Riportiamo la RAI a sperimentare nuovi linguaggi

ANSA
Ricorre il trentesimo anniversario della scomparsa di un grande giornalista ma, soprattutto, di uno straordinario innovatore: Andrea Barbato, uno dei volti-simbolo della Rai 2 post-riforma del 1975, ribattezzata in maniera malevola "lottizzazione" quando in realtà si trattò di un passaggio epocale.
E l'aggettivo, checché ne dicano alcuni, non è retorico o eccessivo, in quanto la legge 103 del 14 aprile 1975 sancì il passaggio del controllo della RAI dal governo al Parlamento, ampliando gli spazi della democrazia e aprendo il servizio pubblico a un pluralismo fino ad allora sconosciuto: In questo modo si favorì la crescita umana e professionale di personalità come Barbato per l'appunto, ma anche di Massimo Fichera, Renato Parascandolo e, successivamente, in quella che sarebbe stata ribattezzata "TeleKabul", Angelo Guglielmi e Sandro Curzi, artefici, con Stefano Balassone, Bruno Voglino e altri, del miracolo della terza rete.
Una RAI servizio pubblico, dicevamo. Una RAI che guardava al futuro e riusciva a rivolgersi all'intero Paese. La RAI del "Telefono giallo" di Corrado Augias, di "Samarcanda" di Michele Santoro, che per la prima volta diede voce alle piazze e al movimento anti-mafia dei primi anni Novanta, di "Quelli che il calcio" con Fabio Fazio e Marino Bartoletti (si noti il titolo a metà fra Beppe Viola ed Enzo Jannacci), di Ilaria Alpi e del Tg3 che la sera assumeva una connotazione internazionale, seguendo le evoluzioni della prima Guerra del Golfo, il tramonto dell'era Bush e l'ascesa di Bill Clinton.
Insomma, una RAI-mondo che sotto la guida dei Professori aveva raggiunto un livello oggi impensabile. E qui si impone una riflessione, perché c'è stato un tempo, nei primi anni Novanta come detto, in cui i tecnici non erano dei tecnocrati senz'anima, incapaci di comprendere le esigenze della società e attenti unicamente a far quadrare i bilanci. Erano professionisti di prim'ordine che sapevano coniugare una competenza fuori dal comune con una passione civile altrettanto sorprendente. Parliamo, ad esempio, di Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia, all'epoca presidente del Consiglio, e, tornando dalle parti di Viale Mazzini, del presidente Claudio Dematté e dei consiglieri Feliciano Benvenuti, Tullio Grigory, Paolo Murialdi ed Elvira Sellerio: figure inarrivabili, la cui esperienza, ahinoi, è durata troppo poco, prima che la restaurazione berlusconian-morattiana facesse tornare a galla gli aspetti peggiori della nostra democrazia incompiuta. Nonostante questo, era ancora una RAI in grado di affidarsi a signori professionisti, tanto che, con l’arrivo al governo dell’Ulivo di Prodi, sulla plancia di comando si videro personaggi del calibro di Enzo Siciliano e Roberto Zaccaria, oltre a Pier Luigi Celli, col quale avremmo qualche motivo di dissenso, ma che si rivelò comunque un buon direttore generale.
Ci vorrebbe un intero saggio per descrivere quali e quanti danni abbia arrecato all’azienda l’editto bulgaro del 18 aprile 2002. Ci limitiamo a svelare un dettaglio: quello fu il culmine di una deriva in corso da tempo; le avvisaglie c’erano già state durante la campagna elettorale per le politiche del 2001, fra velate minacce, attacchi e liste di proscrizione ai danni delle personalità sgradite. Poi venne il G8 di Genova e a Enzo Biagi fu impedito, nel luglio di quell’anno, di realizzare ben due speciali: uno sui fatti di piazza Alimonda, sfociati nell’assassinio del giovane manifestante Carlo Giuliani, e l’altro sulla morte di Montanelli, intellettuale di destra che aveva avuto il coraggio di sfidare a viso aperto il berlusconismo e di sostenere che in Italia non fossimo in grado di andare a destra senza cadere nel manganello. Nell'arco di poco più di un anno, tutte quelle personalità erano fuori dalla RAI.
Cosa resta, dunque, oggi del servizio pubblico? Gaffe di Petrecca a parte, ben poco, se si pensa al deserto culturale generato in due decenni di sostanziale abbandono, al punto che ormai quasi tutto il pubblico della vecchia Rai 3 è trasmigrato su La7, che le tre reti generaliste accusano un calo di ascolti preoccupante, telegiornali compresi, che RaiDue esiste quasi solo durante i periodi olimpici (eccezion fatta per la fiction "Mare Fuori") e che manca pressoché completamente la sperimentazione di nuovi linguaggi e di nuovi protagonisti. Non a caso, persino il re degli agenti televisivi, Lucio Presta, in una recente intervista rilasciata a Selvaggia Lucarelli, in occasione dell’uscita del suo memoir intitolato profeticamente “L’uragano”, ha sostenuto la necessità di ripristinare la seconda serata, almeno su Rai 2 e e su Italia 1, ossia le due reti che maggiormente si prestano allo scopo.
Rai 2, per dire, era la rete su cui, prima dell’editto bulgaro, andava in onda “Satyricon” di Daniele Luttazzi, col suo carico di irriverenza, provocazione, grandi ospiti, follia ed eccesso che ne garantivano il successo e l’apprezzamento da parte del pubblico. Italia 1, invece, è stata la fucina di non pochi talenti del varietà, tra cui Paolo Bonolis, consentendo loro di dimostrare le proprie qualità prima di essere promossi a un livello superiore. Ebbene, se il campo progressista vuole presentare un progetto politico degno di questo nome, sul modello dell’Ulivo del ’96, deve porre la valorizzazione del servizio pubblico al centro della propria agenda, lanciando idee e proposte, convocando assemblee, chiamando esperti e figure urticanti, spingendosi al di là delle Colonne d’Ercole del conosciuto e ritrovando il gusto della sperimentazione. C'è bisogno di nuovi format, linguaggi, voci, protagonisti, idee e interpretazioni del caotico mondo nel quale ci troviamo a vivere.
Rai 2, per dire, dovrebbe essere rinnovata in tutto e per tutto, abolendo l’edizione del Tg2 delle 20:30, sempre più destinata al flop per via del grado di saturazione raggiunto a quell’ora dagli spettatori, e spostandola ad esempio alle 18, dando vita a un telegiornale-talk che dia, al contempo, le notizie e l’approfondimento. Le 20:30, invece, sarebbero la fascia oraria ideale per affidare un programma a un gruppo di ragazze e ragazzi under 30: la società vista con i loro occhi, servendosi dei social e del flusso di notizie in rete, non demonizzando Instagram, YouTube e nemmeno TikTok e chiamando in scena personalità sconosciute altrove e magari capaci di fornire un punto di vista alternativo.
E poi lo sport, che in RAI deve tornare ad avere un ruolo essenziale. D’accordo, i grandi eventi costano ormai uno sproposito (e qui dovrebbe intervenire il governo, possibilmente in ambito sovranazionale, per stabilire l’interesse generale di determinate competizioni e garantirne, quindi, la pubblicità) ma perché non realizzare intanto dei telegiornali sportivi più lunghi e articolati e degli speciali in stile Gianni Minà, recuperando il gusto dell'esplorazione? Perché non recarsi, per dire, nei quartieri in cui sono nati alcuni dei fenomeni che ammiriamo in campo, da Lamine Yamal a Kylian Mbappé, per rendersi conto di quali sogni coltivino i bambini che vivono nel loro mito, tra i quali magari stanno crescendo i loro eredi? Perché non riscoprire la gioia di un racconto nazional-popolare che unisca analisi sociale e narrazione di un fenomeno che appassiona milioni di persone a ogni latitudine? E perché non immaginare un canale chiamato Rai World, magari trasmesso anche in inglese, che segua quotidianamente tutto ciò che accade nel mondo, mandando in diretta le sedute più importanti di altri parlamenti. Dal congresso del Partito Comunista Cinese a ciò che dice Trump al Congresso, passando per Netanyahu alla Knesset, senza lesinare uno sguardo all’Africa e al Sud America, continenti da sempre inquieti e oggi in straordinaria ascesa.
Infine, perché non fare di RAI Play un avamposto dell’innovazione, con serie ad hoc, varietà immaginati per aver successo in rete e una lettura della società che risponda alla rivoluzione in atto e la sappia interpretare e, talvolta, addirittura anticipare?
In conclusione, vien voglia di mutuare un vecchio slogan sessantottino: la RAI del futuro o sarà crossmediale, ossia capace di far dialogare diversi linguaggi e pubblici di età differenti, a cominciare dall’universo giovanile, o non sarà.