Ripartire dal 25 aprile

Dal corteo di Milano emergono tensioni profonde tra memoria della Resistenza e conflitti del presente

RIVRINASCITA_20260505094007676_94027f6b3556322678f726696897e02e.jpg

Archivio Rinascita

Quel che è avvenuto a Milano il 25 Aprile è molto grave. Così come ciò che è accaduto a Roma con quei colpi sparati con l’intenzione di fare davvero male. Queste sembrano giornate complicatissime, anzi lo sono. Segnate anche da molta paura. Del resto alla fine è sempre lì che si arriva: siamo proprio in un tempo dominato dall’incertezza permanente e dall’inquietudine. In questo quadro, fare paragoni con il passato non serve davvero a niente.

Riparto allora dalla piazza milanese. È stato abbondantemente raccontato: l’ingenuità nella gestione dell’ordine pubblico; gli errori da più parti; i patti non rispettati (ad esempio quelli riferibili alle bandiere israeliane). Tutto vero. Tuttavia non è stato detto abbastanza circa il fatto che le donne e gli uomini che hanno contestato la Brigata Ebraica fossero chiaramente persone di diverse opinioni e matrici ideologiche, non ascrivibili a “frange” di “estremisti”. Erano “normali” manifestanti che, in gran parte, non accettavano di vedere il simbolo d’Israele, il volto di Netanyahu o la faccia di Trump sfilare in occasione della Festa di Liberazione. Tra loro, certamente, qualcuno ha pronunciato frasi disgustose nei confronti di una persona perbene e democratica come Emanuele Fiano. E ciò è inaccettabile.

Intendo dire, tuttavia, che senza voler in alcun modo sminuire la gravità di questi fatti, o rimuovere l’orrenda frase “siete solo saponette mancate”, ritengo che davvero la ragione di quella rabbia fosse un’altra. Semplice, semplicissima: contestare la presenza di ciò che poteva richiamare alla strage di Gaza. Del resto, basta andare un pizzico indietro con la memoria. Da anni la presenza, nel contesto del 25 Aprile, della Brigata Ebraica ha suscitato conflitti e contestazioni. Si è sempre trattato, pero’, di gesti organizzati da gruppetti platealmente riferibili alla galassia di ciò che resta delle esperienze più radicali e minoritarie. Dunque, rifiutati dalla stragrande maggioranza dei manifestanti.

Quest’anno, in questo 25 Aprile del 2026, è andato in onda invece un film ben diverso. Ad urlare l’indignazione verso le bandiere d’Israele e chi le portava – tra i quali spiccava l’autore dell’indecente frase “definisci bambino” - erano donne e uomini di tutte le età, militanti di diversi partiti della sinistra più tradizionale, attivisti di organizzazioni umanitarie.

E’ una verità scomoda, perché propone un interrogativo pesante e complicato: come si è potuti arrivare sin qui? Ritengo la contestazione sbagliata e perfino “ingenua”: alcuni tra gli stessi che mettendola in atto bloccavano la manifestazione si lamentavano del fatto che la Brigata Ebraica stesse “sequestrando” il corteo in un clima a tratti surreale.

Eppure credo che si è “arrivati sin qui” perché ci sono stati il genocidio, la pulizia etnica, lo stragismo di Stato. Mi spiego: gli insulti antisemiti riportati sono stati gravissimi, ma si può oramai davvero affermare che siano stati provocati da poche, pochissime persone, che si contano sulle dita di una mano. Parlare dunque di un generale “antisemitismo” vuol dire non aver compreso o non comprendere quel che si è verificato davvero, come hanno abbondantemente dimostrato gli applausi rivolti a spezzoni di corteo recanti gli striscioni di gruppi di “ebrei per la Pace”.

La questione non è dunque quella dell’”antisemitismo” ma, piuttosto, il rifiuto totale dello Stato di Israele. Anzi, dico di più: aver in questi mesi, in modi tra loro anche molto diversi, proposto un’equazione tra antisemitismo e critica feroce a Netanyahu e alla sua condotta sporca di sangue, non ha fatto altro che alimentare le distanze ed esasperare gli animi. Se si vogliono rimettere insieme i cocci, se si vuole evitare che la generalizzazione come categoria del pensiero accechi ovunque, si deve essere molto fermi nell’esplicitare la critica verso qualsiasi forma di intolleranza e difendere allo stesso tempo il diritto a contrastare la guerra.

Parlo della guerra vera, quella permanente, la volontà di annientare i popoli nel nome della forza, con la cancellazione della politica. Servono “ponti” e non “muri”, si potrebbe dire utilizzando un vecchio adagio, sempre utile specie nel tempo della “remigrazione”. E serve anche individuare in maniera esplicita chi cerca di bombardarli, i ponti, magari non esitando a colpire donne, uomini, bambini. Ecco perché le campagne d’odio lanciate nei confronti dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, per fare un esempio tra tanti, promosse da parte di alcuni esponenti della destra e di qualche rappresentante delle comunità ebraiche, sono tutto il contrario di quel che andrebbe ricercato e realizzato.

Perché, per ritrovare unità, dovremmo proprio ripartire dal 25 Aprile. Che vuol dire Antifascismo, Resistenza, Costituzione, Umanità e Libertà. Una giornata che non ammette deroghe su tali principi e valori, che pretendono che un bambino non debba essere “definito” ma semplicemente salvato.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati