Roma, la cultura di prossimità per ricucire quartieri e comunità

Biblioteche, teatri e poli civici possono trasformare lo spazio pubblico, ridurre le distanze e costruire una città più vicina, partecipata e inclusiva.

Flavio ConiaApprofondimentiROMACULTURA
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ANSA

Le città hanno bisogno di persone. Pertanto, è intorno ad esse, ai loro bisogni, alle loro aspettative, alla loro partecipazione che le città devono trasformarsi e crescere, non in ottica dimensionale, ma in espansione del proprio potenziale. La Città dei 15 minuti teorizzata da Carlos Moreno vede nell’individuo e nel suo agire nello spazio pubblico una leva fondamentale per ripensare i tempi e gli usi delle città.

Una dei principali attivatori di comunità resta l’aggregazione: che sia essa declinata nella sua fisicità e spazialità (una piazza in cui condividere il tempo, un parco o un centro civico) o che sia frutto di percorsi immateriali, ma densi di comunità. Nella maggioranza dei casi, quest’ultima vede come essenziale la spinta culturale alla socialità. La cultura aggrega, unisce, anima i luoghi e spesse volte li funzionalizza, dandogli una ragion d’essere, sottraendoli al destino segnato dall’oramai abusato termine che li definisce, ovvero un “non luogo”.

Roma ha cercato di interpretare le sfide che questa visione pone alla contemporaneità, alla vita quotidiana dei suoi cittadini. L’amministrazione comunale sta cercando di ridisegnare il volto della città attraverso tentativi ambiziosi che ricadono nelle progettualità urbanistiche del piano per la Città dei 15 minuti, prendendo ad esempio idee ed immaginari metropolitani diversi dal nostro. Non è un caso che alcuni dei quindici progetti per la Città a 15 minuti vedano proprio in elementi aggreganti a scopo socio-culturale il fulcro della progettazione, basti guardare Largo Nicolò Cannella in IX Municipio o l’intervento sull’Ex Campari in XIII. Spazi da rifunzionalizzare per offrire servizi culturali, luoghi di disseminazione.

Roma Capitale ha colto anche un’altra sfida per dotare la città di nuovi luoghi di prossimità socio – culturale attraverso il finanziamento di 32 milioni di euro del Piano Integrato per i Nuovi Poli Civici Culturali e di Innovazione, un esempio virtuoso di come 9 luoghi in attesa di essere rifunzionalizzati potranno offrire ai territori in cui ricadono servizi pubblici, spazi per la cittadinanza, luoghi da abitare non fuori le comunità, ma dentro di esse, non lontani dalla socialità, ma incubatori di essa. Così nasceranno luoghi che non c’erano, per i cittadini che ci sono, accorciando la distanza tra il tempo libero e l’abitazione, tra la vita quotidiana e sé stessa, dimenticata spesso ai margini delle giornate. Non solo luoghi di svago, ma anche case del lavoro agile, spazi in cui fare a meno della tassa sul full remote da pagarsi per chi spesso giovane e privo di diritti deve trovarsi ad elargire dieci o quindici euro al giorno per un luogo in cui lavorare. Perché la casa confortevole non è per tutti, il coworking aziendale è un privilegio e gli spazi della vita non dovrebbero confliggere con gli spazi del lavoro. Inoltre, basta guardare una mappa di Roma con geolocalizzati i moltissimi hub, spazi di lavoro condiviso, luoghi che affittano postazioni di lavoro, per rendersi conto che il grande escluso è sempre la periferia: non c’è cittadinanza per il lavoro agile in aree marginali della città, facendo sì che anche dove sarebbe possibile costruire una città prossima azzerando lo spostamento casa – lavoro, questa si sostituisce al percorso casa – spazi di lavoro, non portando nessun giovamento al bilancio della Roma in movimento.

Altro enorme sforzo nel rafforzare i presidi culturali a Roma e dotarli degli strumenti per affrontare nuovi obiettivi è stato l’ambizioso piano di riqualificazione energetica di ventuno biblioteche di pubblica lettura afferenti al sistema dell’Istituzione Biblioteche di Roma. Con un finanziamento di 17,5 milioni Roma Capitale ha deciso di investire nei principali luoghi della prossimità culturale per le città, infrastrutture vive indispensabili per il benessere della cittadinanza. Le biblioteche pubbliche continuano strenuamente ad avere tre compiti fondamentali nel sistema complesso delle città: potenziano il capitale sociale radicato nelle comunità ampliando i punti di accesso alla cultura; supportano l’apprendimento permanente per tutte e tutti, senza barriere sociali, divenendo presidi di democrazia reale, multiculturale, viva; generano un benessere diffuso, lavorando su socialità, aggregazione, lotta alle solitudini.

Il radicamento di questi servizi in città è reso evidente dal lavoro di valutazione fatto dall’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale: se si guarda al triennio 2023 – 2025 le biblioteche pubbliche oscillano da un punteggio minimo di 6,6 ad un massimo di 6,9 rispetto al gradimento del servizio offerto agli utenti, posizionandosi tra i servizi con più alto gradimento in città. Primi su tutti i Musei in Comune: la cultura è al primo posto tra i servizi offerti dal Comune di Roma rispetto alla percezione delle romane e dei romani.

I cinema, come i teatri, i musei e le biblioteche di pubblica lettura, devono rappresentare l’asse portante dello scheletro ramificato che vogliamo siano i nostri quartieri: piazze fisiche e culturali, spazi aperti in luoghi chiusi, servizi interconnessi e duttili funzionalità. Se c’è una sfida, la più grande davanti alla quale le città metropolitane si ritrovano ad oggi, è quella dello spazio pubblico: le sue potenzialità inespresse, l’esigenza di metterlo veramente a fattor comune, ripensarlo in addizione e non più in sottrazione, non togliendo spazio alla città, ma restituendoglielo. Se l’obiettivo comune è l’arricchimento culturale delle nostre comunità territoriali questo deve inevitabilmente passare da strategie di riforma dei luoghi: bene i flash mob e i silent reading che portano lettori ad occupare le piazze, riempiendo lo spazio di un’azione collettiva (basti guardare il successo de La Tempesta silenziosa pensata per Roma da Alessandro Baricco); bene le progettualità che avvicinano la cittadinanza alla conoscenza del proprio quartiere e la rendono radicata e radicale nel difenderlo; bene la riconsegna alla comunità di luoghi sino ad ora inaccessibili e resi marginali, relitti urbani senza forza. Valorizzare lo spazio pubblico significa dunque conoscerlo, mapparlo (come fatto abilmente dal team di MappaRoma), studiarne le complessità e attivarle in positivo. Riformare i luoghi non vuol dire quindi stravolgerli. In una città come Roma la crisi va governata, non evitata o soffocata, perché il tessuto urbano ha storie che meritano, nel bene e nel male, di essere raccontate, come rughe profonde sul volto di chi matura.

La prossimità culturale: cos’è e come pensarla.

Fotografato l’esistente e ciò che tutt’oggi è in formazione e trasformazione abbiamo bisogno di capire come la cultura può positivamente intervenire nei processi di costruzione di una città che viaggia con tempi umani e vitali. Assunto che la tempistica dei cosiddetti quindici minuti non corrisponde pedissequamente alla realtà dei fatti e che rappresenta uno stimolo utile a costruire più possibile la prossimità, progettare lo sviluppo locale a partire dai servizi culturali può essere una soluzione alla disgregazione sociale, alla paura incipiente e alle lacerazioni territoriali.

I luoghi sicuri li fa chi li attraversa e li anima, dandogli corpo attraverso spazi da rendere case del tempo altro da quello lavorativo. Un tempo si diceva “mettiamo la scuola al centro del villaggio”, pensiero giusto e più che mai reale, ma se al centro dei nostri quartieri ci mettessimo una scuola, ma anche un teatro? Se il nucleo di una comunità fisica e ideale fosse sì la formazione, ma anche lo star insieme attivato da spazi con una chiara vocazione culturale? Come possono le quindici amministrazioni municipali di Roma costruire un piano dei bisogni, delle aspettative e dei sogni della cittadinanza sullo spazio pubblico a vocazione culturale? Una proposta che ha visto tanti negli anni convergere a livello ideale, ma anche fattivo, è la creazione di singoli piani di pianificazione partecipati dei servizi culturali municipali.

Non regoliamo, ma pianifichiamo. Grazie al lavoro fatto sulle nuove mappe della città che hanno ridisegnato e rifigurato i molti quartieri che compongono il mosaico di Roma possiamo calare in ognuno di essi un prezioso strumento di costruzione della mappatura dei bisogni in ambito culturale, da fare insieme alle operatrici e agli operatori della cultura, insieme ai residenti, insieme alle realtà associative che strenuamente animano le nostre comunità. Cosa potrebbe restituirci questo lavoro? Sicuramente uno strumento di piano che permette all’amministrazione di indirizzare servizi, offerta, proposta culturale dove serve e manca, avendolo fatto emergere proprio da un percorso condiviso con i territori. L’amministrazione grazie a questo percorso costruirebbe un mezzo che già di per sé potrebbe avvicinare la cittadinanza e farla sentire parte di comunità locali vicine, prossime e da costruirsi insieme. Roma ha già tanti percorsi come questi storicizzati nel tempo, utilizzati per puntuali attività di animazione territoriale, ma la loro messa a rete ed una logica di piano permetterebbero di costruire una mappa dei bisogni culturali utile a chi deve definire le linee di sviluppo del settore. La Roma vicina è un obiettivo reale, fatta di lavoro collettivo, vissuto e partecipato dall’amministrazione di prossimità.

Un altro modello replicabile nella forma e nella sostanza è il lungo percorso che ha portato alla sottoscrizione dei Patti per la lettura. Nati da un lavoro faticoso, basati sulla programmazione di uno strumento di coesione del mondo del libro e della lettura, con una spinta irrefrenabile dovuta alla crisi data dal Covid-19. Questi strumenti di scopo mettono insieme realtà diverse, accumunate da un unico obiettivo, che è quello di coordinare azioni utili per diffondere (e non difendere) il mondo del libro e della lettura. Se questi patti riuscissimo a radicarli veramente territorialmente, rendendo la rete il perno della costruzione di un percorso di definizione di strategie e azioni, riusciremmo a creare laboratori volti a promuovere istanze di cultura di prossimità. Immaginiamo dei veri e propri coordinamenti per la promozione del libro e della lettura che non si dedicano alla presentazione di libri in luoghi consueti, ma si attivano su strategie multidimensionali di radicamento dell’esercizio della lettura, della presenza dell’oggetto libro nei quartieri, in progetti di approfondimento e studio delle comunità di lettrici e lettori. Immaginiamo coordinamenti composti non (solo) da professionisti di settore, ma da cittadinanza attiva che ha come obiettivo aggregare la storia intorno alle storie e che vedano in luoghi quali le biblioteche, le librerie, i centri culturali spazi di costruzione della realtà.

Le biblioteche pubbliche sono dunque una bussola immancabile nel processo di coesione dei nostri quartieri: questa è l’infrastruttura di base su cui far leva per ramificare la cultura della prossimità, sostenendo i tanti e le tante che già da anni e con dedizione portano avanti veri spazi pubblici democratici come queste, sostenendo il loro essere palestre di comunità. Potremmo e a mio avviso dovremmo partire da quelle forze vive che la professoressa Chiara Faggiolani chiama “dinamizzatori culturali”: figure attive nella società volte a disseminare i processi costruendo partecipazione attorno a progetti e percorsi di comunità. Mettendo a sistema coralità di voci diverse potremmo dar corso ad una comprensione ampia della cultura nelle città contemporanee, ascoltarne la voglia di resistenza e radicamento, conoscendone le finalità e le volontà.

Quindi facciamo uno sforzo di immaginazione. Costruiamo tavoli di progettazione partecipata dei servizi culturali in ogni municipio di Roma, in ogni quartiere. Mettiamo a fattor comune esperienze e competenze, sensibilità e conoscenza. Guardiamo alle lotte con prospettiva, animando l’azione politica e amministrativa di una forza pragmatica che non cerchi solo di normare e legiferare nel modo corretto, ma che produca una visione collettiva di ciò che serve per sostenere i processi culturali. Mettiamo a sistema i modelli e radichiamoli nei territori, costruendo pezzo per pezzo la città prossima e vicina che Roma può essere.

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