Roma Capitale: una riforma di interesse nazionale

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ANSA

La riforma dell’ordinamento di Roma Capitale muove i primi passi in Parlamento. Sarà una riforma costituzionale che prevede l’attribuzione di facoltà legislative su undici materie in capo al Comune di Roma, in un contesto di legislazione concorrente.

Parallelamente sarà approvata una legge ordinaria che definirà le risorse e i mezzi necessari per svolgere i nuovi compiti ed esercitare i nuovi poteri, ristrutturando ciò che restava della vecchia legge 396/90 – risorse aggiuntive per Roma e per investimenti mirati – che era stata mutilata e di fatto cancellata dal governo Berlusconi II nel 2009.

Questo assetto è frutto di un’intesa istituzionale tra Palazzo Chigi e il Campidoglio, che hanno steso il testo in discussione basandosi su un precedente e ampio lavoro di sintesi e di cesello, fatto anche di numerosissime audizioni in Parlamento e che aveva raggiunto un largo consenso parlamentare già nella precedente legislatura, quando, con la maggioranza Draghi, la legge andò in aula alla Camera ma non fu approvata a causa della caduta del Governo lo stesso giorno.

L’intesa parlamentare nasceva, a sua volta, dalla sintesi di diverse proposte di legge, una delle quali del Pd e a mia prima firma; presentai infatti nel 2013 la prima proposta di legge in assoluto che puntava a fare della Città Metropolitana di Roma – l’ex Provincia – una nuova Regione Capitale, un po’ sulla scorta del modello berlinese, che coordinasse la sua attività con il resto della Regione Lazio, sulla base di apposite convenzioni e intese istituzionali, potendo godere pienamente del rango di una regione sia sul piano dei poteri, sia sul piano finanziario, e potendo spingere in alto il ruolo dei Municipi, trasformandoli in veri e propri Comuni urbani capaci di esercitare tutte le facoltà amministrative previste dalla Costituzione.

Questo nuovo scenario avrebbe dovuto, secondo la mia visione di allora, condurre anche a una riduzione del numero delle regioni italiane, dalle attuali 20 a 13, con accorpamenti e riarticolazioni di vari confini.

Ritengo infatti oggi, più di allora, che una fase della storia del regionalismo italiano sia da tempo conclusa – quella della diffusione delle funzioni statali centrali nel territorio nazionale e del riconoscimento delle autonomie regionali, a partire dal 1970 – e che le Regioni si siano caricate progressivamente di funzioni e ruoli impropri, che siano mal distribuite sul territorio, abbiano prodotto una frammentazione del Mezzogiorno eccessiva, siano divenute, attraverso la sanità, causa di dispersione della spesa pubblica e spesso di cattiva amministrazione.

Serve una riforma del regionalismo che passi anche attraverso una riduzione dei bacini e un riconoscimento delle grandi aree metropolitane a vocazione internazionale, come Roma, Milano e Napoli.

Questo impianto dovrebbe essere, a mio modo di vedere, l’intelaiatura di una nuova cultura riformista nel campo degli enti locali, che superi il dominio leghista del regionalismo assoluto che tanti danni ha prodotto nell’unità nazionale.

Meno regioni, più efficienti, più compatte e capaci di avere la indispensabile massa critica per programmare e legiferare, valorizzare il Mezzogiorno e le tre grandi “capitali” italiane.

Mi ripromettevo, nel corso di questa battaglia che non ho mai abbandonato, di ottenere dei risultati parziali che potessero innescare processi dinamici e nuovi, e la discussione su Roma Capitale è un importantissimo e rilevantissimo risultato parziale.

Seppure l’impianto della legge in discussione non ricalchi a pieno il mio punto di vista, sposta in avanti gli equilibri, rompe la crosta della pigrizia riformatrice e apre nuovi scenari.

Si avvertono già gli echi più ampi di questo dibattito. A Milano si discute di una legge speciale per Milano metropolitana, a Napoli anche, Venezia invoca la sua unicità.

Questo dimostra che la “questione romana” è una grande questione nazionale. Non solo perché avere una capitale più efficiente, più forte, capace di contare su mezzi, risorse e poteri adeguati ha una evidente ricaduta su tutto il sistema-Paese, ma perché da Roma può partire l’impulso a rigenerare l’intero sistema delle autonomie locali, reinventandolo sulla base di un federalismo moderno e democratico che però affondi le sue radici nel pensiero di grandi federalisti e meridionalisti repubblicani e democratici come Cattaneo, Salvemini, Gramsci, Dorso e Sturzo.

Ecco perché il Partito Democratico non deve avere timidezze e non deve “subire” la discussione su Roma, come apparso in questi mesi.

Sarebbe folle lasciare alla destra la bandiera della riforma dell’ordinamento di Roma, perdere una battaglia per l’egemonia che si rivolge alla polpa economica e produttiva della Capitale, ma anche alla maggioranza delle persone, dei lavoratori e dei professionisti che ben hanno colto il senso del processo in atto.

La destra sventolerebbe questa bandiera in modo distorto, puntandola verso la vetusta idea del “Governatorato” che sempre alberga nel suo cuore.

Invece noi vogliamo una Capitale aperta e democratica, ma forte. Una Capitale che si allinei a tutte le capitali europee che godono di poteri speciali, che abbia i mezzi e gli strumenti per governare un tessuto urbano caratterizzato da una morfologia unica e complessa, dove il deposito dell’immenso patrimonio culturale, storico-archeologico e ambientale possa coniugarsi con lo sviluppo, la crescita e la modernizzazione delle infrastrutture di mobilità e digitali.

Per fare questo c’è inevitabilmente bisogno di un’autonomia legislativa concorrente e di una programmazione territoriale, che è un ruolo prettamente regionale.

Torna sul tavolo la “questione romana” come questione nazionale ed europea, perché Roma è anche un nodo culturale, spirituale, geopolitico essenziale per definire il ruolo di un “Nuovo Occidente” nel mondo che cambia e si trasforma, affrontando conflitti, migrazioni e assi commerciali che restituiscono al Mediterraneo una nuova centralità.

Ecco perché questa riforma è importante non solo per i romani.

Il PD sta al momento lavorando saggiamente, ritengo, per portare al consenso il massimo delle sue forze e di quelle della coalizione di centrosinistra, ma a un certo momento dovrà essere capace di dimostrare che punta su Roma per una grande riforma nazionale e non solo per contingenze inevitabili.