risorse del bilancio pubblico vengono disperse in mille rivoli mentre i servizi sociali languono e numerose infrastrutture stanno cadendo letteralmente a pezzi.

Con il Superbonus 110, per l’incongruenza (e insensatezza) delle norme che hanno accompagnato la sua attuazione, si è raggiunto il top degli sprechi: non si è badato a spese per la ristrutturazione energetica di appena il 5 per cento del patrimonio residenziale italiano, in gran parte prime e seconde case di famiglie che, in base al reddito, avrebbero potuto ristrutturare con soldi propri. Di contro, non si trovano le risorse per ristrutturare il patrimonio residenziale pubblico, per costruire case popolari e dare risposte adeguate all’emergenza abitativa. Si taglia perfino il bonus per le famiglie che non riescono a pagare l’affitto. Dietro la girandola dei bonus si cela in realtà il lungo lavorio delle lobby, che suggeriscono e pilotano gli incentivi da varare. Di questo immenso Sussidistan i massimi beneficiari sono imprenditori e detentori di rendite. Altro che spending review! A subire i danni maggiori sono i lavoratori e uno stato sociale che va in malora.

Nel combinato disposto di tagli delle imposte (su profitti e rendite) e un imponente piano di riarmo, che porta i finanziamenti dal 2 al 5 per cento del Pil, c’è da aspettarsi un’ulteriore impennata del debito pubblico, che ha già superato i 3.200 miliardi, 200 dei quali contratti negli ultimi quattro anni, Meloni regnante. Siamo al costante e sistematico definanziamento dei servizi sociali. Tanto da poter dire che per la sanità pubblica oggi si spende meno che in tutta Europa. Ad approfittarne sono i grandi fondi privati, che accrescono la loro presenza nel sistema pensionistico e nella sanità. E non nascondono la loro soddisfazione i tecno-liberisti, che teorizzano apertamente la totale privatizzazione dello Stato. L’arretramento sociale e la regressione fiscale sono tutt’uno con l’arretramento della democrazia e dei diritti in questi ultimi decenni.

Se questo è il quadro, la visione alternativa di società non può non ripartire dal riconoscimento del ruolo centrale del lavoro. Negli ultimi decenni è prevalsa l’idea (falsa) secondo cui è l’impresa a creare ricchezza e non la forza lavoro. Si tratta di un luogo comune duro a morire, che però produce effetti deleteri: svaluta il lavoro salariato, minimizza il ruolo dello Stato nell’economia, deprezza il valore straordinario delle attività di cura svolte in prevalenza dalle donne, e di quelle per la manutenzione del territorio, dell’ambiente, dei beni culturali, dei beni comuni. Affermare che il motore fondamentale dell’economia sono i lavoratori, non i proprietari dei mezzi di produzione, significa agire di conseguenza, rompendo finalmente i ponti con l’ideologia neoliberale e riallacciando i legami con la migliore tradizione del movimento operaio e del socialismo, come peraltro sta già avvenendo in diversi paesi europei e negli Stati Uniti. Si tratta di riprendere con il necessario vigore la lotta per l’egemonia (nell’accezione gramsciana del termine), lottare per il mutamento dei rapporti di forza nelle istituzioni e nella società.

Il sistema fiscale, in questo ragionamento, diventa uno dei capisaldi dell’azione politica per il cambiamento. Il rapporto d’imposta tra Stato e cittadini definisce in buona misura, infatti, il posto che categorie e classi sociali occupano nella gerarchia degli interessi e del potere. Se è vero che lo Stato anno dopo anno aumenta il suo debito perché le entrate fiscali coprono a malapena i due terzi del fabbisogno complessivo, la questione fiscale diventa la chiave di volta del rilancio dello stato sociale e della cura della persona, dell’ambiente e del territorio. È semplicemente miope che sia il ricorso all’indebitamento, non la fiscalità, il modo ordinario di far affluire un po’ di soldi nelle casse dello Stato. Il debito pubblico, è noto, offre opportunità di arricchimento per una fascia ristretta di popolazione e, invece, si trasforma in una “trappola della povertà” per la maggioranza della popolazione. Eppure, anziché spostare l’argomento su chi far ricadere una maggiore imposizione fiscale, si continua ad emettere nuovi BOT e CCT. E, come se niente fosse, mentre la spesa per interessi sul debito è salita dai 75 miliardi del 2023 ai 117 di oggi (denaro incamerato da banche e fondi esteri in nome e per conto di ricchi signori), siamo costretti a subire quotidianamente una ottusa e insensata disputa sul taglio delle tasse. Su questo punto fondamentale di battaglia politica, la linea di demarcazione tra la posizione liberale e di destra e la posizione delle forze democratiche e di sinistra, appare labile e sfocata.

Il “debito buono” teorizzato da Draghi non esiste, piuttosto sembra un’abile escamotage per eludere il nodo della tassazione degli alti redditi e dei grandi patrimoni. Il punto politico, davanti alla recessione incombente per le complicazioni delle guerre, della crisi energetica e dell’inflazione, è ristabilire una efficace correlazione tra stato fiscale e stato sociale. Standard adeguati di protezione sociale non si mantengono continuando a fare debito all’infinito e con governi costretti a subire il ricatto dei mercati. Chi lo afferma sbaglia o è in malafede e, come la storia insegna, prepara il terreno propizio a chi vuole dare scacco matto alla democrazia.

Nella prospettiva di un governo progressista, c’è un solo modo di porre rimedio al disastro della finanza pubblica: introdurre imposte progressive sul capitale e sui grandi patrimoni, reperire le risorse che servono agli investimenti pubblici e allo stato sociale e avviare, al tempo stesso, un percorso, graduale e virtuoso, di rientro dal debito. Il compito più urgente è il rovesciamento dell’unica riforma varata dal governo di destra. Autocelebrata come “rivoluzione fiscale” (copyright della Meloni) riporta il sistema tributario italiano a ben prima della riforma Cosciani-Visentini (1974), a quando erano in vigore per l’appunto il concordato e le cedolari, in pratica diverse flat tax per le varie tipologie di reddito. Con l’introduzione del “concordato preventivo” e con la riduzione a tre delle aliquote dell’imposta personale sul reddito sono venuti meno i criteri di progressività e di equità. E la frammentazione fiscale risulta ancora più amplificata da una serie incoerente di misure varate allo scopo di soddisfare interessi particolari: l’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze, le tasse piatte e basse sugli affitti, sulle tredicesime, sugli aumenti contrattuali, sui benefit, sui premi e gli straordinari ai dipendenti. Alla fine della fiera, tra evasione, tagli fiscali, condoni e bonus (inutili o superflui), ogni anno centinaia di miliardi sono sottratti alle casse dello Stato e ad un uso socialmente ed economicamente più efficace.

Il fisco rimane, nella situazione data, l’arma più efficace per contrastare la tendenza “naturale” della società capitalistica all’accumulazione smisurata di ricchezza, per far valere il primato della politica, per garantire allo Stato le risorse necessarie per governare. L’obiettivo prioritario con cui caratterizzare la proposta fiscale di una sinistra di governo è la riduzione delle tasse sui redditi medio-bassi e, parallelamente, l’incremento dell’imposizione sui redditi alti. La barra del prelievo fiscale va spostata decisamente dal salario alla rendita e al profitto. Su questo si gioca una mano importante della partita per il cambiamento effettivo dei rapporti sociali. Il criterio di progressività, nel rispetto del dettato costituzionale, deve valere per tutti i redditi, innanzitutto per i profitti e per le rendite. Non esiste alcuna giustificazione morale e politica che lavoratori dipendenti e pensionati continuino ad assicurare l’80 per cento del gettito Irpef, mentre sulla medesima imposta l’evasione di imprenditori e professionisti raggiunge il 70 per cento (dati dell’Agenzia delle Entrate). La regina tributorum ha perso sia la capacità di redistribuzione sociale sia la funzione di attenuare le differenze di reddito. Lasciarla in vita, com’è ora, finisce col perpetuare una forma di prelievo tanto oppressivo e ingiusto verso i lavoratori dipendenti e pensionati quanto facile da evadere per i ricchi professionisti e gli imprenditori.

In quest’ottica, occorre lavorare alla ridefinizione di una complessiva ed efficace architettura fiscale, articolata su tre livelli: nazionale, locale ed europeo. Di certo un compito non facile, ma è pur vero che non ci si può accontentare periodicamente di reclamare a mo’ di risarcimento, una “patrimoniale” sulle grandi ricchezze (a parte il fatto che, in caso di grave ed evidente emergenza finanziaria, la patrimoniale va introdotta, mai annunciata prima).

Pensare che, con la globalizzazione economica, lo Stato si fosse ridotto e indebolito, è stato uno degli errori della sinistra. In realtà, i governi hanno indirizzato l’intervento pubblico verso l’impresa e verso il mercato. Lo Stato, con le sue leggi, con le sue regole, con le sue decisioni di spesa, con i suoi apparati, è arrivato dove la “mano invisibile” (Adam Smith) non si sarebbe mai sognata di arrivare. Le disuguaglianze non sono uno scherzo del destino. Sono il frutto di precise e deliberate scelte politiche in materia di tassazione, di mercato del lavoro, di politica industriale, di investimenti. Ciononostante, non è detto da nessuna parte che i diritti sociali e civili debbano soccombere, sempre e comunque, davanti al diritto di proprietà. La differenza la fanno i rapporti di forza, la fa la lotta politica, solo che gli individui si accorgano che, per contare, devono organizzarsi, agire collettivamente, partecipare, lottare, votare. È il momento di lavorare a un riposizionamento dello schieramento democratico, socialista ed ecologista, alla costruzione di un’alleanza tra lavoratori dell’industria, lavoratori dei servizi, lavoratori autonomi, categorie del ceto medio (al cui interno non mancano piccoli imprenditori, intellettuali, professionisti aperti alle istanze di giustizia sociale e ambientale), a un’agenda progressista che contrasti apertamente l’idea reazionaria e fascista di un’Europa “bianca e cristiana”.

Dopo decenni in cui il termine “riformismo” è stato usato come grimaldello di privatizzazioni, promessa di risparmi mirabolanti, di maggiore efficienza e di tariffe più contenute per i cittadini, i governi di centro-sinistra, i governi tecnici e di unità nazionale sono riusciti nel capolavoro di lasciarci servizi più scadenti a costi più alti. Le loro riforme hanno indebolito il lavoro e il potere di contrattazione dei sindacati e il baricentro della spesa pubblica è stato spostato dallo stato sociale ai consumi privati. Nell’immaginario collettivo e nella mente delle persone che, pur lavorando, fanno fatica a unire il pranzo con la cena, il cosiddetto riformismo è sembrato una “sartoria” dedita a confezionare abiti su misura per imprenditori, immobiliaristi, finanzieri e faccendieri di ogni tipo. È inutile poi stupirsi o versare lacrime di coccodrillo per l’ascesa della destra neofascista e per l’astensionismo di massa.

L’alleanza delle forze democratiche su un programma unitario è conditio sine qua non per battere la coalizione di destra, conquistare la maggioranza parlamentare e poter governare il paese. Per cambiare veramente e in modo duraturo i rapporti di forza nella società serve, però, una lotta unitaria e di massa su obiettivi e riforme strutturali che riducano ciò che è “valore” per il capitalismo, ossia l’accumulazione indefinita di ricchezza privata, e aumentino viceversa ciò che è “valore” per la maggioranza del popolo, ossia il bene comune: l’ambiente, i diritti, la salute, l’istruzione, l’abitare.

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