Russia-Ucraina, l’Europa ritrovi la via del dialogo prima del baratro
Dalla genealogia del conflitto al fallimento del riarmo, l’Europa deve ritrovare autonomia diplomatica e parlare con Mosca per salvare davvero Kiev e se stessa

ANSA
Una parziale ricostruzione storica
La politica di sicurezza della Federazione russa è stato il pretesto dell'invasione in Ucraina. Di fronte alla figuraccia americana in Afghanistan, Vladimir Putin non ha avuto paura della NATO - dichiarata morta da Macron qualche anno prima. Semmai, non ne ha avuta abbastanza. I russi non credevano alla reazione compatta dell’Unione europea almeno quanto non credevano in quella di Kiev, come dimostrano i vestiti per la parata della vittoria infilati negli zaini dei militari.
Per una breve genealogia storica è utile riavvolgere il nastro agli inizi degli anni ’90, quando poteva farsi qualcosa di lungimirante prima del collasso dell'URSS al fine di evitare una postura revanscista della Russia: si poteva aiutare Gorbacev, come promesso. Allora in molti a Ovest temevano l'implosione dell'URSS e le conseguenze di disordine mondiale che ne sarebbero derivate ma alla fine si preferì puntare su Eltsin e sulla frammentazione di tutto lo spazio post-sovietico.
La Russia umiliata e offesa a quel punto fu aiutata con ingenti finanziamenti, crediti e approvvigionamenti alimentari. La pseudo-democrazia di quel periodo si tradusse in mafia, anarchia e miseria, che incubarono la domanda di un salvatore della patria, che si incarnò in Putin. "Quella mezza tacca di un cekista" fu assai abile nel riedificare la statualità e nell'irregimentare vecchi e nuovi opportunisti secondo una logica verticale da apparato del KGB, manovrando con ambiguità tattica i suoi rapporti con l'Europa e con gli Stati Uniti, forse addirittura credendo davvero in una cooperazione volta all'integrazione e al riconoscimento della nuova superpotenza russa in fieri. È in quel periodo che salgono gli standard di vita della popolazione e il capo inizia a maturare un credito morale nella popolazione russa di cui si serve ancora oggi. L'allargamento della Nato a Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria fu percepita dalla nomenklatura come un boccone amaro, scotto da pagare per rimettersi nel concerto delle potenze dopo la sconfitta della Guerra fredda. I rapporti sincopati ma solidi con l’Occidente sono incrinati con le rivoluzioni colorate in Ucraina nel 2004 e in Georgia nel 2008, cavalcate dagli USA prima con George W. Bush e compari neo-con, poi con gli universalisti dem, per punire la Russia in quanto potenza non perfettamente allineata al Washington consensus. Nondimeno le cause dell’instabilità furono a Est, con la Federazione che non ha saputo fare altro che intimidire con vecchi metodi popolazioni non corrive e percorse da etnonazionalismi immaturi e a lungo compressi, le quali difficilmente potevano scorgere in Mosca un modello di sviluppo al di fuori del misticheggiante spazio e mondo russo. Probabilmente bisognava allora recuperare l'OSCE e il Consiglio d'Europa per un progetto serio sull'architettura di sicurezza paneuropea, ma ad Occidente si pensò che l'accoppiamento economico con la Russia fosse condizione sufficiente per addomesticare Putin.
I russi, scevri da una reale autocritica, cominciarono a covare risentimento e rabbia verso gli occidentali, che si tradussero in disincanto sentimentale, restando ferma la fame di connessioni economico-commerciali e politiche. Il “sovversivismo della classe dirigente” ha così cominciato a dirigere la rabbia dei gruppi estremi verso l’Occidente sia in modo ideologico – dalla democrazia sovrana di Surkov alle letture di Dugin in Accademia militare - sia in modo ibrido attraverso l’esportazione di contronarrazioni o fake news, non sappiamo con quale grado di direzione del ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Il casus belli ucraino
Il memorandum di Budapest del 1994 vide la cessione dell’armamentario nucleare sovietico dell’Ucraina alla Russia, in cambio del rispetto della sovranità del Paese per la prima volta indipendente, i cui confini erano sì il frutto dell’ingegneria sociale comunista, ma anche l’effetto di un’identità ibrida che aveva ormai permeato la temperie socio-culturale del Paese. Le due ali estreme, ipernazionalista della Galizia e filo-russa del Donbass e della Crimea, erano tenute insieme da una politica corrotta ma accorta agli equilibri etnoculturali. L’Ucraina è momentaneamente derubricata a questione secondaria da parte di Putin, che alla conferenza di Monaco del 2007 esplica la nuova visione assertiva della Federazione.
Dal 2004 la Russia si è vista progressivamente sfilare la nazione sorella e satellite dell'Ucraina. Come è stato possibile? Secessionismo ipernazionalista ucraino? Agenti stranieri infiltrati? In buona parte sì. Eppure le numerose manifestazioni di piazza, il fermento giovanile e la mobilitazione della maggioranza della popolazione ucraina hanno determinato la metamorfosi geopolitica della nazione sulla base di reali aspirazioni europeiste, per quanto vaghe, idealizzate, contraddittorie e sconsiderate verso la minoranza russa. La presenza ingombrante di Mosca non è più tollerata da un Paese che dopo gli anni 2000 è stato attraversato da flussi migratori ingenti verso l’Ovest, i quali hanno contribuito a cambiare le prospettive su governi percepiti come sempre più incapaci e corrotti in quanto eterodiretti dal Cremlino (in verità la corruzione e l’inefficienza politica erano e rimangono trasversali ed endemiche). Il Donbass, popolato dai russi ai tempi di Ekaterina II, all’epoca un territorio semi-desertico, presentava un carattere etnico ormai molto più misto durante i fatti della crisi. Il processo di emancipazione ucraino viene costruito a detrimento della componente russa, fondamentale per l’anima multi-culturale di Kiev.
Quando nel 2014 viene cacciato Janukovich, fantoccio di Mosca, tramite un presunto golpe favorito da Washington, Putin pensa di dare un giro di vite alla situazione e fomenta i separatisti del Donbass con infiltrati provenienti dalla Russia. Alle pretese e alle prime azioni dei ribelli seguono pesanti repressioni da parte ucraina in una spirale di involuzione nazionalista, con prese di posizione del governo di Poroshenko contro le autonomie linguistiche e con la copertura di attacchi ai civili russi ad opera di milizie paramilitari, a cui fanno da contraltare le sanguinarie milizie filo-russe nel Donbass. Nei successivi accordi di Minsk, Putin, a buona ragione, non parla tanto di problema di sicurezza missilistica nucleare quanto di pacificazione etnica come primo problema. Capisce che gli ucraini ormai esistono, eccome, sempre di più come ribelli cugini di campagna da punire. Putin è paranoico, ha un senso imperiale della storia ma non è uno stupido. Conosce la propaganda, la sua e quella occidentale e sa che i missili nucleari nel Baltico o in Ucraina sono solo uno spauracchio per la propaganda e un reflusso della logica della deterrenza oramai smarginata rispetto ad altre questioni.
Nessuno vuole scatenare la fine del mondo, nemmeno lui. Non che non gli dia fastidio la forza della Nato nell' alzare la posta in gioco del riarmo su nuove basi territoriali ma quella era la partita del Novecento. Oggi c’è un nuovo mercato globale per un Paese a capitalismo selvaggio e oligarchico come quello russo, che vorrebbe incunearsi dappertutto in nome di un nuovo ordine multipolare, partendo dai territori che crede le appartengano per destino. La sicurezza nucleare è quindi la prima scatola della matrioska putiniana. Dentro c'è la vera questione della politica di potenza russa. La Russia è spoliticizzata nel senso della generale acquiescenza filo-governativa del popolo russo. Le poche migliaia di dimostranti a Mosca e San Pietroburgo hanno dimostrato l'inconsistenza di una minaccia per il fronte interno. Eppure la disgregazione interna è il più intimo terrore di Putin e della nomenklatura, come dimostra ogni sistema censorio, con il fantasma di Prigozhin che continua a sfilare nella mente dei siloviki. Putin non avrebbe mai potuto accettare che l'Ucraina - nazione sorella con un mito fondativo comune - fosse premiata con l’ingresso nell’Impero del dollaro, prefigurandosi cascate di soldi americani atti a sanzionare la superiorità del tenore di vita ucraino sui vicini e osmotici russi, facendo fallire il suo progetto di unione economica euro-asiatica alternativo all’UE e soffiando come un mantice sulla fobia del contagio (post-Covid) delle liberal-democrazie. Fu geoeconomia sussunta dalla geopolitica, in un mondo in cui l’economia è tornata ad essere apparato strategico della geopolitica.
L’avvento inaspettato del conflitto forse rileva anche un aspetto di “guerra preventiva” anche contro quelle sacche di interesse inebriate di globalizzazione e affari con l’Occidente, viste da Putin con sospetto e paranoia, nonché per i timori per le faglie etniche interne alla fragile Federazione. Poi l'aspetto personalistico complementare: il Presidente voleva (e vuole) davvero entrare nei libri di storia come lo Zar del terzo millennio, colui che ristabilisce i concreti rapporti di forza per ripristinare la legittimità della millenaria escatologia russa, l’eroe che reinsedia il cesaropapismo a difesa dell’ortodossia slava declinata a proprio piacimento, in maniera pressoché fascistoide. Per la Federazione essere declassata da Obama a potenza regionale in un’area ritenuta inviolabile dalla propria dottrina geopolitica fu un insulto che non poteva essere obliterato. Piuttosto meglio consegnarsi mani e piedi ai cinesi secondo ragioni ideologiche. Da Euro-Maidan è susseguita una storia di errori da parte di tutti, con tentativi in malafede di porre degli argini che hanno funto più da pretesti che da bilanciamenti, non protesi alla neutralizzazione del conflitto ma alla conflagrazione di meccanismi autoavverantisi. Tra il 2020 e il 2021 l'amministrazione Biden ha fomentato l’Ucraina con esercitazioni congiunte alla NATO miste a dissimulazioni improvvide e strumentali per sfidare la Russia, sperando di ottenere una reazione del Cremlino che obbligasse i partner europei a sganciarsi dai legami economici e politici con Mosca, non producendo nessuna politica diplomatica sulla questione del Donbass. Il solo Zelenskij provò in vero una politica di appeasement verso le regioni orientali ma fu un tentativo di corto respiro e fuori tempo massimo, probabilmente anche poco sincero.
Specularmente ai russi, gli americani preferirono utilizzare l’Ucraina come un giocattolo contundente, incapaci di immaginare gli esiti concreti della imminente guerra di logoramento. I russi contemplavano l’opzione dell’attacco da anni. Una volta preso coraggio con l’annessione della Crimea (area a maggioranza russa e russofona, regalata da Nikita Krusciov all’Ucraina per ragioni amministrative interne all’URSS), poi con il disimpegno americano in Medio Oriente, hanno creduto in un’operazione lampo e indolore a Kiev, prima che il fatale fallimento dell’FSB non costringesse a cambiare i piani in corso d’opera. L’eterno presente incrocia contingenze che non smettono di turlupinare le previsioni. L’occasione era ghiotta per una sinistra e paradossale affermazione della Russia come potenza pienamente europea, status da raggiungere neanche troppo malcelato per chi emula lo spirito di Pietro il Grande. Oggi gli americani cercano spasmodicamente un disaccoppiamento della Russia dalla Cina, a spese di un’Ucraina disgregata e costretta ad accettare accordi neo-coloniali per conservare parte di quelle terre per cui ha versato lacrime e sangue, non ritenendo più la Russia una minaccia in base a quanto visto sul campo e congiuntamente forzando la mano agli europei per interpretare la parte dell’antemurale del nemico mortale in modo da incassare per la vendita di armi e liberare le proprie risorse per l’Indo-pacifico. Gli europei vaticinano guerra a oltranza rendendosi sempre più irrilevanti per i negoziati, sulla pelle degli ucraini.
Un bilancio impietoso
Dissipata la veemente eloquenza retorica occidentale e russa, le lancette vicine alla mezzanotte segnano il ritorno all'Età degli Imperi, secondo la prospettiva di Eric J. Hobsbawm. Tutto scritto sull'acqua che sfocia nella trappola di Tucidide o tassello fondamentale del nuovo ordine mondiale? Come credere alla sinergia duratura tra potenze incompatibili e così fedeli alle loro alterità, come Russia e Cina? Trump annaspa e rimesta nel torbido, del resto l’alienazione è la facondia del commerciante di anime morte. L'Impero americano voleva salvarsi dalla sovraestensione in vista della sfida contro la Cina e si ritrova a non saper gestire le proprie pulsioni autodistruttive, al netto di una reindustrializzazione tramite AI che non trova ancora collocazione.
Putin continua a sentirsi un bravo giocatore di poker che contempla a stento le coperture preventive, convinto di poter sbaragliare quando necessario, dilatando e diluendo le trattative ad libitum. Invincibile obiezione di coscienza di chi si crede unto da San Nicola per il suo popolo eletto; di chi crede di poter continuare a rappresentare legittimamente la propria gente intercettandone gli spiriti animali ancestrali. Anche qui sta la sudditanza psicologica di Putin per il non-rivale americano, modello non solo per guerre preventive e oggetto di concupiscenza una volta spuntata l’arma dell’assedio reciproco. Tutti si chiedono se davvero gli USA possano sostituire la Cina per colmare i bisogni della Russia. Soprattutto se si possa fare senza l’Europa.
Il convitato di pietra restano gli europei, decadenti, inerti ed inetti. Eppure ancora al centro delle aspirazioni mondiali, non solo per le catene del valore che legano il Vecchio continente a tutti. Superare il complesso di Edipo non significa necessariamente ammazzare il padre-padrone (Usa o Russia che sia). Significa credere in sé stessi per riparare alle promesse di giustizia e democrazie tradite all’interno. Conditio sine qua non affinché i popoli facciano gli sforzi necessari per gli interessi delle loro comunità. Le potenze mondiali si riorganizzano ideologicamente per improntare di sé il mondo, al costo di alleanze maldigerite e tradimenti proditori. In Europa questa esigenza antropologica di dare un seguito a una visione del mondo è in mano alla destra reazionaria e alla tecnocrazia liberista. Non è un rischio calcolato, è un presagio di morte. Non si poteva morire per il vincolo di bilancio ieri e non ci si può immolare nel keynesismo di guerra oggi. È tempo che - almeno - gli europei occidentali e i russi si parlino per salvare la casa comune in fiamme, consistente in un legame storico-culturale, ancorché economico, che non può essere reciso, a costo di compromessi che non accontentino nessuno, per iniziare un processo di delimitazione del cupio dissolvi del continente, sempre più taglieggiato dalle superpotenze. Più che spassionato realismo, potrebbe essere anche l’unico viatico di salvezza per Kiev, che ha sprecato l’incondizionato appoggio europeo con un oltranzismo senza sbocchi, dilapidando le sue migliori risorse morali in un gioco al massacro, a larghi tratti eterodiretta da vecchie e nuove potenze ansiose di dimostrare di esistere, pur riuscendo a impantanare l’armata russa in una guerra di logoramento.
La crisi d’identità globale produce bisogni di riconoscimento e legittimazione che si possono soddisfare anche senza le bombe. Sta alla politica stanare le possibilità di dialogo rimaste tra le maglie di un’infrastruttura diplomatica in ostaggio delle diverse propagande. Utilizzare il metus hostilis non è il rimedio, è il sintomo della malattia. Oggi inflazione galoppante e economia civile massacrata piegano la Russia, che non è ancora una potenza tecnologica; costi energetici e salari bassi strangolano l’Europa, che non è un soggetto geopolitico. Una convergenza tra alcuni Paesi fondatori e Russia, che includa i bisogni dell’Ucraina, potrebbe dimostrare che l’economicismo è senz’altro causa di danni esiziali, ma in fondo anche piattaforma pragmatica per la soluzione dei problemi in quest’epoca di transazioni universali e di diversificazioni necessarie. Un allineamento in cui nessuno deve inchinarsi all’altro è possibile, quanto necessario. Non si può continuare a mietere morti per pochi chilometri di Donbass. Oltre il filo del grottesco l’UE loda le iniziative ucraine sulla vendita di droni intelligenti agli europei, mentre Emmanuel Macron sembra l’unico ad aver capito che il dialogo con Mosca è vitale per entrambe le sponde, almeno per il lungo periodo. Lo stesso Putin pare ammiccare. Le mire cinesi nell’Artico e in Estremo Oriente spaventano lo Zar, l’imprevedibilità americana atterrisce lui e gli europei.
In fondo una base di partenza c’è già: al netto dell’ipocrisia delle triangolazioni e delle navi pirata, il consuntivo dimostra l’aumento delle spese europee nell’acquisto energetico verso la Russia dai primi mesi della guerra, a causa del timore di un esaurimento degli stoccaggi, pensando all'epoca di fare incetta di riserve prima del prevedibile incremento vorticoso dei prezzi dovuto alle sanzioni ed alle speculazioni intrinseche al sistema, come si è effettivamente verificato. Gli obiettivi europei di diversificazione delle forniture e di “sostituzione delle importazioni”, necessari per svincolarsi dall’ipoteca russa, sono passati per un vistoso paradosso giustificato sulle esigenze di approvvigionamento e di tenuta della stabilità. I tentativi di emancipazione da Gazprom hanno condotto ad un aumento iniziale dell’acquisto di gas liquido da Mosca, nella misura del 17%. In effetti, l’80% del gas liquido venduto dalla Russia è andato a finire in Paesi, europei e non, che hanno adottato le sanzioni nel 2022. Il Cremlino ha sovrastimato il suo peso di ricatto energetico negli ultimi anni, e questo anche per i timidi segnali dati dall'UE in risposta all'occupazione della Crimea. Nonostante le sanzioni del 2014, non sono stati impediti scambi e accordi tesi a implementare l’interdipendenza tra Russia e Europa, come nella costruzione dell’oleodotto North Stream 2, opera considerata strategica dalla Germania, per il sabotaggio della quale Mosca ha fatto appello al Consiglio di sicurezza dell’ONU, strizzando l’occhio parlando di “sovranità violata” della Germania.
La scommessa russa di dividere l'Europa sul caso ucraino è stata finora sostanzialmente persa, così come quella occidentale di infliggere una sconfitta “strategica” a Mosca. L’emergenza dei prezzi è già stata riassorbita in seguito alle politiche dei singoli stati nazionali di razionamento e contenimento dei consumi. La Russia ha moltiplicato le trivellazioni e ha aumentato il volume di esportazione di petrolio e derivati ma i ricavi si sono dimezzati per via della progressiva perdita del mercato europeo. Altrove, come in Cina, Egitto e Turchia, la Russia vende a prezzi di sconto. Complice il mantenimento dei costi per la guerra, la Federazione vede un calo dei ricavi del 36 % e un aumento delle spese del 56%. Il nuovo corso degli ultimi anni della politica estera russa, finalizzato ad ottenere una copertura politica ed economica da Pechino, reca un vantaggio commerciale per la Cina nel breve termine per la possibilità di approvvigionamento a prezzi di saldo e nel lungo termine per l’opportunità di investire nell’immenso spazio delle repubbliche centro-asiatiche. La Cina, che non ha mai riconosciuto ufficialmente l’annessione della Crimea da parte della Federazione né tantomeno ha sostenuto i referendum di Donetsk e Lugansk, assiste al dissanguamento del suo vicino con un atteggiamento ieratico che tradisce la sua millenaria anima commerciale ed egemonica. Se la Russia è uno strumento nelle mani della Cina in funzione anti-americana, lo è forse più in chiave economica per la “de-dollarizzazione” della globalizzazione, che sul piano militare, al netto della congiuntura dello stato dell'arte e dell'interesse a "tenere distratti" gli USA a Ovest. Intanto, l'UE rimane il primo partner commerciale della Cina.
Conclusioni
Al di là della percezione di sé, la Russia, minando sé stessa e l'intero Vecchio continente, ha accelerato con l'ennesima eterogenesi dei fini il percorso tanto deprecato di riaffermazione americana in Europa sotto l'ombrello della NATO. Il tornado Trump ha poi di nuovo rimescolato le carte in tavola. L’imperialismo è orribile da ovunque esso provenga e non giustifica logiche campiste; nemmeno autorizza ai doppi standard e alla esenzione dal logos come se ci si trovasse di fronte al Terzo Reich. I bombardamenti infami sui civili ucraini non sono frutto di un’invenzione demoniaca moscovita, sono l’esito della guerra moderna cui tutti abbiamo dato foggia, che anche gli ucraini non disdegnano sebbene cum grano salis. Non per giustificare, solo per ridimensionare e contestualizzare al fine di rientrare nelle trame delle cose. Il rischio di colpevolizzazione del Paese aggredito è reale ma non c’è nessun determinismo al riguardo. Si ritiene fosse giusto il sostegno economico e militare dato all’Ucraina durante i primi due anni di guerra, probabilmente fino al fallimento della controffensiva del 2023, per motivi etici. Armare l’Ucraina e sostenerla economicamente doveva servire a darle potere negoziale, non a renderla sorda e cieca di fronte ai propri errori e agli smottamenti della storia.
Per gli europei rimanere su quella linea apocalittica pare oggi inadeguato e colpevole, nonché un alibi per coprire l’incapacità di ponderare su eventi sopraggiunti a partire dai negoziati del 2022. La guerra di Ucraina non può cristallizzarsi in guerra d’Ucronia, senza tempo e senza spazio, dentro ad una spirale di rappresaglie e contro-rappresaglie per cui uomini senza volto temono di perdere la faccia, da una parte e dall’altra. La ragione più valida per saturare le trincee sembrerebbe quella di non affrontare il problema montante dei reduci, facendoli morire prima. In Europa, l’escamotage del riarmo, usato per ristrutturare le economie e nascondere malamente attriti e divisioni europee, è la toppa peggio del buco, fatta su misura del bipolarismo USA-Cina, cui la Russia dà obtorto collo il suo contributo. L’Europa può e deve preservare Kiev, senza che questa aderisca alla NATO, ritrovando un interlocutore in Mosca. Mosca può accontentarsi di una “vittoria mutilata” per riaffacciarsi in Europa e lasciando in pace ciò che resta di un’Ucraina emancipata. Il chiasmo genera ossimori, tuttavia con un corollario logico: evitare che la Russia usi il suo potere di ago della bilancia tra gli imperi di America e Cina mentre l’Europa giace in una catatonica sottomissione alla voce del padrone.
Non sarebbe un disperato tentativo di ritornare allo status quo ante Ma qualcosa che ha a che fare con il rilancio della nostra civiltà. Purtroppo il diritto internazionale è morto, per rianimarne alcune sembianze bisogna mettersi d’accordo con chi c’è hic et nunc ed erodere spazi di manovra ai vecchi feticci della finanza, delle armi e ai nuovi mostri dell’AI, fosse anche esclusivamente per un gesto simbolico di rilegittimazione politica reciproca. Si può dare una torsione avveniristica emendata dall’avventurismo al disimpegno americano in Europa? I perdenti della globalizzazione potranno costruire insieme anziché distruggersi? La cessione del Donbass può valere come via di fuga per la Russia e come sacrificio affinché l’Ucraina rinasca, la quale potrebbe aver già vinto e avere ora tutto da perdere? È possibile fondare un progetto per una comunità europea di valori dall’Atlantico agli Urali? Perché l’Italia non dovrebbe avervi un ruolo preminente? Che le idee appaiano oggi impensabili, premature o utopiche più che mai è la ragione sociale della loro attualità. La materialità delle forme di vita umane lascia più speranze delle Tv di Stato, dei programmi educativi nazionali e degli intellettualismi dei falsi profeti del nostro tempo. Qualcuno dice: “Ama il tuo nemico”, qualcuno che i nemici veri ce li abbiamo di dentro - fuor di metafora per Vance e compagnia, a digiuno del grande Eduardo. Di certo nessuno è tanto innocente da potersi dedicare alla metafisica dei principi assoluti, la quale, come si sa, nutre poca sensibilità per le concrete sofferenze umane.
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