Salari: serve una risposta che vada oltre il cuneo fiscale

Il costo del lavoro resta molto più basso che in Francia e Germania. Per aumentare davvero le retribuzioni serve distribuire diversamente gli oneri e coinvolgere anche le imprese.

Antonio GuizzettiApprofondimenti
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ANSA

Desidero parlare dei salari italiani. So di toccare uno degli argomenti forse più controversi dell’attuale confuso dibattito politico. Cercherò di essere semplice e, per questo, mi servirò degli ultimi dati OCSE, derivati dal Tax Wedge Decomposition dell’anno fiscale 2024, che forniscono molti elementi di valutazione su questo tema.

Mi confronterò con la Francia e la Germania, convinto che sia più stimolante guardare avanti che non indietro. Comincio dal costo del lavoro, calcolato per una persona singola, senza figli, occupata a tempo pieno e posizionata nella fascia media dell’economia.

I dati del costo annuo del lavoro sono questi: Germania, 64.945 euro; Francia, 54.479 euro; Italia, 44.779 euro. Dunque, il nostro costo del lavoro è del 31% inferiore a quello tedesco e del 18% inferiore a quello francese.

In teoria, si direbbe che sia una buona notizia per il datore di lavoro, ma una cattiva notizia per il lavoratore. Il vantaggio competitivo è evidente, se il costo del lavoro fosse davvero l’elemento discriminante della competitività, oggi come nel lontano passato.

Ma non è così, e probabilmente se ne sono accorti anche gli imprenditori italiani, girando per il mondo e osservando come si sta muovendo la Global Value Chain e come lo sviluppo dell’impresa e, con questa, quello complessivo di un Paese sia oggi trainato soprattutto dalla salita lungo quella catena, piuttosto che dal semplice costo del lavoro.

Temo di andare fuori pista e torno al costo del lavoro. È importante che non ci si rifugi in confronti impropri con Paesi che hanno certamente un costo del lavoro molto minore.

L’Italia, in fondo, fa ancora parte del G7, siamo ancora l’ottava economia al mondo per dimensione assoluta del prodotto interno lordo, siamo ancora dodicesimi nel ranking mondiale dei maggiori Paesi esportatori, eccetera. Siamo un’economia ancora grande, ancorché — forse — non ancora una grande economia.

Anche in occasione della recente legge di bilancio si è tornati a discutere sul grande imputato del nostro costo del lavoro, che sarebbe il cuneo fiscale, il Tax Wedge nelle statistiche internazionali. Diamo un’occhiata per capire se questo corrisponde al vero.

Il valore medio del cuneo fiscale sui salari nel 2024, calcolato come percentuale sul costo totale del lavoro delle imposte sulla persona, più i contributi sociali a carico del dipendente, più i contributi sociali a carico del datore di lavoro, è stato pari al 48% in Germania, al 47% in Francia e al 46,5% in Italia.

Nessun divario importante che possa far gridare allo scandalo. È fuor di dubbio che in Italia ci sia un problema di salari, ma ricondurlo all’effetto del cuneo fiscale è un evidente errore di prospettiva.

Abbiamo sbagliato bersaglio e molti indizi lo confermano. Lo dimostra bene il fatto che il cuneo fiscale è, in Germania, Francia e Italia, stabilizzato da almeno vent’anni, con limitate variazioni percentuali.

Fra i tre Paesi, la differenza forse maggiore riguarda il modo in cui si distribuisce l’onere del cuneo fiscale. La quota a carico del dipendente è del 65% in Germania, del 48% in Italia e del 43% in Francia.

In Italia esiste certamente un problema di livello salariale, ma non è arrampicandosi sullo specchio del cuneo fiscale che lo si può risolvere. Anche perché dobbiamo avere chiaro che stiamo parlando, da una parte, di imposte sulle persone fisiche, cioè entrate dello Stato, e, dall’altra, di retribuzione differita in forma di pensione che dovrà pagare l’INPS e, incrociamo le dita, che riesca ancora a farlo per molti anni.

E poi, lasciatemelo dire, c’è l’evidente testimonianza della recente legge di bilancio, con poche decine di euro derivanti dalla riduzione del cuneo sventolate come l’inizio di non si sa bene che cosa.

Il cuneo fiscale è, in sostanza, una variabile piuttosto rigida del sistema e la questione dei salari andrebbe forse affrontata dall’altro capo del filo. Quello che forse si potrebbe fare è creare una specie di soglia, in valore assoluto, del cuneo fiscale applicabile ai salari entro un certo tetto. Non posso entrare nel dettaglio dei calcoli. Spiego soltanto la sintesi.

Sono partito da questa ipotesi: rendere il potere d’acquisto del salario medio italiano uguale a quello del salario medio francese, tenendo conto del differente livello medio del reddito pro capite a parità di potere d’acquisto. Inoltre, ho supposto di tenere fermo l’ammontare assoluto del cuneo fiscale italiano, pari a circa 20.800 euro.

Alla fine, il costo del lavoro per il datore salirebbe di meno del 4%, il salario netto in busta paga aumenterebbe di circa il 9% e il cuneo fiscale scenderebbe di circa due punti e mezzo percentuali, assestandosi al 44%.

Ovviamente, lo Stato e l’INPS non lucrerebbero la rispettiva quota del costo incrementale del lavoro e gli imprenditori dovrebbero mettere un po’ mano al portafoglio.

Nessuna pretesa, in questo esercizio numerico, fatto su un valore medio che in realtà copre tutta la gamma dei salari vigenti sul mercato: da quelli molto bassi a quelli molto alti, da quelli che vanno rivalutati a quelli che vanno comunque bene anche così.

Volevo soltanto dire che, forse, se si discute con pacatezza, serietà e buon senso, si può arrivare a mediare su obiettivi che sono, alla fine, di comune interesse.

In linea generale, ai governi interessa certamente il miglioramento del tenore di vita dei cittadini. Non sono sicuro — dalle azioni sino a oggi intraprese — che sia una priorità per il governo Meloni. Agli imprenditori interessa certamente la collaborazione convinta dei dipendenti; ai sindacati interessa certamente la competitività delle imprese, cioè la condizione della loro sopravvivenza e del loro sviluppo.

Una crescita reale dei salari richiede dunque un compromesso tra Stato, imprese e lavoratori, non interventi simbolici di poche decine di euro.

Allora, forse, potrebbe diventare più facile lavorare anche su altri fronti del mercato del lavoro: il salario minimo, che va fatto, ma che deve poi essere soprattutto rigidamente rispettato, con controlli diffusi e sanzioni molto pesanti per gli inadempienti; il reddito di sostegno, che deve esistere, ma dovrebbe servire soltanto a riportare nella comunità le persone emarginate, impossibilitate a lavorare, anziane, sole e via dicendo; il sussidio di non occupazione, dal salario di addestramento al sostegno al reddito durante la ricerca del lavoro, fino all’assegno di disoccupazione.

Non è che dobbiamo inventarci tutto di nuovo: teniamo il buono che abbiamo fatto, se l’abbiamo fatto; modifichiamo quello che c’è da modificare; impariamo da chi ha fatto bene, e sono tanti i Paesi in Europa che possono insegnarci qualcosa; adattiamo al nostro Paese esperienze altrui consolidate.

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