Romano Luperini, la critica come lotta: l’eredità di un intellettuale totale

Tra marxismo, letteratura e scuola, il percorso di Romano Luperini resta un modello raro: unire interpretazione e storia, militanza e insegnamento

Gabriele FicheraBattaglia delle IdeeCULTURA
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ANSA

«Ma durante l'intera notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri disposti a tre a tre vegliarono come angeli dalle ali spiegate, e sembravano, per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione». Siamo alle battute finali del romanzo La prigioniera, e così Proust consegna alla memoria dei vivi la fine dello scrittore Bergotte.

È scomparso da qualche giorno Romano Luperini. Ho partecipato, come tanti, alla commemorazione funebre. Accanto a lui c'erano tre dei suoi libri: gli Ossi di seppia di Montale, Il fu Mattia Pascal, le Opere di Verga.

È impossibile dar conto in modo esaustivo dell'intensa e variegata azione intellettuale dispiegata da Luperini, nato a Lucca nel 1940, in quasi un sessantennio di lavoro critico. Il suo primo saggio letterario esce nel fatidico 1968 ed è dedicato a Verga. Ho due ricordi precisi su questo. Luperini confessava con visibile piacere come da giovane fosse rimasto letteralmente soggiogato, una volta per sempre, dalle pagine dei Malavoglia. E poi raccontava, non senza una punta di comprensibile orgoglio, che il suo primo libro, pur essendo firmato da un giovane e, all'epoca, sconosciuto studioso, aveva avuto tantissime recensioni, finanche in riviste popolari e di consumo, molto distanti dall'ambito specialistico letterario. Portava questo esempio per far capire a noi allievi dei primi anni Duemila come la società letteraria italiana e le strutture della sua conversazione critica si fossero profondamente degradate negli ultimi tempi, sfociando quasi in una rovinosa “irrilevanza”.

Luperini ha rappresentato un'eccezione illuminata nel panorama della critica letteraria nostrana, perché, da vero intellettuale totale, non ha mai concepito l'esercizio interpretativo in modo asettico e scisso dalle contraddizioni storiche, del presente come del passato. Al di là del primissimo noviziato critico, vissuto sotto gli auspici di un “gigante” come Luigi Russo, Luperini ha col tempo individuato i suoi maestri elettivi in Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini. Due figure diverse ma entrambe cruciali nell'ottica di un affilatissimo materialismo d'impronta decisamente marxista. Alcuni fra i suoi più importanti titoli sono in tal senso emblematici: Marxismo e letteratura. Storicismo, strutturalismo e punto di vista di classe (De Donato, 1971); L’allegoria del moderno. Saggi sull’allegorismo come forma artistica del moderno e come metodo di conoscenza (Editori Riuniti, 1990); Il dialogo e il conflitto. Per un’ermeneutica materialistica (Laterza, 1999); Controtempo. Critica e letteratura fra moderno e postmoderno: proposte, polemiche e bilanci di fine secolo (Liguori, 1999). Le sue monografie su Verga, Montale, Pirandello e Tozzi costituiscono delle imprescindibili pietre miliari che hanno segnato, e continueranno a farlo ancora per molto, i percorsi di svariati studiosi.

Luperini ha unito inoltre alla sua attività letteraria una sentita militanza politica nella sinistra extraparlamentare. Il “peccato originale”, per lui come per tanti altri di quelle generazioni, è stato il cataclisma del '68, col suo moto dirompente d'aperta ribellione. Quest'esperienza è riemersa poi in modo prepotente nella sua scrittura autobiografica, in particolare nel romanzo L'uso della vita. 1968 (Transeuropa 2013) in cui si rievoca fin dal titolo una felice formula fortiniana – l'«uso formale della vita». Quasi a chiusura del cerchio il suo ultimo lavoro, in dialogo con Beppe Corlito, recita: Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci (Castelvecchi, 2024).

Un altro essenziale fuoco d'interesse è stato per Luperini la scuola. Ad essa ha dedicato un'attenzione costante e infinite energie, culminate nella redazione, insieme ai suoi sodali più stretti, in particolare Pietro Cataldi, di un fortunato e celebratissimo manuale di Letteratura italiana, che ha formato nel tempo migliaia di studenti degli istituti superiori (La scrittura e l'interpretazione: Palumbo, 1998). Dal punto di vista della riflessione e dell'approfondimento teorico, sempre sul tema della didattica, si segnala anche il suo Insegnare la letteratura oggi (Manni, 2000). Fino a quando ha potuto Luperini ha continuato a incontrare studenti e docenti delle scuole, fornendo un esempio concreto di generosa militanza intellettuale e politica.

Non va dimenticato infine il versante del lavoro nelle riviste per cui si deve menzionare almeno la direzione trentennale di «Allegoria». Qui si sono di nuovo incrociati, dando luogo a una sintesi davvero unica, e forse irripetibile, il vettore ermeneutico materialista e la didattica della letteratura. Nel 2012 Luperini ha fondato il blog letterario La letteratura e noi che, animato tutt'ora da un nutrito ed affiatato gruppo di redattori, raccoglie, in forme e modalità aggiornate, il suo testimone critico.

Uno degli ultimi saggi di Luperini ha costituito nel suo percorso l'ennesimo momento di svolta. L'incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell'uomo occidentale (Laterza, 2007) rappresenta infatti un punto di decantazione critica delle sue peculiari categorie concettuali. Nel tema, declinato fra letteratura, storia e antropologia, dell'incontro con l'altro come momento fondativo del confronto col distante e col diverso, vengono idealmente mediati infatti il «dialogo» e il «conflitto». L'esplorazione di Luperini qui si fa strada, in un'ottica comparativa capace peraltro di guardare a più discipline, nella modernità europea otto-novecentesca. Gli autori attraversati sono molteplici: Manzoni e Joyce, Svevo e Maupassant, Flaubert e Kafka, Verga e Pirandello. Musil e Proust. A proposito di questo libro ricordo un aneddoto che fa capire quanto Luperini amasse intus et in cute il mestiere della critica e la letteratura. Nel 2006 svolgevo i miei studi di dottorando suo allievo in Canada all'Università di Toronto. Anche qui Luperini era amatissimo, direi proprio “osannato”. In estate venne appunto a Toronto come visiting professor e ovviamente ci incontrammo. Mi chiese di procurargli in biblioteca un libro che doveva consultare per chiudere L'incontro e il caso. Pensai che fosse opportuno predisporre alcune fotocopie dei passi che gli premevano di più. Forse si aspettava di poter solo vedere rapidamente il libro. Ricordo che quando gli porsi quei fogli il suo volto, spesso malinconico, si ravvivò d'improvviso. Poi ringraziandomi, e quasi raggiante come un bambino, mi rivolse una semplice frase che spero di non dimenticare: «Così mi ci diverto meglio». Solo adesso, a distanza di vent'anni, credo di poter misurare in tutta la loro pregnanza queste parole, pronunciate in modo istintivo ed autentico da un affermato critico di sessantacinque anni, che non avvertiva né stanchezza né appagamento, pur essendo ormai ben noto, e a volte quasi “acclamato”, non solo in Italia ma anche all'estero.

Luperini è stato un inesausto lottatore, e un agonista delle idee. Ha sempre operato guardando in prospettiva; provando di continuo a spingere se stesso, e tutti quelli che riconoscevano in lui un sicuro punto di riferimento, un passo più in là. Il conflitto per lui doveva approdare a una sintesi dialettica da cui ancora una volta ripartire. La sua reattività mentale era palmare e tangibile. Mi ricordo che una sera durante una cena ci parlò di un nuovo, purtroppo poi non realizzato, progetto di rivista, o meglio di un «giornale d'informazione culturale», che si sarebbe dovuto ispirare agli antichi fasti di «Alfabeta». Il titolo a cui aveva pensato allora era «12 settembre».

Le parole-chiave che con il loro carico semantico meglio riassumono questa figura intellettuale, rappresentandone il lascito più fecondo e al tempo stesso più esigente, sono «lotta» e «noi». Le ritrovo entrambe all'inizio e alla fine di un folgorante passaggio che Fortini ha dedicato al densissimo L'allegoria del moderno – probabilmente il libro cruciale di Luperini: «Ma la lotta mentale che vive in questo libro ne fa […] punto di partenza per una destructio destructionis, ossia per una “negazione della negazione”, il cui tempo è già fra noi».

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